Donatella Brunazzi, posso chiederle come ha fatto a passare dalla grande avventura del prêt-à-porter nel momento del suo massimo successo, alla direzione di un museo, quello della Scala? Qualcuno potrebbe pensare che il cambiamento sia stato un po’ azzardato.
«Potrei dirle che è successo tutto per caso, ma in realtà non è vero. Forse è stata la mia infanzia in Marocco a farmi dire Inshallah. Non mi sono mai detta “voglio lavorare nella moda o alla Scala”, ci sono capitata».
Era facile entrare nella moda?
«Ho cominciato giovanissima, a 18 anni. Stavo facendo la maturità e l’unica cosa che sapevo era che volevo lavorare, andare via da casa. Dopo gli anni in Marocco sono cresciuta a Fiorenzuola d’Arda, vicino a Piacenza. Là ho sofferto tantissimo. Casablanca negli anni 60 era un ambiente cosmopolita, pieno di sole, fiori, libertà e improvvisamente sono passata alla provincia, alla nebbia… Cercando lavoro, ho iniziato a fare la hostess-interprete in un salone dei bottoni a Piacenza. Un gi…
Donatella Brunazzi, posso chiederle come ha fatto a passare dalla grande avventura del prêt-à-porter nel momento del suo massimo successo, alla direzione di un museo, quello della Scala? Qualcuno potrebbe pensare che il cambiamento sia stato un po’ azzardato.
«Potrei dirle che è successo tutto per caso, ma in realtà non è vero. Forse è stata la mia infanzia in Marocco a farmi dire Inshallah. Non mi sono mai detta “voglio lavorare nella moda o alla Scala”, ci sono capitata».
Era facile entrare nella moda?
«Ho cominciato giovanissima, a 18 anni. Stavo facendo la maturità e l’unica cosa che sapevo era che volevo lavorare, andare via da casa. Dopo gli anni in Marocco sono cresciuta a Fiorenzuola d’Arda, vicino a Piacenza. Là ho sofferto tantissimo. Casablanca negli anni 60 era un ambiente cosmopolita, pieno di sole, fiori, libertà e improvvisamente sono passata alla provincia, alla nebbia… Cercando lavoro, ho iniziato a fare la hostess-interprete in un salone dei bottoni a Piacenza. Un giorno, è passato un signore dell’associazione industriale abbigliamento, in pratica la Confindustria della moda che faceva parte di Federtessile. Mi propose di andare al Sehm, il Salone della moda maschile a Parigi. Andai e cominciai subito a lavorare alla promozione dell’associazione: la sera studiavo perché nel frattempo mi ero iscritta a Scienze Politiche. Mi capitava anche di andare a New York e a Parigi. In quel periodo ho frequentato un master pionieristico di relazioni pubbliche, perché all’epoca era un lavoro che non esisteva. Nella moda c’erano gli uffici stampa, ma non le pierre come mestiere manageriale».
Quindi lei ha visto nascere il prêt-à-porter?
«Ho partecipato proprio al momento di trasformazione della moda italiana in prêt-à-porter. Da lì, sono passata a lavorare in aziende come Basile e Soprani, poi nell’85 ho aperto il mio studio di comunicazione, una bomboniera in via della Spiga qui a Milano. Avevo clienti come Pitti Uomo, Thierry Mugler. Ricordo ancora che mia madre, quasi si vergognava: “Ma io non capisco che mestiere fai. Le mie amiche dicono che sembra una brutta roba”. All’epoca, in certi ambienti, se ti occupavi di pubbliche relazioni pensavano quasi che tu facessi la escort».
Volevo tornare a Mugler. Ecco, lui è stato molto importante per la sua carriera.
«Mi ha insegnato tanto. Aveva uno straordinario senso dell’immaginifico. Penso che mi sia servito molto anche per la Scala».
In che senso?
«Ogni sua sfilata non solo era creatività allo stato puro, ma uno spettacolo perché, in fondo, lui nasceva come ballerino e coreografo. Una volta mi disse che ogni abito, per come è fatto, ti suggerisce il gesto. È un concetto fondamentale anche a teatro: una Elisabetta nel Don Carlo non sarebbe la stessa senza i suoi costumi, così come le regine dell’opera che dimostrano anche così la loro ieraticità».
Quando era immersa nei successi della moda cosa pensava della Scala?
«La Scala è Milano. Non ci sono andata per tanti anni, poi, con mio marito, che è un appassionato d’opera, abbiamo cominciato a vedere alcuni spettacoli. Ma ho cominciato a frequentarla davvero quando mi sono inventata il premio Bacchetta d’Oro. Uno dei miei clienti era Buccellati, un altro simbolo di milanesità. Andai dal sovrintendente dell’epoca, un giovanissimo Carlo Fontana, a proporgli un riconoscimento da assegnare ai direttori d’orchestra. E scelsi la bacchetta con cui, narra la leggenda, Toscanini diresse il concerto di riapertura della Scala dopo la ricostruzione dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale: era il 1946 e quest’anno celebreremo gli 80 anni di quel magico momento. È una bacchetta in bachelite di tre colori, ancora custodita al Museo Buccellati in tre ori e lavorazioni differenti. Il primo a riceverla fu il maestro Riccardo Muti».
Perché per lei era importante lavorare con la Scala?
«È un luogo altamente identitario per la città. E poi, in fondo, è stato il primo marchio di made in Italy nel mondo. Prima di tutti, prima della Ferrari o di Armani, a raccontare il nostro Paese a livello internazionale, è stato il melodramma italiano. La Prima della Scala, poi, è da sempre l’appuntamento socioculturale più importante d’Italia».
E quando ha iniziato a lavorare con il teatro?
«Fu proprio Fontana a chiamarmi. Mi disse: ho bisogno di qualcuno che svolga un ruolo simile a quello di un capo di gabinetto. Passarono due anni dalla proposta a quando, effettivamente, la Scala passò da essere un ente statale a una fondazione di diritto privato, e fui assunta. E una delle prime cose che mi chiese fu… di andare a controllare se i bagni fossero in ordine».
Ma lei, quindi, fu assunta come ufficio stampa?
«No, per farlo ci vogliono competenze tecniche, musicali, che io non avevo. Sono entrata come capo delle relazioni esterne. Ricevetti la chiamata a settembre, mollai tutto e a ottobre ero lì. Il mio primo 7 dicembre è stato quello del ’98, un magnifico Götterdämmerung di Richard Wagner. Mi ricordo ancora la prima volta in cui sono entrata ad assistere alle prove: lì, in un palchetto, con il teatro vuoto… fu un’emozione profonda».
E adesso è la direttrice del Museo teatrale alla Scala.
«Quest’anno festeggio dieci anni. Nel 2015, ero diventata anche assistente del sovrintendente Stéphane Lissner. Quando arrivò il suo successore, Alexander Pereira, rivide tutto il disegno della struttura e mi propose il museo. All’inizio ero perplessa, era una cosa completamente nuova, ma l’intero sistema museale in Italia stava cambiando, con figure manageriali al vertice e il rapporto con il pubblico sempre più al centro. Ovviamente noi non abbiamo opere pari a quelle degli Uffizi o a Brera: questa è una casa-museo, un luogo di storia, di racconto. Ma negli ultimi tempi si era un po’ appannato ed era diventato quasi un corridoio, dove i turisti passavano senza prestare troppa attenzione. Nel 2004, grazie all’allestimento del regista Pierluigi Pizzi, è stato trasformato in una sorta di grandioso salotto di un palazzo milanese, con la quadreria degli avi alle pareti».
Ma che cosa c’è al museo?
«La sua stessa origine è una storia. Nel 1911, l’antiquario Jules Sambon mise all’asta la sua preziosissima collezione di cimeli teatrali. Un gruppo di milanesi appassionati di musica, tra cui il librettista e compositore Arrigo Boito, l’artista Lodovico Pogliaghi, il direttore di Brera Ettore Modigliani, che voleva aprire un museo alla Scala, pensò che quello sarebbe stato il perfetto punto di partenza. Raccolsero la somma necessaria, peccato che ci fosse un certo J.P.Morgan interessato alle stesse opere. Alla fine, lo convinsero a rinunciare e, nel 1913, il museo aprì in quello che era stato il Casino Ricordi, la sede della casa editrice musicale. Il nucleo originale del museo non riguarda solo la musica, tanto che ancora oggi abbiamo una sala dedicata alla Commedia dell’Arte».
E poi che cosa c’è?
«I quadri sono molto importanti, a cominciare da quelli che ritraggono i grandi compositori e le dive del belcanto come Isabella Colbran, Giuditta Pasta, Adelina Patti. C’è un busto di Eleonora Duse e un piccolo olio a cui Maria Callas, invitata da Visconti, si ispirò per la Traviata. In una sala, un celebre dipinto di Angelo Inganni testimonia com’era il teatro nel 1852, quando non c’era ancora la piazza davanti. E poi, oggetti di scena, il pianoforte di Franz Liszt, che la nipote donò al museo, diversi cimeli di Verdi compresi quelli trovati nella sua stanza al Grand Hotel et de Milan quando morì…».
E tutto questo voi come lo avete raccontato?
«Anche grazie alla multimedialità. Le didascalie sono diventate totem interattivi e invece di sfogliare un libro, sfogli le pareti, gli oggetti. È un modo per conoscere la storia, perché la Scala in fondo è sempre stata al centro delle svolte di questo Paese, dalla sua fondazione nel 1778 a oggi. Tra poco ricorrono i 250 anni».
E come attraete i visitatori al museo?
«È la Scala stessa ad attrarli. Perché è uno dei simboli di Milano. Che sono due: il Duomo, dal punto di vista religioso, e la Scala come cuore culturale. Il 95 per cento dei 350 mila visitatori paganti (un numero di cui sono molto fiera) che vengono ogni anno è internazionale. Ma una delle cose che ho cercato di fare è stata aumentare gli italiani e convincere i milanesi a tornare».
E le mostre quanto sono legate agli spettacoli in scena?
«Fino al 3 maggio ne abbiamo una dedicata all’evoluzione dell’immagine del Ring des Nibelungen di Wagner, da Visconti a Ronconi a Chéreau, perché il teatro ha presentato un nuovo allestimento. Ma in generale sono legate ad anniversari, celebrazioni, pensate per offrire spunti di riflessione o approfondimenti anche slegati dal cartellone».
Per esempio negli ultimi anni qual è stata una mostra che è molto piaciuta al pubblico?
«Quella dedicata al ballo. E quella nata come omaggio a Maria Callas nel centenario della nascita: abbiamo cercato di riflettere sul mito di questa grandissima artista con un occhio contemporaneo. È l’aspetto più interessante di ciò che facciamo: trovare il legame tra la memoria e il futuro per trasmetterlo alle nuove generazioni».
Ma perché lei non vuole mai dire chi è suo marito? Siete sposati da tanto, vero?
«Dal 1986. Io da sempre mi firmo col cognome di famiglia, Donatella Brunazzi. Nel mio lavoro l’ho detto soltanto una volta, perché proprio non ne potevo più. Era un 7 dicembre, ci stavamo preparando alla Prima, e continuavano a chiamarmi per chiedermi posti. A un certo punto, dall’altra parte del telefono una signora si presenta come una Rothschild. Anche a lei spiego la verità, ovvero che il teatro è pieno. Lei continua a chiamare e a un certo punto alza la voce: “Ma insomma, non è possibile, io sono la baronessa Rothschild!”. Lì, non ce l’ho più fatta. Le ho risposto: “Madame, io sono la contessa Ceschi a Santa Croce (suo marito è Federico Ceschi a Santa Croce, ndr), ma continuo a non avere posti».