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Iron Maiden: Il nostro segreto? Siamo rock solo sul palco

Gli Iron Maiden nel 1983. ROSS HALFIN 

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Niente eccessi per la band inglese che a 50 anni dagli inizi torna con un documentario al cinema e un concerto allo stadio di San Siro. Il frontman Bruce Dickinson: «Il metal spaccherà sempre»
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i norma le band con mezzo secolo di carriera rallentano, fanno stanche reunion o concerti di addio. Gli Iron Maiden no. Nel Run For Your Lives World Tour suonano in posti più grandi e il pubblico cresce. Motivo? Si capisce nel docufilm Burning Ambition, al cinema dal 14 maggio, in cui intervengono fan di ogni tipo: avvocati, psicologi, meccanici, disoccupati, Tom Morello, Lars dei Metallica. È una storia di visione e condivisione partita nel 1975, 130 milioni di dischi fa, da Steve Harris, bassista della working class londinese che, mentre andava il punk, si ostinò a fare rock, aprendo la via al metal europeo: l’ascesa senza aiuto di radio o tv, le liti, la multiforme mascotte Eddie, gli show da pionieri oltre la Cortina di ferro in piena Guerra Fredda, il declino quando arrivò il grunge, la rinascita. Fino all’ingresso, ora, nella prestigiosa Rock & Roll Hall of Fame. «Ecco la più grande band del mondo, per la seconda volta», dicono i Kiss nel doc. A videochiamarci da Londra è …

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i norma le band con mezzo secolo di carriera rallentano, fanno stanche reunion o concerti di addio. Gli Iron Maiden no. Nel Run For Your Lives World Tour suonano in posti più grandi e il pubblico cresce. Motivo? Si capisce nel docufilm Burning Ambition, al cinema dal 14 maggio, in cui intervengono fan di ogni tipo: avvocati, psicologi, meccanici, disoccupati, Tom Morello, Lars dei Metallica. È una storia di visione e condivisione partita nel 1975, 130 milioni di dischi fa, da Steve Harris, bassista della working class londinese che, mentre andava il punk, si ostinò a fare rock, aprendo la via al metal europeo: l’ascesa senza aiuto di radio o tv, le liti, la multiforme mascotte Eddie, gli show da pionieri oltre la Cortina di ferro in piena Guerra Fredda, il declino quando arrivò il grunge, la rinascita. Fino all’ingresso, ora, nella prestigiosa Rock & Roll Hall of Fame. «Ecco la più grande band del mondo, per la seconda volta», dicono i Kiss nel doc. A videochiamarci da Londra è il frontman Bruce Dickinson. «Capisci i Maiden solo se li vedi dal vivo», racconta, lui che nel gruppo portò la teatralità, oltre alla voce da sirena antiaerea.

Mr. Dickinson, per lei la vita con i Maiden è «una montagna russa senza fine». Vette e abissi toccati?

«La corsa non si è mai fermata, e i primi cinque anni non ha fatto che accelerare. Un’esperienza straordinaria alla quale siamo sopravvissuti mantenendo la nostra mentalità intatta. Altri hanno avuto esperienze ugualmente intense ma finite per la dipendenza da alcol o droghe. Noi siamo rock nella musica, non nello stile di vita. Questo ci ha salvati».

Per il poeta William Blake “senza contrari non c’è progresso”. È così il rapporto tra lei e Steve Harris?

«Blake è uno dei miei preferiti. Io e Steve all’inizio eravamo un po’ in conflitto, ci contendevamo il centro del palco, ma oggi concordiamo molto più di quanto dissentiamo. Stesso approccio senza compromessi. Siamo sempre più orientati al progressive e, piaccia o no, facciamo ciò che ci va».

Il primo salto fu dai pub alle arene. Ma il secondo, dal declino agli stadi, come è stato possibile?

«Credo sia associato al dramma che la mia fuoriuscita generò nel 1993. Quando rientrai nel 1999, ripartimmo migliori di prima con un gran disco, Brave New World. Tutti pensavano ci riunissimo per un giro acchiappasoldi e via, invece siamo ancora qui a suonare per due milioni e mezzo di persone in sei mesi. Incredibile».

Da poco i vostri brani sono finiti inStrangerThings e in 28 anni dopo: il tempio delle ossa. Che effetto fa?

«In 28 anni dopo la performance di Ralph Fiennes su The Number of the Beast è strepitosa. Riguardo a The Trooper in Stranger Things ho pensato: finalmente! È grandioso che i Maiden siano ripresi da cinema e tv, ora nessuno ha più paura di usarci. In passato non era così».

L’heavy metal sopravvive perché dà potere a chi non ne ha?

«Non sono bravo con le letture sociali, spesso falsate. La nostra musica attrae persone di ogni età e nazione, significhiamo qualcosa di diverso per ciascuno. Ad esempio, abbiamo un seguito enorme in Ucraina e in Russia, in Israele e in Iran, Paesi che sono in guerra fra loro. La coesione avviene sotto il nostro ombrello e impressiona anche me. Non c’è aggressività ma gioia. La sensazione più bella è vedere che vanno via più felici. Se dobbiamo spaccare per ottenerlo, ben venga».

Nel doc sorprende Javier Bardem, che dice: «I Maiden sono istantanei perciò eterni».

«Un fan genuino. Venne a vederci una vita fa a Barcellona, portando un’ottima bottiglia di vino e del prosciutto iberico. È un momento eccezionale quando nel film recita a memoria il testo di Run to the Hills».

Su quel brano, in Polonia nel 1984, soldati e poliziotti sotto il palco si tolsero le divise e ballarono.

«Ungheria, Libano, Kosovo, erano zone proibite. In Polonia provocammo una rivolta senza scontri. Invitavamo a essere liberi e si liberarono con i nostri brani. La gente che vede quelle immagini ora, chiede: “Ma la Polonia era occupata?”. Ignora i pericoli che corre non conoscendo la storia».

Lei in storia si è laureato. E anche in letteratura. I vostri testi sono pieni di citazioni. Sono stati sottovalutati?

«Molti non si sono accorti dei riferimenti a Coleridge, G.K. Chesterton, Wordsworth, e altri giudicavano dalle apparenze: “Guardali, un mucchio di drogati”. Io torno a una frase di William Blake: “Ciò che può essere compreso da un idiota, non merita la mia attenzione”. Che poi è l’attitudine dei Maiden. Se non capisci perché abbiamo una canzone che supera i dieci minuti, non è un nostro problema».

Bologna, 26 ottobre 1981, il suo esordio da frontman nella band. Ricorda?

«C’era tanta pressione. Ricordo tutto, tranne i primi quindici minuti, in cui tenni sempre gli occhi chiusi. Poi li aprii e dissi: “Sono davvero qui?”».

E il 17 giugno fate tappa allo stadio San Siro di Milano.

«Sarà leggendario. Anche perché mia moglie è per metà italiana, tifosa di una squadra milanese. Credo che ci porteremo via un pezzo di prato».

I Maiden registrano dischi solo alla vecchia maniera e suonano senza paracadute. È il segreto della longevità?

«Mi deludono le band che sul palco usano basi e aiutini, mimano. Francamente, credo che il pubblico dovrebbe chiedere indietro i soldi del biglietto. La nostra linfa è il live. Nessuna copertura o scorciatoia. Se la mia voce si spezza, se sbagliamo, lo sentono tutti. E va bene così. È il prezzo che paghi per la verità e per la passione».

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