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Perché Sparta piace tanto alle destre

Il monumento al re Leonida alle Termopili, la località greca dove nel 480 a.C. gli spartani bloccarono l’avanzata persiana (Getty images) 

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Da Trump a Netanyahu alla gioventù meloniana: è in gran rispolvero il mito dell’antica città guerriera e xenofoba. Ma che cosa si nasconde dietro il revival? Lo abbiamo chiesto a due specialisti. La risposta: «Falsità storiche e giochetti ideologici»
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Luciano Canfora non perde tempo a cercare le parole: ignoranti. Per l’illustre antichista non c’è altro modo di definire chi prende la storia e ne fa un uso volgare e strumentale. Ora va di moda l’irresistibile fascinazione di conservatori, autarchi e postfascisti per il “modello spartano”, e il professore ci va giù duro: «Da un lato dimostrano di non conoscere le cose, dall’altro denunciano la loro postura culturale. Da qualsiasi parte la si veda, un disastro».

Effettivamente, tra echi di falangi, epiche battaglie e molta approssimazione formato Netflix, a destra è scoppiata una specie di epidemia. A due millenni e mezzo di distanza, se è vero che l’epoca d’oro di Sparta risale al V secolo avanti Cristo. Breve elenco: case editrici che pubblicano opuscoli sull’Idea spartana, lo stand ad Atreju con il maxi poster del re Leonida (quello delle Termopili), Giorgia Meloni sorridente accanto al fumetto che la ritrae in armatura da oplita, i giovani di Fratelli d’Italia che organizzano i ca…

Luciano Canfora non perde tempo a cercare le parole: ignoranti. Per l’illustre antichista non c’è altro modo di definire chi prende la storia e ne fa un uso volgare e strumentale. Ora va di moda l’irresistibile fascinazione di conservatori, autarchi e postfascisti per il “modello spartano”, e il professore ci va giù duro: «Da un lato dimostrano di non conoscere le cose, dall’altro denunciano la loro postura culturale. Da qualsiasi parte la si veda, un disastro».

Effettivamente, tra echi di falangi, epiche battaglie e molta approssimazione formato Netflix, a destra è scoppiata una specie di epidemia. A due millenni e mezzo di distanza, se è vero che l’epoca d’oro di Sparta risale al V secolo avanti Cristo. Breve elenco: case editrici che pubblicano opuscoli sull’Idea spartana, lo stand ad Atreju con il maxi poster del re Leonida (quello delle Termopili), Giorgia Meloni sorridente accanto al fumetto che la ritrae in armatura da oplita, i giovani di Fratelli d’Italia che organizzano i campi giovanili sul modello dell’agoghé, l’antica educazione guerriera (lo racconta Tomaso Montanari nel suo ultimo libro, La continuità del male), la retorica trumpiana che riesuma il mito della forza spartana, Netanyahu che vuole fare degli israeliani i Lacedemoni del terzo millennio, gli Spartiati 2.0 entrati nel Parlamento greco come filiazione della disciolta Alba Dorata. Per i destri di ogni dove e a qualsiasi intensità Sparta è modello à la carte, di cui si prende ciò che serve e si butta il resto, con gli avanzi nel calderone dei fake.

Prendi i 300, quelli del film. Laura Pepe, storica e autrice di Sparta (Laterza) ricontestualizza il presunto immane eroismo delle Termopili: «Era un mondo diverso, i 300 di Leonida andarono a combattere, mica ad immolarsi. Lo scenario cambia all’improvviso perché vengono traditi, ma resistere invece di ritirarsi non equivale a una missione suicida, bisognava fare così. Nell’antica Grecia morire in battaglia è la bella morte, trecento ateniesi avrebbero fatto lo stesso. Dieci anni prima erano stati i maratonomachi a sconfiggere i persiani a Maratona, ma il mito si è trasmesso con un impatto diverso. La narrazione più forte, quella sopravvissuta fino a noi, è stata quella delle Termopili, perché lì la sconfitta si è caricata di un grande significato simbolico».

Su Sparta il professor Canfora e la docente della Statale di Milano la pensano diversamente: il primo la considera per certi versi un unicum, la seconda ritiene i Lacedemoni più simili di quanto si creda agli altri greci. Dice Canfora: «Le destre fascistoidi trovano in Sparta un modello di purezza razziale, di separazione dallo straniero sulla base del sangue». Pepe è d’accordo sulla strumentalizzazione ma aggiunge: parte di questo innamoramento si basa su una forzatura, «tutte le città greche erano chiuse, con i cittadini parte della comunità e tutti gli altri, a vari livelli, esclusi. La specificità in questo senso di Sparta dipende molto dalle narrazioni. Non dimentichiamo che della città è giunto a noi quasi niente, l’idea che tuttora circola di Sparta è quella trasmessa da Atene, a cominciare da Pericle. È lui che nel 431 esalta la democrazia versus la città autoritaria e militare. Ma parla dei suoi nemici, appunto».

Blindarsi nei confini

Inciso settecentesco: per Sparta si prende una sbandata perfino Rousseau. «Poi per fortuna» ricorda Canfora, «i Termidoriani cominciano ad attaccare la devozione per gli antichi e spengono le interpretazioni che vedevano la città come esempio di egualitarismo». Così all’alba del Novecento il mito torna ad avere il marchio spada e disciplina, e vira a destra, tanto di brutto che Hitler la definisce “stato razziale perfetto” e Goebbels, nel suo diario, scrive di “essersi sentito a Sparta come in una città tedesca”. Suona quantomeno lisergico sentir dire oggi al premier israeliano che il suo modello non è nemmeno Sparta, ma una sua versione super, aumentata. C’è chi ha i palestinesi e chi i migranti, e allora i reazionari contemporanei, remigration e dintorni, si appoggiano agli spartani per rendere omaggio all’idea di blindarsi nei confini. Dice ancora Canfora: «Ai tempi la chiamavano xenelasia, cacciare gli stranieri, una pratica sistematica. Solo che quando si è pochi, e gli uguali spartani lo erano, diventa un problema. Vanno in guerra e la demografia crolla. Così rimpinguano la razza facendo accoppiare donne spartiate con schiavi iloti, per fabbricare nuovi spartiati. Venivano chiamati i “nati nel letto”». Giocando anche noi a strapazzare il passato qui siamo dalle parti dell’utero in affitto, ed è meglio che la Giorgia-oplita non lo dica alla Giorgia-premier, che lo ha voluto reato universale.

Rivoluzione all’indietro

Modello di egualitarismo, disciplina, comunitarismo anti-individualista, si diceva. Nel catalogo della casa editrice di destra Passaggio al Bosco ci sono un paio di pubblicazioni: quella di Frédréric Éparvier vede nell’“idea spartana” esattamente questo, un ideale di superamento dell’individuo in nome della comunità. Ma la professoressa Pepe getta acqua sul fuoco: «È distorsivo pensare che accadesse solo lì. Nel mondo antico la collettività contava sempre molto più dell’individuo». Secondo l’autrice di Sparta vale anche per il militarismo, l’educazione alla guerra: «Si è costruito il mito sul racconto ateniese più che sulla realtà storica. Sparta aveva le sue peculiarità, anche significative. Ma in ogni città greca si crescevano cittadini-guerrieri».

C’è invece un elemento più sottile che potrebbe, questo sì, valere più di una suggestione: il conservatorismo. «A Sparta qualsiasi innovazione era vista con diffidenza», dice Pepe. «La rivoluzione era sempre un ritorno all’indietro». Quanto alla bontà del sistema, la diarchia, i magistrati, gli uguali con sotto i commercianti e ancora più sotto gli iloti (tanti) a coltivare le terre, il mito viene da lontano e dall’inaspettato. Platone lo preferiva alla democrazia della sua Atene, per dire. Ecco di nuovo Canfora: «Il cardine della costituzione era l’uguaglianza assoluta. E questo racconto, in declinazione comunitaria, oggi piace tanto a certa destra. Quello che attira della costituzione di Licurgo, personaggio a cavallo tra mito e storia, è questa uguaglianza ma tra Spartiati, la “razza superiore”. Un messaggio che all’epoca attirava anche Atene: uno come Isocrate si trova ad elogiare Sparta come modello di uguaglianza».

Il baco è sempre lì, fare della parte il tutto. Per esempio di Sparta si trascura l’ultima fase: «C’è un passo di Plutarco nelle Vite Parallele, che mette assieme i riformatori di Roma e i riformatori di Sparta in senso “democratico”. È una storia nuova, ignorata da quelli che oggi dicono di ispirarsi a Sparta». Allo stesso modo, chi si esalta per le ferree routine nelle agoghé, le scuole non proprio montessoriane della Laconia, «ignora che quel sistema militaresco ha provocato un forte impoverimento intellettuale».«La verità» tira le somme Pepe «è che non ha senso trasferire contesti di 2.500 anni fa ad uso del presente. Non si può parlare di costituzioni, emancipazione, educazione a Sparta nei termini in cui concepiamo tutto questo oggi. Dovremmo smetterla di mistificare la storia, decontestualizzare tutto». In caso contrario, il passo successivo sarà dire che Sparta, antica potenza nata dalla federazione di quattro villaggi nella valle del Peloponneso, è l’antenata dell’Europa sovranista.

Sul Venerdì del 22 maggio 2026

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