Torna Jung Chang con il seguito di “Cigni selvatici”: «Non fidatevi dell’amico cinese»
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLondra. «I cigni e mia madre sono stati la mia liberazione. Prima non volevo scrivere del passato. Volevo dimenticarlo. Ora invece sono felice. E libera». Jung Chang ordina un Marine Spritz in un bar della sua Notting Hill dove la incontriamo. Grazia, copricapo e inglese eleganti, la grande scrittrice cinese ha ora pubblicato, 35 anni dopo, il sequel del suo capolavoro Cigni selvatici, 15 milioni di copie vendute e 40 traduzioni nel mondo – ma non al di là della Grande Muraglia, dove è censurato. Perché i cigni sono resistenza generazionale, verità e libertà. Ecco dunque Il volo dei cigni selvatici (Longanesi), prosecuzione perfetta del suo bestseller del 1991. Il primo Cigni dipinse l’epica e tragica saga familiare di Chang, di sua madre e di sua nonna, che da bambina, come moltissime altre, era stata torturata con la fasciatura dei piedi. Tre donne per raccontare il trapasso dalla Cina imperiale a Mao Zedong, prima dell’avvento del riformatore Deng Xiaoping.
Ora, a distanza di quasi…
Londra. «I cigni e mia madre sono stati la mia liberazione. Prima non volevo scrivere del passato. Volevo dimenticarlo. Ora invece sono felice. E libera». Jung Chang ordina un Marine Spritz in un bar della sua Notting Hill dove la incontriamo. Grazia, copricapo e inglese eleganti, la grande scrittrice cinese ha ora pubblicato, 35 anni dopo, il sequel del suo capolavoro Cigni selvatici, 15 milioni di copie vendute e 40 traduzioni nel mondo – ma non al di là della Grande Muraglia, dove è censurato. Perché i cigni sono resistenza generazionale, verità e libertà. Ecco dunque Il volo dei cigni selvatici (Longanesi), prosecuzione perfetta del suo bestseller del 1991. Il primo Cigni dipinse l’epica e tragica saga familiare di Chang, di sua madre e di sua nonna, che da bambina, come moltissime altre, era stata torturata con la fasciatura dei piedi. Tre donne per raccontare il trapasso dalla Cina imperiale a Mao Zedong, prima dell’avvento del riformatore Deng Xiaoping.
Ora, a distanza di quasi mezzo secolo, il Paese è cambiato: da povero e isolato è diventato una potenza globale, capace di sfidare gli Stati Uniti. Così, Il volo dei cigni selvatici di Chang, oggi 74enne ed esule a Londra dal 1978, riprende la storia della sua famiglia fino ai giorni nostri. È soprattutto una lettera d’amore a sua madre rimasta in Cina, ma anche un omaggio a nonna e padre, tragicamente scomparsi durante la Rivoluzione Culturale.
Signora Chang, perché questo attesissimo sequel? «Era il 2023 e mia madre era molto malata. Vive in una clinica a Chengdu, ma non posso andare a trovarla. Ci sentimmo in videochiamata: era molto debole, ma anche molto forte. Iniziai a pensare a tutto quello che aveva fatto per me e agli anni trascorsi da quel 1978 quando si chiude Cigni selvatici. Allora lasciai la Cina per l’Inghilterra, in un momento spartiacque per il mio Paese, dopo Mao e l’arrivo di Deng Xiaoping che iniziò le riforme. Ma poi ecco Xi Jinping e il regime è tornato a essere molto duro. Xi si considera un comunista un po’ capitalista: si è fatto eleggere leader supremo e ha anche imposto il carcere per chi offende “l’eroe rivoluzionario” Mao. Io, che nel 2018 ho scritto proprio una biografia di Mao (contestata a sinistra, ndr), ho deciso che non sarei mai più ritornata in Cina. Una cosa molto triste: mia madre potrebbe morire in ogni momento. Allora ho deciso di scrivere il sequel di Cigni selvatici».
Non poter più vedere sua madre Bao Qin è il prezzo della libertà? «È il prezzo per aver scritto i miei libri che, a loro volta, sono la mia libertà. Ma è stata lei, che sta per compiere 95 anni, a donarmi la libertà. Perché mi ha sempre incoraggiato a scrivere. Anche all’epoca di Cigni selvatici mi ha sempre esortato a non pensare a lei rimasta in Cina e a fare solo ciò che sentivo. Ma mi disse anche che non avrebbe mai letto quel libro».
Come mai? «Non ne abbiamo mai discusso. Credo per donarmi ancora più libertà di scrivere, perché sapeva che il regime mi avrebbe impedito di vederla. E per non farmi sentire in colpa. Difatti, si è presa lei la responsabilità di dirmi “non tornare più”. Tipico di mia madre».
Ma sarà molto orgogliosa di lei. «Non lo so, immagino di sì, non è mai prodiga di complimenti. Però, sì, mi sembrò orgogliosa quando venne a trovarmi a Londra per il successo del libro, con la Bbc che la intervistò».
A un certo punto, nel suo nuovo romanzo, lei predice che le ambizioni della odierna Cina “sono destinate al fallimento”… «Nel 2018 mi faceva paura l’ambizione di Pechino di dominare il mondo e rimpiazzare l’America. L’Occidente non aveva capito questo rischio, soprattutto riguardo all’infiltrazione del Partito comunista nella società, anche a livello di tecnologia, vedi il caso Huawei. Temevo che la Cina potesse distruggere o almeno paralizzare l’Occidente. Ma oggi non sono più così ansiosa».
Perché? «Credo che quello di Xi sia soprattutto wishful thinking, anche perché a livello militare la Cina è più debole di quanto sembri. Ma più in generale, una tirannia alla Mao non potrà mai vincere. La democrazia ha ancora una forza enorme. Non sarà mai sconfitta dai comunisti e tantomeno dai maoisti».
Però in questi mesi i leader occidentali stanno facendo la processione da Xi, anche perché la Cina sembra la forza mondiale più stabile in quest’epoca di guerre e caos globale. E a metà maggio volerà a Pechino persino Trump. «La Cina non è affatto stabile. Certo, la società civile non si prepara a rovesciare il regime. Ma l’economia sta rallentando vistosamente, mentre Xi e i suoi stanno diventando sempre più paranoici, anche nelle purghe dei dissidenti. A me non sembra stabilità. Se ne accorgeranno presto anche i leader europei: la Cina non potrà mai rimpiazzare gli americani nel ruolo di miglior amico».
Però sono anche le azioni di Trump che stanno spingendo gli europei nelle braccia di Xi, non trova? «Non vedo come. È diplomazia, e agli europei servono soldi. Ma non credo che Meloni, Starmer, Macron e gli altri prenderanno ordini da Pechino. Non saranno mai alleati veri della Cina perché si tratta di sistemi incompatibili: il Dragone è una dittatura e non vuole la democrazia europea, e vale anche il contrario».
Quanto somiglia Xi a Mao? «Di certo lo venera. Xi è sospettoso di chiunque lo circondi, di qui la caccia ai dissidenti. Allo stesso tempo, l’attuale presidente non sarà così brutale come Mao che sacrificò decine di milioni di persone durante il “grande balzo in avanti” degli anni Cinquanta e la successiva carestia. Almeno, Xi non ha lo stesso disprezzo di Mao per la vita umana».
Crede che Xi governerà fino all’ultimo dei suoi giorni? «Possibile».
Finora la Cina di Xi è riuscita a coniugare capitalismo e comunismo. Ma sarà democratica un giorno? «Difficile dirlo. Ci sono delle crepe nel regime, ma non abbastanza per farlo cadere. Per trent’anni, dopo Mao e con Deng, la Cina aveva intrapreso questo processo, il Paese è cresciuto e molti cinesi hanno nutrito più aspirazioni e chiedevano libertà, inclusi gli studenti e i ricchi come Jack Ma. Poi purtroppo è arrivato Xi. Ora il Paese sta tornando indietro».Se Cigni selvatici fosse pubblicato in Cina, potrebbe aiutare il processo democratico?«Perché no? Potrebbe cambiarla un po’. Invece, il mio libro è censurato ed è un peccato. Ma non lo dico per vanità, non mi importa essere sconosciuta in Cina. Qui in Inghilterra sono libera e felice: i miei libri li scrivo in inglese, poi li traduco personalmente in cinese».
Un giorno vorrebbe tornare nel suo Paese? «Mi piacerebbe, soprattutto per vedere mia madre. Non mi deprimo mai, sono ottimista, vivo la gioia delle piccole cose: conversare con lei, bere un cocktail analcolico, vedere i ciliegi in fiore. O andare a Roma: lo faccio ogni anno».
Come mai? «Perché in Cina le autorità spesso distruggono e riscrivono la storia senza ritegno. Lì la civiltà è come un fantasma: la mia ex scuola, un tempio confuciano millenario, è stata rasa al suolo. A Roma invece respiro il senso del rispetto per l’antichità e la propria storia. Mi commuovo nel vedere quelle rovine e quelle statue così rispettate. Non potete immaginare quanta gioia e conforto mi ha infuso Roma negli anni».
Sul Venerdì del 1° maggio 2026