Francesco Tonucci, ricercatore del Cnr, pedagogista, inventore del progetto La città dei bambini, vignettista, scrittore e mille altre cose, chiama la diffusione dei telefonini tra i bambini «la seconda pandemia». E pensa che purtroppo siamo tutti ancora alla prima fase: le mani da lavare, il distanziamento, le mascherine. Mentre quello che serve è un vaccino.
Professor Tonucci, quale può essere il vaccino?
«Qualcosa da dare ai bambini prima che il telefonino arrivi nelle loro mani. Quindi già prima delle elementari. E che possa piacere loro più di questo strumento facile e infernale che abbiamo sostituito alla televisione come baby sitter.In una parola: il gioco».
Cosa intende per gioco?
«Non penso ai giochi educativi,né ai genitori che giocano con i loro figli, tutte cose lodevoli ma che non c’entrano davvero con quel che serve ai bambini. Il gioco, per come la vedo io, dev’essere gratuito, inutile, autonomo. Cesare Pavese scriveva nei diari che gli adulti giocano per divertirsi, i …
Francesco Tonucci, ricercatore del Cnr, pedagogista, inventore del progetto La città dei bambini, vignettista, scrittore e mille altre cose, chiama la diffusione dei telefonini tra i bambini «la seconda pandemia». E pensa che purtroppo siamo tutti ancora alla prima fase: le mani da lavare, il distanziamento, le mascherine. Mentre quello che serve è un vaccino.
Professor Tonucci, quale può essere il vaccino?
«Qualcosa da dare ai bambini prima che il telefonino arrivi nelle loro mani. Quindi già prima delle elementari. E che possa piacere loro più di questo strumento facile e infernale che abbiamo sostituito alla televisione come baby sitter.In una parola: il gioco».
Cosa intende per gioco?
«Non penso ai giochi educativi,né ai genitori che giocano con i loro figli, tutte cose lodevoli ma che non c’entrano davvero con quel che serve ai bambini. Il gioco, per come la vedo io, dev’essere gratuito, inutile, autonomo. Cesare Pavese scriveva nei diari che gli adulti giocano per divertirsi, i bambini giocano per giocare. Non c’è una ragione,non possono farne a meno.È quel che serve loro per crescere».
Perché un tempo questo tipo di gioco esisteva e oggi no?
«Nel dopoguerra le città sono state ricostruite a misura degli adulti maschi che vanno al lavoro, e così sono rimaste. I bambini un tempo giocavano per strada dalla primissima età e in questo modo facevano esperienza di cosa significhi vincere, perdere, aver paura, conoscere i propri limiti, sfidarli, perdere di nuovo, farcela. Una cosa è imparare a superare l’umiliazione o la frustrazione – che nel gioco esistono – a quattro anni. Una cosa è doverlo fare a quattordici. Quando il fallimento, se non ne hai fatto esperienza, può diventare disperazione».
Li proteggiamo troppo?
«Li proteggono troppo i genitori,o credono di farlo, perché i maggiori pericoli per i bambini – lo dicono le statistiche in ogni parte del mondo – sono nelle loro case. E non li considera abbastanza la comunità.Il progetto La città dei bambini – nato a Fano nel 1991 e lì ora purtroppo disperso – è attivo in 200 città del mondo. A Rosario, nella provincia di Buenos Aires, i negozianti sono chiamati dal sindaco a siglare un patto di corresponsabilità in cui si impegnano a mettersi a disposizione dei bambini che vanno a piedi a scuola nel loro quartiere. Se serve un bicchier d’acqua, uno stop per la pipì, loro ci sono. Il risultato è che a Rosario in cinque anni la criminalità di strada è scesa, ero lì quando hanno presentato i dati. Per questo dico, numeri alla mano, che una città a misura di bambino è una città migliore per tutti».
Il suo progetto è attivo anche in posti come gli ospedali, o gli orfanotrofi. I consigli dei bambini sono composti da bimbi di 8, 9, 10 anni che dicono cosa vorrebbero e cosa pensano del luogo in cui abitano.
«Sa cos’hanno chiesto al primario dell’ospedale pediatrico Elisalde di Buenos Aires? Le porte dei reparti erano a vetri, loro non volevano essere visti nudi durante le visite. Hanno rivendicato il loro diritto alla privacy, e hanno ottenuto i paraventi».
Ma come può, un progetto del genere, tenere i più piccoli lontano dai telefonini?
«Quando abbiamo lanciato la campagna #ioescoagiocare abbiamo fatto una serie di webinar con insegnanti, associazioni di genitori, pediatri, psicologi sia argentini che spagnoli e italiani. Poi abbiamo incontrato i bambini dei vari consigli in giro per il mondo. Sono molto consapevoli. Uno di loro mi ha detto: «El mobil te atrapa», il cellulare ti acchiappa, e se ti chiamano a giocare non riesci a mollarlo. Allora ho proposto loro uno scambio: rinunciare al telefonino se i genitori consentono loro di uscire a giocare dove e con chi vogliono, e se gli insegnanti smettono di dare compiti a casa di pomeriggio, nei weekend e durante le vacanze. Cosa che giustamente in molti Paesi è già illegale».
Addirittura?
«I compiti a casa sono un’assurdità. Nella convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che anche l’Italia ha siglato, è riconosciuto ai bambini il diritto al riposo, al tempo libero,al gioco. Nessuno ne tiene conto».
Ma anche lo studio è fondamentale, no?
«Se c’è bisogno di compiti a casa perché un bambino non ha capitola lezione significa che qualcosa non ha funzionato nell’insegnamento in classe. E se è così, è in classe che l’insegnante deve rimediare.I bambini una volta a casa devono fare altre esperienze, libere, altrimenti i danni vengono fuori nell’adolescenza».
Cosa le hanno risposto i bambini alla proposta lanciata per #ioescoagiocare?
«Ho ricevuto le prime risposte e le confesso che sono molto emozionato, perché finalmente la palla passa a loro. È ascoltandoli che possiamo capire come guarire questa pandemia. Il consiglio di Latina mi ha mandato una bellissima lettera: sono disponibili a rinunciare al telefonino se genitori e insegnanti rispetteranno i patti».
Insomma, ci stanno.
«Decisamente. Poi ho incontrato i bambini di Malnate, che è un paesino della provincia di Varese. Erano in gita al Quirinale, hanno voluto vedermi. Anche loro ci stanno, ma sono convinti che non tanto i genitori, quanto gli insegnanti, diranno loro di no».
Secondo lei?
«Sono curioso di vedere che succede. La sindaca, che era con loro,ha assicurato che parlerà con gli insegnanti del paese e spiegherà loro l’importanza di questo progetto. Sarebbe diverso da quanto accaduto in Irlanda, perché l’iniziativa parte dai bambini. Sono loro a dirci cosa serve per non farsi risucchiare dal telefonino. Adesso, tocca agli adulti essere in grado di rispondere».
Sul Venerdì dell’8 maggio 2026