Il racconto di Andrea Bajani. Texas, il cielo sopra l’Interstate 69
di Andrea BajaniHOUSTON (TEXAS). Come tanti, o come tutti gli emigranti, anche noi cominciammo in maniera conservativa. Atterrammo in Texas a inizio gennaio di ormai parecchi anni fa e la cosa che facemmo fu provare a ritagliarci un pezzo d’Italia, o d’Europa, a poche ore dal confine messicano. Il che non era semplice, considerando il paesaggio: tutto piatto fino al deserto, un cielo sterminato sopra la testa e tutto quello spazio, tra gli edifici, i lotti invenduti, le rampe di lancio spaziali e il Golfo del Messico a un’ora da casa.
Arrivavamo da Roma, da un appartamento di 50 metri quadri, e avevamo un bambino nato da poco. Per cui proteggerci dallo spazio, cercare di restringere il campo fu la nostra prima strategia difensiva da italiani che sbarcano altrove. E se anche mia moglie è americana, il suo essere di New York – la città senza spazio – rendeva l’atterraggio in Texas se possibile ancora più selvaggio. Negare l’esistenza dell’autostrada fu il primo degli stratagemmi. Sembrava impossibile, …
HOUSTON (TEXAS). Come tanti, o come tutti gli emigranti, anche noi cominciammo in maniera conservativa. Atterrammo in Texas a inizio gennaio di ormai parecchi anni fa e la cosa che facemmo fu provare a ritagliarci un pezzo d’Italia, o d’Europa, a poche ore dal confine messicano. Il che non era semplice, considerando il paesaggio: tutto piatto fino al deserto, un cielo sterminato sopra la testa e tutto quello spazio, tra gli edifici, i lotti invenduti, le rampe di lancio spaziali e il Golfo del Messico a un’ora da casa.
Arrivavamo da Roma, da un appartamento di 50 metri quadri, e avevamo un bambino nato da poco. Per cui proteggerci dallo spazio, cercare di restringere il campo fu la nostra prima strategia difensiva da italiani che sbarcano altrove. E se anche mia moglie è americana, il suo essere di New York – la città senza spazio – rendeva l’atterraggio in Texas se possibile ancora più selvaggio. Negare l’esistenza dell’autostrada fu il primo degli stratagemmi. Sembrava impossibile, ce lo dicevano tutti. Non c’è modo di vivere a Houston – ripetevano – senza prendere l’autostrada almeno due volte al giorno.
Sapevamo dell’esistenza dell’Interstate 69 che collega la Louisiana a Laredo, una delle porte d’accesso al Messico. E della I-45 che dal Golfo arriva fino a Dallas e poi si dirama, agganciandosi ad altre autostrade, e sale su verso l’Arkansas a Est, l’Oklahoma a Nord e a Ovest verso il New Mexico. Lo sapevamo e sapevamo che molti dei nostri colleghi in università ci si infilavano dentro per un tratto, e poi ne uscivano per raggiungere il campus. Da lì qualche ora più tardi ci rientravano, si ricongiungevano al flusso, e poi tornavano alle loro case col vialetto d’accesso al garage, il pratino e il barbecue posizionato in veranda. Forse proprio perché lo sapevamo, tendevamo a non volerlo vedere.
Ci chiamavano “gli Europei”, soprattutto a me e al nostro bambino, perché camminavamo – uno su due gambe, l’altro spinto nel passeggino. E camminare era l’esatto contrario dell’I-69 o della I-45, per due ragioni. La prima è ovvia, ed è che non usavamo la macchina. La seconda, più essenziale, è che non andavamo da nessuna parte. Che non c’era nessuna direzione, o finalità, al nostro movimento. Vagabondavamo, andavamo a casaccio, perché mio figlio si addormentasse ma soprattutto perché ci interessava più il tragitto che la destinazione. Se non quella, istintiva, di portare dentro realtà, infilare un mondo nuovo negli occhi, e farlo alla maniera che conoscevamo in Italia. Lasciando cioè che prendesse la porta degli occhi, ovviamente, ma che entrasse dai piedi.
Così ci cucimmo, a piedi, un mondo che non esisteva e non prevedeva Interstate. Unendo stradina a stradina. Una specie di suburbio infinito, fatto di case tutte uguali, front porch, drive way, canestro accanto al garage, e questo sguardo soddisfatto dei texani che ci vivevano dentro. Soddisfatti all’idea di stare dentro la stessa storia di tutti, che teneva insieme l’auto parcheggiata, il caffè in veranda e in qualche caso la bandiera americana o quella del Texas a penzolare.Quanto alla macchina, toccava anche a noi prenderne una. Perché per quanto europei anche noi dovevamo fare la spesa. Il che era un processo complesso di supermercati sterminati lontano da tutto.
Quello dell’auto fu il secondo tentativo di negare caparbiamente l’esistenza dell’autostrada. Andare da un concessionario e provare macchine assicurando il bimbo col suo ovetto sul sedile di dietro, fu l’evidenza che una scelta andava fatta. Prima di tutto perché il concessionario di auto usate era lungo l’Interstate 69, e poi perché il tipo di macchina avrebbe stabilito per noi se volevamo confonderci con le lamiere spropositate degli altri od ostinarci alle dimensioni europee. E dopo essere saliti su un paio di pick-up e di suv, e aver fatto questa prova di fiction da famiglia texana, battemmo in ritirata. Riprendemmo la via di casa con l’auto a nolo, e poi riparammo sull’acquisto di un’utilitaria, una Honda che aveva spazio quasi solo per il passeggino.
Poi scoprimmo l’Interstate 69 passandoci sopra. Se si poteva evitare per raggiungere il campus, era difficile non oltrepassarla spingendo il passeggino sul ponte per raggiungere un altro quartiere. Prima ancora che una cosa che occupava la vista, era un’esperienza sonora: il boato di centinaia di auto, in maggioranza pick-up e camion con targhe di Stati lontani, allineate in sette corsie, tutte coi motori che rombavano per andare chissà dove. Fermarsi lì, mentre il bambino dormiva cullato da quel boato, fu la perdita dell’innocenza europea. Di più, persino la perdita dell’illusione che stare – vagabondare, andare a casaccio – fosse meglio che andare. Perché dentro quell’andare c’era almeno l’illusione che ci fosse una direzione, un destino. Che per quanto intriso di finzione (era chiaro che tutti andavano, mani sul volante, come verso il Far West, nell’ennesima trita ripetizione dell’American dream) c’era qualcosa di contagioso. Di più, c’era la potenza di una storia di cui era semplice, con l’aiuto di qualche autoinganno, pensare di prendere parte, con un biglietto da protagonista. Era sufficiente imboccare una delle Interstate e andare anche noi da qualche parte, quale che fosse. Cosa che facemmo, per renderci conto, al primo imbottigliamento, che avevamo fatto l’ennesimo errore.
Fermi nella nostra Honda Fit, con accanto – da entrambi i lati – solo pneumatici che arrivano all’altezza del nostro tettuccio. Il che ci fece capire che dentro quell’andare c’era anche una guerra – che era l’altra faccia del Sogno, ma non lo negava – in cui il piccolo non aveva possibilità di non soccombere al grande. E diventare voluminosi, era l’unica opzione.
Questa storia finisce in due modi. Il primo è un’ostinazione, quella di mantenere le dimensioni, e andarcene in giro con la nostra Honda Fit. Quando piove, in mezzo alle strade allagate, vacilliamo, ma poi rimandiamo a più avanti la resa texana. Il secondo finale è un finale immobiliare. E ci vede seduti sul marciapiede, mia moglie con il bimbo in braccio e io che cerco di convincerla che quella è la casa giusta in cui traslocare. E lei che resiste, opponendo razionalità al mio argomento emotivo. Che formulo all’incirca così: dobbiamo vivere qui perché – «senti, ti prego» – è come abitare a due passi dal mare, ascolta lo sciabordio. E lei che dice «lo sento», e poi aggiunge «solo che è un’autostrada», e quelle sono migliaia di macchine al giorno che emettono gas di scarico a cento metri da qui.
Così capitolo, un po’ tristemente, perché non c’è modo di non darle ragione. Ma ancora ci penso, a volte, a quella casa, e a quell’illusione – bruciante – di chiedere alla strada di stendere un tappeto di senso per noi umani sperduti. Non c’è, si sa, quella direzione, ma lasciatemi guardare dal ponte per pochi minuti, poi proseguo e torno al nostro complicato silenzio.
Sul Venerdì del 29 maggio 2026