Scrivo questo testo dopo averlo appuntato a penna sopra un’agendina almeno cinque mesi fa. A volte succede, che le parole facciano capolino, in tante o solo un piccolo manipolo indeciso, e poi si intimidiscano di colpo o si spaventino, o vai a capire cosa gli succede. Insomma, però finisce che ogni tanto, dopo aver tentato la sortita, battano veloci in ritirata dentro il carapace e non ne vogliano sapere di tornare allo scoperto, fosse anche solo per completare il senso di una frase. A volte la ragione è misteriosa, né io mi attento troppo a indagarla. Altre c’è una reticenza che si impone, o una superstizione, come in questo caso. Perché c’è di mezzo una donna, una madre – e una scrittrice – che si mette a scrivere di due figli che hanno scelto di non esserci più, di propria mano.
L’appunto cominciava in verità da un istinto trattenuto. Quello di raggiungere mio figlio seduto sul divano per i fatti suoi, una domenica mattina. Farlo è un movimento naturale. Quello di sporgersi verso i…
Scrivo questo testo dopo averlo appuntato a penna sopra un’agendina almeno cinque mesi fa. A volte succede, che le parole facciano capolino, in tante o solo un piccolo manipolo indeciso, e poi si intimidiscano di colpo o si spaventino, o vai a capire cosa gli succede. Insomma, però finisce che ogni tanto, dopo aver tentato la sortita, battano veloci in ritirata dentro il carapace e non ne vogliano sapere di tornare allo scoperto, fosse anche solo per completare il senso di una frase. A volte la ragione è misteriosa, né io mi attento troppo a indagarla. Altre c’è una reticenza che si impone, o una superstizione, come in questo caso. Perché c’è di mezzo una donna, una madre – e una scrittrice – che si mette a scrivere di due figli che hanno scelto di non esserci più, di propria mano.
L’appunto cominciava in verità da un istinto trattenuto. Quello di raggiungere mio figlio seduto sul divano per i fatti suoi, una domenica mattina. Farlo è un movimento naturale. Quello di sporgersi verso il suo spazio, scivolare verso di lui, e appaiarsi in uno spazio corporale condiviso. Aggiungere parole, da parte mia, non sempre è necessario. Di solito rispondo a un suo richiamo, che forse è una richiesta di attenzione, forse la ripetizione di un gesto che ripeterà (che tutti ripetiamo, più o meno consapevolmente) per il resto dei suoi giorni: quello di rompere la noia prima ancora che cominci, per pura prevenzione. E però nell’appunto scrivevo che quando stavo per lanciarmi in un assalto di solletico – o qualcosa di analogo che non ho registrato sul quaderno – ho visto che teneva aperto un libro: la nuca sul cuscino, il piede abbandonato sopra la spalliera del divano.
Non era mai successo, aveva imparato a leggere da poco. Ma anche quell’apprendimento era rubricato più come un’impresa che come l’opzione di un’autonomia. Detto altrimenti, chiedeva – a me o alla madre – che leggessimo per lui. Non gli interessavano tanto le figure, fissava un punto della stanza in cui proiettare quello che gli succedeva nella testa all’ingresso della voce. Poi il libro si chiudeva e tornavamo a essere le persone che eravamo, dopo esserci incontrati – durante la lettura – in uno spazio sospeso.
Finché poi, appunto, un giorno il libro se l’è preso, da sopra il tavolino, una storia per bambini di calciatori in una piccola squadretta di Milano. E accorgermi di quel che era successo, e sbilanciarmi verso di lui – una perdita di equilibrio – per poi tirarmi indietro, è stato l’evidenza dell’avvenimento. Prendere il quaderno, appuntare quel momento, ha fatto il resto.E poi ecco l’altro istinto. Senza averci pensato, ho preso un libro e mi sono seduto accanto a lui, a leggere anche io. Non se n’è nemmeno accorto, per un pezzo. Ha solo passato il piede dalla spalliera al mio ginocchio. E il resto è stato solo starsene appaiati: io a leggere di una donna che prima aveva due figli e poi è rimasta senza perché avevano preferito la morte alla vita, e mio figlio infilato dentro un mondo di campetti di provincia. Non chiedermi niente, non dirgli niente, è stato il nostro patto silenzioso. Tutto succedeva insieme, ognuno in un mondo che in quel momento era tutto l’universo, il diventare grandi, l’essere figli, genitori, il nascere e il morire. Riprendo quegli appunti adesso e porto a compimento questa storia. Che finisce con quel libro doloroso, Le cose in natura semplicemente crescono, di Yiyun Li, che un martedì di inizio maggio vince il Premio Pulitzer.
Sul Venerdì del 15 maggio 2025