Ci sono lunghe notti d’inverno illuminate dai fuochi, e c’è il suono cavernoso delle campane. Ci sono danze che celebrano la madre terra e alberi che si sposano a primavera. Ci sono uomini e donne uniti da un canto, un ritmo, un respiro, come un’anima collettiva che proietta nell’universo la propria speranza, la propria paura, la propria preghiera. Ma c’è altro, c’è di più: ci sono luoghi dello spirito dove la parola non arriva, perché, come dice la fotografa Alessia Rollo, «i riti non si possono spiegare, bisogna viverli». Ed è proprio per dar forma a quello spazio inenarrabile che serve l’immagine. Frutto di un viaggio durato cinque anni tra regioni e isole del Sud Italia, Altera Italia, libro di Alessia Rollo appena uscito per Miracoli Visivi, è una mappa immaginifica di ciò che resta dei riti ancestrali nel meridione: processioni, carnevali e falò, liturgie dalle antiche radici pagane, nate per mediare simbolicamente la relazione tra l’umano e il caos, la morte, la vita e la rinas…
Ci sono lunghe notti d’inverno illuminate dai fuochi, e c’è il suono cavernoso delle campane. Ci sono danze che celebrano la madre terra e alberi che si sposano a primavera. Ci sono uomini e donne uniti da un canto, un ritmo, un respiro, come un’anima collettiva che proietta nell’universo la propria speranza, la propria paura, la propria preghiera. Ma c’è altro, c’è di più: ci sono luoghi dello spirito dove la parola non arriva, perché, come dice la fotografa Alessia Rollo, «i riti non si possono spiegare, bisogna viverli». Ed è proprio per dar forma a quello spazio inenarrabile che serve l’immagine. Frutto di un viaggio durato cinque anni tra regioni e isole del Sud Italia, Altera Italia, libro di Alessia Rollo appena uscito per Miracoli Visivi, è una mappa immaginifica di ciò che resta dei riti ancestrali nel meridione: processioni, carnevali e falò, liturgie dalle antiche radici pagane, nate per mediare simbolicamente la relazione tra l’umano e il caos, la morte, la vita e la rinascita, che Rollo racconta con una fotografia che non è documentazione, ma interpretazione e rivelazione.
Un racconto che sceglie un’altra prospettiva – personale e viscerale, ma mai nostalgica – rispetto a quella di matrice scientifica ed etnografica: il punto di vista di una donna del sud, che rivendica il patrimonio rituale come parte integrante della sua storia individuale e sociale e che insinua, nella trama delle sue immagini psichedeliche e ambigue, il dubbio, l’invisibile, il mistero.
«Non avevo mai pensato di lavorare sulle mie origini» dice Rollo, che è nata in Puglia. «Tutto è cominciato perché, studiando la storia della fotografia italiana, mi sono ritrovata ad analizzare le immagini risalenti agli anni 50 e alle spedizioni di Ernesto De Martino. In quella narrativa ho visto qualcosa che riconoscevo ma che non combaciava del tutto con ciò che mi era stato passato dalla memoria delle mie nonne e dei miei nonni. Ho avuto la sensazione che, in quella lettura dalla quale il meridione emergeva come arcaico e primitivo, ci fosse una parte di racconto che mancava. Guardandomi dentro, mi sono resa conto di aver io stessa interiorizzato un forte antimeridionalismo, come se quell’immagine ci avesse collettivamente convinte e convinti che il Sud fosse solo un luogo da abbandonare, senza interrogare quella cultura in alcun modo».
È per fare i conti con una sorta di eredità negata, per rimettere insieme i pezzi di una “genealogia del Sud” in grado di abbracciare ombre e luci, che Rollo ha intrapreso la sua ricerca. Il primo passo è stato viaggiare negli archivi, riscoprendo e rielaborando immagini di fotografi e documentaristi come Chiara Samugheo, Franco Pinna, Cecilia Mangini, Luigi Di Gianni e Gianfranco Mingozzi, che di quella stagione dell’antropologia erano stati attenti testimoni: Rollo le usa come una tavolozza, le dipinge, le perfora creandoci sopra ricami di minuscole stelle. Ne fa materia viva e palpitante, in cerca di quelle sfumature che l’obbiettivo, che per sua natura tende a semplificare la complessità delle cose, non può registrare: «La scelta di manipolare le immagini d’epoca non nasce dalla volontà di cancellarle, ma di sovrapporci altri livelli di lettura. Rielaborare le immagini, per me, significava cercare di riportarle a un livello di astrazione che non comunica sul piano della comprensione, ma su quello della sensazione: il rito non ha mai un significato chiaro e univoco, ma ha sempre una dimensione suggestiva».
Il secondo passo è stato quello di mettersi fisicamente in viaggio, attraversando Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna, sulle tracce dei rituali sopravvissuti tanto alla cristianizzazione quanto alla disneyficazione a servizio del turismo di massa, ancora oggi celebrati per ingraziarsi gli elementi, propiziarsi i raccolti, onorare la natura, dialogare col divino. È qui che l’artista è stata testimone di matrimoni tra alberi, si è lasciata trasportare dal dondolio ipnotico dei campanacci, ha danzato tra maschere cornute e si è messa in processione tra uomini vestiti di rovi, riscoprendo il potere della catarsi e della trance. «Molti di questi rituali non sono un’invenzione del Sud, ma hanno connessioni con altre ritualità del mondo: allargando un po’ la visione, si percepisce più chiaramente come non siano sintomi di arretratezza, ma un’eredità culturale profonda, con un orizzonte molto più vasto del Sud Italia. Molti riti, inoltre, sono legati a una coscienza ecologica, celebrano valori che oggi stiamo recuperando, come l’unione tra uomo e natura. Non essendo mai stati verbalizzati, perché i riti si trasmettono solo attraverso la pratica, sono stati sempre sottovalutati come forma di cultura».