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Annalisa Cuzzocrea: Le scelte di noi donne

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Il problema non è la giornalista che lascia il lavoro per un disegno della figlia, ma le opposte narrazioni che se ne fanno
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Qualche giorno fa una notizia apparentemente senza importanza ha fatto il giro del mondo. Riguardava una giornalista sportiva britannica che annunciava di aver deciso di smettere di lavorare, dopo aver visto un disegno della figlia – disegno sinceramente incomprensibile – che la raffigurava sdraiata al telefonino. Sarebbe stata quella, l’epifania. Capire di essere agli occhi della propria figlia sempre altrove, e non con lei. E per questo, decidere di lasciare il lavoro, perché «è la cosa più importante tra le meno importanti».

Polemicamente, ho suggerito che la domanda successiva avrebbe dovuto essere: «E cosa intende fare per vivere? Farsi mantenere? Eccoci tornati agli anni 50». Una giovane amica mi ha redarguita: «Per non tornare a quegli anni dovremmo forse cominciare a non giudicare le scelte che non ci piacciono».

La mia idea era diversa, non giudicavo la scelta, ma l’elegia che ne avevano fatto quasi contemporaneamente tutti i siti inglesi e italiani. Al di là di questo, però,…

Qualche giorno fa una notizia apparentemente senza importanza ha fatto il giro del mondo. Riguardava una giornalista sportiva britannica che annunciava di aver deciso di smettere di lavorare, dopo aver visto un disegno della figlia – disegno sinceramente incomprensibile – che la raffigurava sdraiata al telefonino. Sarebbe stata quella, l’epifania. Capire di essere agli occhi della propria figlia sempre altrove, e non con lei. E per questo, decidere di lasciare il lavoro, perché «è la cosa più importante tra le meno importanti».

Polemicamente, ho suggerito che la domanda successiva avrebbe dovuto essere: «E cosa intende fare per vivere? Farsi mantenere? Eccoci tornati agli anni 50». Una giovane amica mi ha redarguita: «Per non tornare a quegli anni dovremmo forse cominciare a non giudicare le scelte che non ci piacciono».

La mia idea era diversa, non giudicavo la scelta, ma l’elegia che ne avevano fatto quasi contemporaneamente tutti i siti inglesi e italiani. Al di là di questo, però, la giovane amica aveva ragione.Perché mi sono infiammata così? Perché sono stata cresciuta con l’idea che la libertà di una donna dipenda dal suo lavoro, non avendo rendite. E perché ogni elegia contraria mi sembra mettere in crisi quello che sono.

Solo che, è vero, bisogna mettersi anche nei panni di chi ha deciso altro per sé, ed è magari ferito da elegie contrarie:la donna manager capace di fare otto cose insieme con agilità per poi tornare a casa e cucinare pure una torta. Il problema, sono le narrazioni che si costruiscono intorno a donne e lavoro. Facendo di storie particolari dei simboli senza osservare mai le scelte con il rispetto dovuto a ogni singola vita.

Ho chiamato mia madre: ma tu, negli anni 70, perché eri così fissata con l’idea di lavorare? E perché mi hai messo in testa che la prima cosa a cui pensare, nella vita, fossero lo studio prima e il lavoro poi? «Perché i miei fratelli erano molto più grandi di me», mi ha detto, «e mi pesava il fatto di dipendere da loro. Avevamo solo la pensione del nonno. Avevamo speso tutto per fare la casa. Nonostante questo, ho voluto fare il classico, volevo fare qualcosa di grande. E avrei voluto iscrivermi a Medicina. Mia madre mi disse: non me la sento di dire ai tuoi fratelli di non sposarsi perché tu vuoi studiare altri dieci anni. Allora ho fatto Lettere, ma classiche! E poi…».

E poi? «Erano tempi difficili. Avevo visto vedove perdere tutto in un giorno e non essere in grado di mantenere i figli, amiche che dipendevano in tutto dai mariti. Quando papà mi corteggiava gli ho detto: a costo di spendere quel che guadagno in aiuti per la casa e per i figli, io lavoro». Mia madre si svegliava all’alba e cucinava prima di andare a scuola a ore di auto di distanza, mio padre – quando tornava – la lasciava riposare e lavava i piatti. Il problema, forse,è che sono cresciuta così.

Sul Venerdì del 22 maggio 2026

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