Steven Spielberg ad Alberto Angela: “Se gli alieni arrivano, io sono pronto”
di Alberto AngelaImmaginate di accendere il computer e vi appare Steven Spielberg che si rivolge a voi, solo a voi. Sembra impossibile, ma a me è accaduto. Parlare con lui per me è come parlare con una persona irraggiungibile, è un sogno che si avvera. Siamo qui per discorrere di fantascienza, a partire dal suo nuovo film, Disclosure Day. Hai una lista di domande, cerchi quelle che sembrano più interessanti, perché è un’occasione unica. Quando compare ha un berretto e un maglione, immagino che a New York faccia freddo. È mattina lì. Sono la prima immagine che vede nella giornata, spero di non rovinargliela. Ed è incredibile come ti mette a tuo agio: Steven Spielberg è una persona normale.
Non è solo quello di film incredibili che hanno attraversato la mia storia: quelli di fantascienza, certo, ma anche Schindler’s List, Duel, Lo squalo. Abbiamo anche una storia in parte simile, entrambi con genitori che ci hanno fatto crescere immersi nella scienza, nel desiderio di sapere. Cresciuti quando i bambini …
Immaginate di accendere il computer e vi appare Steven Spielberg che si rivolge a voi, solo a voi. Sembra impossibile, ma a me è accaduto. Parlare con lui per me è come parlare con una persona irraggiungibile, è un sogno che si avvera. Siamo qui per discorrere di fantascienza, a partire dal suo nuovo film, Disclosure Day. Hai una lista di domande, cerchi quelle che sembrano più interessanti, perché è un’occasione unica. Quando compare ha un berretto e un maglione, immagino che a New York faccia freddo. È mattina lì. Sono la prima immagine che vede nella giornata, spero di non rovinargliela. Ed è incredibile come ti mette a tuo agio: Steven Spielberg è una persona normale.
Non è solo quello di film incredibili che hanno attraversato la mia storia: quelli di fantascienza, certo, ma anche Schindler’s List, Duel, Lo squalo. Abbiamo anche una storia in parte simile, entrambi con genitori che ci hanno fatto crescere immersi nella scienza, nel desiderio di sapere. Cresciuti quando i bambini avevano la curiosità per il futuro. Spielberg è subito amichevole, empatico, e quella lista di domande diventa un dialogo, che si conclude con un invito: speriamo di incontrarci di persona un giorno. Ecco, è stata un’emozione unica sentirglielo dire perché ha reso tutto ancora più “fantascientifico”.
A proposito di fantascienza: noi a Roma siamo già nel futuro. Sei o nove ore avanti rispetto a lei. Dipende se è sulla costa est o ovest. «Sono a New York. Sei ore, giusto? Vedo che ha una mappa enorme dietro di lei».
Sì, beh, in qualche modo continuo a restare un bambino e a essere affascinato dai viaggi. Sono nel mio ufficio, stiamo preparando nuovi episodi dei nostri programmi, in questo periodo è così difficile viaggiare. Spero che le cose cambieranno presto. Sono molto felice di parlare con lei perché la stimo da sempre moltissimo. Mi sono sempre chiesto: da dove viene la sua fascinazione per la fantascienza? «Viene da mio padre, che era un ingegnere elettrico. Quello era un lato del suo cervello. L’altro lato era appunto l’amore e la fascinazione per la fantascienza. Leggeva molti racconti sul tema. Da bambino ero circondato dai suoi libri: io ancora non sapevo leggere, ma spesso me li leggeva lui. Ed erano tutte storie straordinarie, pochissime delle quali si svolgevano sul pianeta Terra».
In un certo senso, abbiamo storie familiari simili, perché mio padre era un giornalista che si occupava di scienza. Ma le chiedo, crede che ci sia vita su altri pianeti? «Sì, assolutamente. Penso sia matematicamente e scientificamente impossibile che siamo l’unico organismo biologico nel cosmo».
Sono d’accordo con lei. Tornando alla fantascienza, pensa che sia qualcosa che mantiene viva la curiosità che abbiamo da bambini? «Beh, la fantascienza è come andare in palestra per la tua immaginazione. È come... un allenamento. Ed è un muscolo, un muscolo che non ha alcuna forza gravitazionale in nessuna direzione. In realtà dà ai lettori – a chi ama immaginare grandi storie di fantascienza – una sensazione di… assenza di peso. Ecco, credo che la fantascienza mi abbia sempre fatto sentire senza peso».
Entrambi veniamo da un secolo in cui, quando eri bambino, guardavi al futuro e immaginavi astronauti con scafandri d’argento che scoprivano pianeti e civiltà extraterrestri. Non sono sicuro che sia ancora così. Pensa che i bambini di oggi abbiano lo stesso approccio verso il futuro, che in qualche modo sia legato alla fantascienza? «I miei figli certamente hanno un’immaginazione enorme e amano le storie d’amore che non sono legate alla vita reale. E ovviamente, adorano tutti i film di supereroi, i film Marvel, i film DC e quelle cose che abbiamo fatto sia io che altri colleghi che sono esercizi di immaginazione, quasi di magia. Ma forse io non sono il più grande fautore della magia: sostengo la credibilità della fisica. E i miei film di fantascienza, a differenza di quelli del mio collega e migliore amico George Lucas, si svolgono interamente sul pianeta Terra. Perché credo nel contrasto tra la nostra realtà e la capacità di accettare di non essere, forse, soli. Di non essere mai stati soli».
Una cosa che mi piace molto del suo approccio è che la fantascienza non è rivolta al futuro ma anche al passato. Con Jurassic Park ha fatto una cosa incredibile, in qualche modo ci ha fatto capire che il miglior viaggio nel tempo non è solo nel futuro ma anche nel passato. Io vivo in un Paese dove il passato è ovunque, quindi diventa facile viaggiare con l’immaginazione. Ha girato molti film di fantascienza: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., A.I. – Intelligenza artificiale, Minority Report, La guerra dei mondi. Ha detto che E.T. e Incontri ravvicinati le hanno permesso di affrontare anche questioni personali, come la separazione delle famiglie e i divorzi. In Disclosure Day c’è qualcosa di altrettanto intimo e personale? «Sì, contiene certamente molta intimità, molti momenti personali nel film, ma meno legati alla mia crescita e alle mie esperienze, più ai personaggi attraverso cui abbiamo scelto di raccontare la storia. Il film abbraccia il mio interesse di una vita per la domanda: siamo stati visitati da civiltà avanzate di altri pianeti? Un tema a me caro che ho già esplorato in altri casi. Ma non è necessariamente un’analisi approfondita della mia vita personale: a quella ho dedicato il mio film precedente, The Fabelmans».
L’invasione aliena è una metafora del momento presente? O, al contrario, è un modo per portarci altrove rispetto a ciò che vediamo in televisione, nei telegiornali? Il film è in qualche modo collegato al nostro momento storico? «Disclosure Day è un film contemporaneo. Non faccio molti film contemporanei. Ci sono mie regie come Ready Player One e Minority Report e film che ho prodotto come Ritorno al futuro che si svolgono nel futuro e nel passato. Questo è uno dei pochi film completamente contemporanei che ho diretto. E riguarda qualcosa che credo stia succedendo proprio ora».
Ha detto che la scoperta di vita aliena avrebbe enormi conseguenze sociali e tecnologiche. Che conseguenze immagina? «Beh, la scoperta della vita nell’universo sarebbe una svolta enorme e aprirebbe certamente la mente delle persone all’idea che la razza umana possa non essere il centro dell’universo conosciuto. E questo ci renderebbe un po’ più empatici verso il grande ignoto. Ma la rivelazione che civiltà extraterrestri e intelligenze molto grandi interagiscono con noi da, magari, ottant’anni è qualcosa che creerebbe un po’ più di sconvolgimento sociale, credo, tra molte persone, specialmente tra quelle religiose. Quindi penso che un Disclosure Day, un giorno di “rivelazione” di queste notizie, avrebbe implicazioni rivoluzionarie. Temporaneamente di sicuro, forse non permanentemente».
Saremmo costretti a riconsiderare le nostre religioni che risalgono a migliaia di anni fa e dovremmo gestire una nuova prospettiva, un nuovo modo di pensare alla vita. Le faccio una domanda più personale riguardo al teorico ed eventuale contatto con altre forme di vita, all’incontro tra esseri umani ed extraterrestri che ha raccontato più volte nella sua filmografia. Cosa consiglierebbe alle autorità e agli uomini e alle donne del futuro qualora si presentasse questo scenario? «Penso che ognuno avrà una reazione diversa. Quando arriverà un giorno del genere… Parlo per me, io lo accoglierei volentieri, se dovesse arrivare. Le dirò una cosa interessante. Mentre giravo Incontri ravvicinati del terzo tipo mi chiedevo: non sarebbe meraviglioso se tutto questo si rivelasse vero? E ora, cinquant’anni dopo, penso: non sarebbe meraviglioso se finalmente la gente scoprisse che tutto questo è vero? Ed è stato per questo che volevo girare Disclosure Day. È ciò che ci ha motivato a raccontare la storia ora, perché c’è un’enorme quantità di informazioni che ci sta indirizzando nella direzione in cui… insomma, ci sono persone in tutto il mondo che sanno molto più di quanto siano mai disposte a dirci».
Quindi pensa che ci siano verità che ci vengono nascoste? «Sì, credo di sì. Penso che le prove circostanziali siano schiaccianti. Sa, davvero lo credo. Voglio dire, ci sono state a Capitol Hill le audizioni del Comitato permanente speciale della Camera dei rappresentanti sugli affari di intelligence sugli Ufo, ora chiamati Uap, fenomeni anomali non identificati. Hanno tenuto queste udienze nel 2023 e ci sono stati testimoni davanti a un Congresso bipartisan e al popolo americano. Ed è stato sorprendente ciò che è uscito fuori. E quelle udienze ancora continuano. È la prima volta che al governo prendono davvero sul serio il fenomeno Uap».
Secondo lei quello che racconta nel film potrebbe succedere? «Il mio film parla dei tentativi di impedire che il giorno della rivelazione abbia mai luogo. Anche per questo ci sono molta azione e suspense. Comunque sì, penso che sia possibile. Ma io non ho alcun controllo su questo. Sono un regista. Quindi non ho accesso a informazioni classificate. Spero che il mio film incoraggi chi sa a rivelare ciò che sa. È il meglio che posso sperare».
Ha girato un film sull’intelligenza artificiale ben 25 anni fa, A.I. Come è cambiata la sua idea sull’argomento? «Quando ho girato A.I. in realtà era un progetto di Stanley Kubrick. Una sua idea. È stato lui a comprare il racconto breve (di Brian Aldiss, ndr) e a coinvolgermi per collaborare con lui per raccontare la storia. E poi, quando è morto, la vedova, Christiane, e il cognato, Jan Harlan, mi hanno incoraggiato a scrivere la sceneggiatura e a realizzare il film, cosa che ho fatto. Per onorare Stanley e anche per onorare la mia profonda ammirazione e rispetto per uno dei più grandi insegnanti che abbia mai avuto in vita mia. Ma il film di Stanley parlava di robotica, robotica senziente, non di un algoritmo che va ben oltre le ambizioni di Stanley per l’Ia e la storia del film. L’intelligenza artificiale ora è molto più complicata della storia che Stanley ed io abbiamo raccontato».
Nel cinema ci sono due approcci diversi per raccontare civiltà extraterrestri che arrivano sulla Terra o incontrate altrove. Il primo è l’approccio di Star Wars: occhi multipli, tentacoli e cose del genere. L’altro è quello dei suoi film e forse anche di Star Trek, con alieni più “simili” agli umani. Se li immagina simili a noi o diversi? «Penso che gli organismi biologici extraterrestri siano il risultato delle condizioni e dell’ambiente in cui esistono. Dipende tutto da quanto il loro pianeta è lontano dal sole, dal tipo di forza di gravità… Seguo il fenomeno Ufo da quando ero molto, molto piccolo, e quasi ogni incontro ravvicinato del terzo tipo, mettiamola così, quasi tutti i rapporti sugli extraterrestri parlano di umanoidi nella forma, anche se non assomigliano agli esseri umani. Il 95 per cento dei report, a partire dal 1947, fa riferimento a creature umanoidi, a entità umanoidi».
A questo proposito, nei suoi film possono esserci alieni molto amichevoli, come E.T., o molto aggressivi, come quelli di La guerra dei mondi. Penso che dipenda anche dal periodo storico in cui questi film sono stati prodotti, ma nell’ambito delle ipotesi come potrebbe essere il primo contatto con una civiltà aliena? Sarebbero aggressivi o amichevoli verso gli esseri umani? «L’arrivo di un’altra civiltà sfiderebbe tutto ciò che sappiamo sulla scienza. Nessuno su questo pianeta sa come viaggiare più veloce della luce. Quindi serve un paradigma della scienza fisica completamente diverso per permetterci anche solo di immaginare che potremmo essere visitati, anche da un sistema planetario a trenta anni luce da qui. Ma la mia sensazione è che, se venissero a farci visita, non sarebbe un esercito in viaggio per conquistare, ma sarebbe più in termini di esplorazione. Ho sempre guardato il cielo e pensato: se arrivano qui, i nostri visitatori sono curiosi, preoccupati e certamente cauti nelle loro osservazioni della razza umana, su dove stiamo portando il futuro del nostro pianeta, dal momento che ora abbiamo il potere di prosperare o di perire».
Immagino che la sua risposta dipenda anche dal tempo in cui siamo nati entrambi, abbiamo visto l’atterraggio dell’Apollo 11, le missioni Apollo. Quello era lo spirito positivo della civiltà umana nei confronti di ciò che ci aspetta, ma purtroppo credo che l’abbiamo perso da qualche parte, oggi c’è molto pessimismo verso il futuro. Cosa direbbe a un bambino che nasce oggi o tra qualche anno, quale sarebbe il suo suggerimento per affrontare la vita, l’innovazione, il futuro? «Il mio miglior consiglio è: cerca di capire che quando incontri qualcun altro è proprio come te, che condividiamo le stesse cose che ci uniscono e allo stesso tempo ci separano. E che crescendo, dovremmo guardare ai nostri amici, identificarci con loro. Insomma, credo che bisognerebbe crescere con l’empatia, non con la paura. E che cosa causa empatia? La curiosità. Quindi spero che i bambini possano avere curiosità invece che paura. È così che cresco i miei figli. E ne ho sette».
Ed è così che anche io ho cresciuto i miei. Voglio dirle un’ultima cosa, per curiosità. Quando lei ha lavorato e prodotto Jurassic Park, io e mio padre stavamo effettivamente producendo e lavorando a una serie di più episodi sui dinosauri, Il pianeta dei dinosauri, appunto. Con i blue screen, i dinosauri meccanici e tutto il resto. A un certo punto ci è giunta la notizia che Michael Crichton aveva scritto un libro sui dinosauri. Fantastico, abbiamo pensato. E poi abbiamo saputo che lei stava girando un film. Quindi abbiamo dovuto correre e lavorare in fretta. E alla fine siamo andati in onda esattamente nello stesso periodo. «Fantastico. Bellissimo».
E posso dirle che guardando il suo Jurassic Park ho capito esattamente le immense difficoltà che ha dovuto affrontare per realizzarlo. E anche se sono passati oltre trent’anni voglio farle le mie congratulazioni: ha fatto un lavoro semplicemente fantastico. «Grazie. Grazie per avermelo detto. Spero che un giorno potremo incontrarci di persona, Alberto, non solo attraverso uno schermo».