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Senza cellulari e insieme si sta meglio

Bambini giocano nel cortile della St Patrick’s school a Greystones, Irlanda (Therese Aherne/The New York Times) 

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Greystones è una cittadina irlandese diventata celebre nel mondo per un esperimento (riuscito) voluto da scuola e genitori: far crescere i bambini smartphone-free. Reportage
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GREYSTONES – Black Mirror. Apologia dello specchio nero di cellulari e tablet. Come la distopia premonitoria dell’omonima serie tv, o come la canzone degli Arcade Fire che fa “la maledizione non si può interrompere”. Siamo appena arrivati al Cafe Grey, subito fuori la stazione di Greystones, a pochi metri dal vigoroso Mar d’Irlanda. Davanti a un “double macchiato” di prima mattina, un uomo legge The Magician di Colm Tóibín, due signore discutono amabilmente, tutti gli altri clienti guardano, magari con ammirazione, il telefonino o l’iPad. Sottofondo casuale, o forse no: We don’t talk anymore di Charlie Puth. Non parliamo più.Ma qualcosa sta cambiando. L’Australia ha annunciato lo stop dei social media agli under 16 e lo stesso l’Indonesia. Spagna, Austria, Grecia e Regno Unito potrebbero presto fare qualcosa di simile. Mentre l’Italia ora richiede la certificazione di età per accedere a contenuti porno online. “Dobbiamo proteggere i nostri figli” è la liturgia collettiva dei politici,…

GREYSTONES – Black Mirror. Apologia dello specchio nero di cellulari e tablet. Come la distopia premonitoria dell’omonima serie tv, o come la canzone degli Arcade Fire che fa “la maledizione non si può interrompere”. Siamo appena arrivati al Cafe Grey, subito fuori la stazione di Greystones, a pochi metri dal vigoroso Mar d’Irlanda. Davanti a un “double macchiato” di prima mattina, un uomo legge The Magician di Colm Tóibín, due signore discutono amabilmente, tutti gli altri clienti guardano, magari con ammirazione, il telefonino o l’iPad. Sottofondo casuale, o forse no: We don’t talk anymore di Charlie Puth. Non parliamo più.Ma qualcosa sta cambiando. L’Australia ha annunciato lo stop dei social media agli under 16 e lo stesso l’Indonesia. Spagna, Austria, Grecia e Regno Unito potrebbero presto fare qualcosa di simile. Mentre l’Italia ora richiede la certificazione di età per accedere a contenuti porno online. “Dobbiamo proteggere i nostri figli” è la liturgia collettiva dei politici, almeno a parole. Ma è qui a Greystones che si compiono i fatti. Perché da tre anni è in auge un progetto comunitario ed efficace, in questa lieta cittadina di 22 mila abitanti, a un’ora a sud di Dublino grazie al vecchio treno gialloverde Dart, una “freccetta” che ha le scritte in gaelico e taglia le scogliere con romantica fiacca. Perché Greystones è stata ribattezzata nel mondo “la città phone-free di bambini e ragazzini”. Ovvero, senza telefonini.

Nessuna imposizione dall’alto

C’incamminiamo dieci minuti più a nord dalla stazione, tra Irish pub, vezzose botteghe e un ristorante italiano decaduto, Bochelli. In un quartiere bucolico e residenziale sorge la St Patrick’s school, legata alla vicina e omonima chiesa dedicata al leggendario patrono dell’Irlanda. Al cancello ci accoglie Rachel Harper, la preside della scuola primaria (elementare): 400 bambini, oltre venti classi, questo istituto ha conquistato la fama mondiale per l’iniziativa “It Takes a Village”, ci vuole un villaggio, lanciata nel 2023, che ha coinvolto i genitori e la comunità intera per un obiettivo semplice e solo in apparenza impossibile, in quest’epoca di avatar: niente smartphone ai bambini, neanche in casa, almeno fino a quando non passano alla scuola secondaria. Missione compiuta. Il 70 per cento dei genitori di Greystones ha aderito al progetto, nonostante le statistiche raccontino che in Irlanda, Paese che ospita i quartieri generali europei di colossi hi-tech come Google e Meta, il primo smartphone in genere si ottiene a 9 anni d’età. Secondo l’associazione CyberSafeKids, l’83 per cento dei bambini irlandesi tra 8 e 12 anni di età ha accesso online nelle proprie stanze da letto. Ma ecco la rivoluzione: quello di Greystones non è un divieto deciso dall’alto, bensì una decisione collettiva dal basso. Tutto è iniziato proprio dalla preside Harper, nella sua scuola con i cartelli “It Takes a Village” sparsi ovunque, ovvero il manifesto firmato da otto presidi delle scuole locali. «Subito dopo la pandemia da Covid», racconta Harper al Venerdì, «i bambini registravano livelli di ansia più alti, e ce lo confermavano tutti i nostri insegnanti, ma anche quasi il 60 per cento dei genitori. Nei lockdown, avevano accresciuto la presenza online, con conseguenze evidenti, anche sulla concentrazione in classe».Come hanno evidenziato diversi studi, vedi quello della National Library of Medicine l’anno scorso, la prevalenza dei disturbi della salute mentale tra i giovani e gli adolescenti è aumentata a un ritmo allarmante negli ultimi decenni, con patologie come ansia, depressione e disturbo da deficit di attenzione e iperattività sempre più comuni: “Un fattore che ha ricevuto crescente attenzione è il ruolo dei social media e della tecnologia nel modellare lo sviluppo cerebrale degli adolescenti, il comportamento e il benessere emotivo”, si legge, “sebbene le piattaforme digitali offrano opportunità di connessione sociale, introducono anche rischi significativi, tra cui uso compulsivo dei social media, cyberbullismo, standard di bellezza irrealistici ed esposizione a contenuti pericolosi”.

Rachel Harper, preside della St Patrick’s school (Therese Aherne/The New York Times) 

Un grande sollievo

Dunque per Harper non c’è tempo da perdere. Nel marzo 2023 organizza un incontro in un teatro locale, che coinvolge i presidi delle otto scuole locali, ma anche genitori e rappresentanti della comunità: «Potevamo riempire altre due arene per tutta la gente che voleva entrare». Partecipano anche l’ex premier (Taoiseach) Simon Harris, oggi ministro degli Esteri e nato proprio a Greystones: “Non possiamo più permettere che i nostri figli siano cavie di esperimenti online”, scrive su Instagram. Dopo quel meeting, il governo finanzia due psicoterapeuti da condividere tra i vari istituti scolastici dell’area. Ma è subito evidente che non basta: «Con gli altri presidi ci siamo immediatamente resi conto che il problema era un altro: gli smartphone e l’esposizione dei nostri ragazzi online», ricorda Harper, «così abbiamo iniziato a consultarci con i genitori. La loro grande maggioranza era d’accordo con noi». «Ho percepito immediatamente il loro sollievo», continua Harper. Ed ecco uno dei motivi del successo di “It Takes One Village”: «Molti dei genitori avevano già pensato di non comprare gli smartphone ai propri figli, almeno fino alla scuola secondaria. Ma avevano il terrore di imporre una proibizione così netta, perché temevano le reazioni dei propri figli e soprattutto di renderli degli alieni agli occhi dei loro compagni con i cellulari. Grazie al nostro progetto, invece, hanno acquisito fiducia, perché hanno subito capito che non erano soli», ricorda Harper. «Non solo altri genitori la pensavano come loro, ma hanno goduto del sostegno della scuola e di tutta la comunità”.Così il progetto “It Takes a Village” è diventato un modello. «Mi chiamano presidi e autorità da tutto il mondo oramai per replicarlo», nota Harper. Nel tempo, l’iniziativa si è allargata: «Ora organizziamo anche corsi sull’alfabetismo digitale e la sicurezza online. Inoltre, ogni scuola ha bambini “ambasciatori” che promuovono workshop e attività offline», come quelle che si svolgono nel pomeriggio nel vicino Youth Café, dove i ragazzini si incontrano dopo le lezioni, senza black mirrors, e giocano a ping pong, Dungeons & Dragons o partecipano a workshop di danza o da barista, oltre a festicciole phone-free nella vicina spiaggia. «Non solo», continua Harper, «abbiamo istituito anche ambasciatori digitali nelle scuole secondarie, dove andranno a studiare i nostri alunni e che faciliteranno il trapasso nel mondo online».«Siamo davvero contenti senza smartphone», ci spiegano Rachael Capatina e Jack Sweeney, entrambi 11 anni e alunni della St Patrick’s, che ci parlano con il consenso di preside e genitori. «Mi vedo di più con i miei amici, e parliamo meglio senza telefonini!, racconta Rachel, «i social e Internet non mi spaventano, ma siamo consapevoli dei pericoli e sinceramente pensare che altri coetanei non possano postare un video scorretto di te online, o bullizzarti o offenderti, è una grande rassicurazione». «Giochiamo a tennis, golf, hockey e non pensiamo mai ai cellulari», continua Jack, «riusciamo a incontrarci e organizzarci comunque, anche senza WhatsApp: ci telefoniamo a casa o ci incontriamo in luoghi di ritrovo. E non ho fretta di avere uno smartphone, davvero. Preferisco disegnare e dipingere».

A tavola si torna a parlare

«Ovviamente non discriminiamo i bambini i cui genitori approvano gli smartphone», racconta Alizia Gisler, madre di origine svizzera ma in Irlanda da trent’anni, che non solo insegna alla St Patrick’s ma ha due figli nella stessa scuola, Bodie di 11 anni e Lori di 9. «Tuttavia, abbiamo notato che gli alunni senza cellulare mostrano minori cali di attenzione e concentrazione in classe. Anche per quanto riguarda i tablet, cerchiamo di limitare il loro uso insieme ai genitori. Ed è fondamentale il sostegno della comunità, ogni giorno». Perché qui tutti danno una mano. Come Paddy Holohan, che ha un supermercato, SuperValu, proprio su Church Road, la via principale della cittadina: «Lo ripeto ogni volta ai genitori di Greystones: se i loro figli vogliono sfruttarlo come luogo di incontro, o se hanno bisogno di fare una telefonata, le porte del mio supermarket sono sempre aperte». Ma lo stesso Holohan sta beneficiando degli effetti positivi di “It Takes a Village”: «Ho due figli, di 15 e 13 anni, e la nostra vita familiare è molto migliorata negli ultimi tre anni. Parliamo di più a tavola, condividiamo più momenti insieme e siamo decisamente più uniti».«Tutta la comunità si è stretta intorno al progetto», racconta l’italiana Anna Mazzarotto Coleman, in Irlanda dal 1987, e volontaria del progetto “It Takes a Village”. «In passato avevo una azienda di distribuzione di prodotti italiani di qualità, che ho venduto prima del Covid. Da allora mi sono impegnata molto nel volontariato, attualmente nelle carceri, e negli anni scorsi con il gruppo di cittadini “Greystones Town Team” che ha collaborato con il progetto per lo stop dei telefonini ai bambini. Da lì siamo diventati un esempio per tutto il mondo, perché troppi genitori erano in ansia per i loro figli. Noi li abbiamo aiutati. Ma non ci aspettavamo un simile successo».Eppure questo non è luddismo. Gli alunni possono utilizzare i computer a casa e a scuola, in sicurezza. «Io a mia figlia 15enne ho comprato un cellulare basico, senza accesso a internet, ma se le serve per studiare può usare il mio computer a casa», dice Stephen Flynn, che insieme al fratello gemello David ha fondato il ristorantino e alimentari Happy Pear, un’istituzione in Irlanda, con i suoi succulenti prodotti freschi a chilometro zero dalla vicina fattoria, e che ha oltre un milione di follower su Instagram. Ma il successo online della “Pera felice” non ha convinto Flynn a concedere uno smartphone ai figli: «Dobbiamo salvare questi ragazzi. I social media sono costruiti scientemente per sfruttarli, fargli scrollare continuamente i post e accumulare così enormi profitti. Non dobbiamo permetterglielo».È pomeriggio e il sole diventa all’improvviso opprimente. Qualche americano si appresta a fare surf, mentre bambini e adolescenti escono da scuola. Il contrasto è evidente. La maggior parte degli studenti delle scuole secondarie, per esempio la St David’s di fronte alla statua del grande orso Beach Bear sulla scogliera, abbandona l’edificio fissando il cellulare, con il collo curvo. Uno di loro ci dice di non essere un «fucking loser», ossia un “perdente del c…” senza cellulare. Jane e Rose assicurano invece di usare lo smartphone con moderazione: «Come faremmo senza?». Invece i più piccoli delle scuole primarie, tanti dei quali ancora senza telefonino, sembrano più felici. Ridono. Si divertono.

La politica? Latita

Restano due dubbi. Un progetto del genere, in una comunità così coesa come Greystones, può essere replicato anche in grandi città, dove i genitori sono spesso in ansia per la sicurezza dei propri figli e preferiscono che abbiano sempre uno smartphone con sé? «Secondo me sì», replica la preside Harper, «sono stata contattata anche da colleghi di metropoli di ogni angolo del mondo. L’importante è avere la coscienza di costruire un movimento dal basso e applicarlo a livello locale, coinvolgendo la comunità, magari anche in un solo quartiere o in una circoscrizione». Inoltre, aggiunge Gisler, «se l’urgenza è quella di poter contattare sempre i figli, si possono sempre fornire loro i vecchi Nokia, solo per chiamate e sms».Infine, non dovrebbero essere governi e autorità a lanciare e coordinare virtuosi progetti come “It Takes a Village”? Così la pensa Eoghan Cleary, insegnante e vicepreside presso la scuola secondaria Temple Carrig di Greystones: «Per quanto questa iniziativa sia straordinaria e lodevole, i politici non ci fanno una bella figura, perché sono ancora latitanti nell’imporre regole stringenti ai giganti hi-tech. Persino a Greystones, il 30 per cento di bambini e ragazzini è ancora esposto a violenza e pornografia online, molto spesso della working class e di famiglie più disagiate. Questi esemplari progetti a livello locale non bastano a tappare l’inerzia di molti governanti, che abbandonano le nuove generazioni nel far west online».

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