Riccardo Muti: “Il mondo è messo male ma credo nel Papa. Venezi alla Fenice? So tutto ma non parlo”
- Alessandro Di Profio«I giovani sono i primi depositari del nostro patrimonio. Credere nella musica, oggi, significa credere nel futuro del nostro Paese». Non sono solo canzonette. Quasi un chiodo fisso di un impegno che è anche civile. È in fondo per questo che Riccardo Muti creò nel 2004 l’Orchestra giovanile Luigi Cherubini, per la quale non si risparmia. Tra una produzione del Don Giovanni a Tokyo (l’allestimento del Regio di Torino con la regia della figlia Chiara) e un concerto con i Wiener Philharmoniker, fa un’apparizione fulminea a Ravenna, da dove dialoga con il Venerdì. Una chiacchierata a tutto campo. Per presentare i prossimi appuntamenti della sua Cherubini, certo, ma non solo.
L’agenda è fitta. Sarà prima al Ravenna Festival (30 giugno) che quest’anno rende omaggio a San Francesco per gli 800 anni della morte. Poi partirà in tournée dal 18 al 22 luglio con tre tappe: Pompei, Lucca e Ostuni. Per l’occasione anche gli studenti dei conservatori scivoleranno tra i leggii dei titolari della Cher…
«I giovani sono i primi depositari del nostro patrimonio. Credere nella musica, oggi, significa credere nel futuro del nostro Paese». Non sono solo canzonette. Quasi un chiodo fisso di un impegno che è anche civile. È in fondo per questo che Riccardo Muti creò nel 2004 l’Orchestra giovanile Luigi Cherubini, per la quale non si risparmia. Tra una produzione del Don Giovanni a Tokyo (l’allestimento del Regio di Torino con la regia della figlia Chiara) e un concerto con i Wiener Philharmoniker, fa un’apparizione fulminea a Ravenna, da dove dialoga con il Venerdì. Una chiacchierata a tutto campo. Per presentare i prossimi appuntamenti della sua Cherubini, certo, ma non solo.
L’agenda è fitta. Sarà prima al Ravenna Festival (30 giugno) che quest’anno rende omaggio a San Francesco per gli 800 anni della morte. Poi partirà in tournée dal 18 al 22 luglio con tre tappe: Pompei, Lucca e Ostuni. Per l’occasione anche gli studenti dei conservatori scivoleranno tra i leggii dei titolari della Cherubini in un programma che Muti ha scelto per rendere omaggio al repertorio che più italiano non si può: Verdi ovviamente, ma anche Rossini, Puccini, Mascagni, Leoncavallo, Catalani e per finire la suite dal Gattopardo di Nino Rota.
Partiamo dalla tournée della Cherubini. Perché questi tre luoghi? «Le ragioni sono affettive. Pompei significa la Campania, la terra dove sono nato. Ostuni, perché sono cresciuto a Molfetta. E poi, Lucca, città di musicisti. Tutti pensano subito a Puccini. Ma ci sono nati anche Catalani, Boccherini. E pure Geminiani: l’autore di un trattato di violino tradotto pure in giapponese».
C’è una novità: l’orchestra apre le porte agli allievi dei conservatori, selezionati in tutta Italia. Ben 500. «I fiori crescono ovunque. Tra l’altro, anni fa, ho incontrato alcuni ragazzi di Scampia, il quartiere di Napoli di cui i giornali parlano solo per fatti di camorra. Ho passato un paio d’ore con loro a provare Mozart che poi abbiamo eseguito in concerto. Ora mi hanno chiesto di assistere alle prove della Cherubini. I giovani hanno voglia di bello. Per questo voglio far venire gli studenti dei conservatori. Ma, per carità, non mi prendete per San Francesco…».
Ripete spesso che deve tutto ai conservatori italiani, in particolare a quello di Napoli e di Milano dove ha studiato. Già Verdi provò a riformarli senza riuscirci. Ma alla fine queste istituzioni funzionano così come sono? «È tutta una questione di insegnanti. In occasione di un mio concerto con la Philadelphia Orchestra mi hanno portato in Indiana in un conservatorio di cui andavano tutti fieri: un’aula enorme con pianoforti da concerto e con ogni ben di Dio in termini di high-tech. Io commentai: “Sapete, io ho studiato al San Pietro a Majella, in una stanza angusta con sedie impagliate. Ma sui selciati di quel conservatorio erano passati Cimarosa, Paisiello e tanti altri…”. Però non bisogna cullarsi sugli allori».
Infatti, lei non lesina elogi ai musicisti asiatici. «Preparatissimi. Ma ci rendiamo conto che esistono venti orchestre sinfoniche a Seul? Oltre al bagaglio tecnico impressionante, sono ansiosi di conoscere, come ho potuto constatare anche nei giorni scorsi a Tokyo».
Con i registi ce l’ha ancora? «Tante volte mi sono sentito offeso. Che senso ha fare impastare le pizze al tenore nella Traviata in una cucina (in causa qui la produzione di Dmitri Tcherniakov alla Scala, ndr)? Se ciò che si vede disturba ciò che si sente, vuol dire che ciò che si vede è sbagliato: lo dice Schönberg. Alla mia età, ho detto basta: solo opere in versione da concerto. Ma non mi si dica che sono retrogrado: adoro Robert Carsen, bellissima la sua concezione dei Dialogues des carmélites di Poulenc. E ho fatto nove produzioni con Ronconi: ho le spalle coperte… Ronconi o Strehler rispettavano la musica».
Dai cantanti ai registi, per lei vale la medesima regola: si fa quello che è scritto. Perché è contro l’idea di modificare i libretti? «Non si imbianca il passato. Così non rendiamo servizio ai ragazzi. Non vado nei musei a chiedere di togliere le statue che possono urtare alcune sensibilità. Con questa logica dovremmo censurare tutti i libretti di Da Ponte per Mozart, pieni di doppi sensi. Quando scrive “Il mio fallo tardi vedo”, tutti pensano ad altro che all’errore».
Sempre per i giovani, oltre alla Cherubini, ha fondato nel 2015 l’Italian Opera Academy per formare direttori. «Ho avuto la fortuna di studiare direzione d’orchestra con Antonino Votto che è stato assistente di Toscanini che ha a sua volta conosciuto Verdi e Puccini. Questa tradizione non si impara dai libri. Trasmettere è per me una questione morale».
Musica come necessità della polis. Lo disse pure nel discorso di introduzione al concerto all’Arena di Verona, due anni fa, in presenza del presidente Sergio Mattarella e della premier Giorgia Meloni. «In una composizione sinfonica o corale ci sono tante linee, che si intersecano e che concorrono all’armonia per tutti. È il senso del contrappunto: non si tratta di combattere gli uni contro gli altri, ma anzi di completarsi a vicenda. Una metafora della società. Per questo, l’opposizione politica non dovrebbe andare contro, ma proporre».
La cultura per una società migliore. Fu pure il senso del famoso bis del Va, pensiero nel 2011 con Silvio Berlusconi in sala. Ma i politici le danno retta? «Non lo so… Tranne qualche rara eccezione, i miei gridi di allarme non credo che siano stati ascoltati. Forse perché non conto niente…».
Parla di questo con il ministro della Cultura Alessandro Giuli? «Assolutamente no. L’ho incontrato una sola volta all’Ambasciata italiana in Giappone. Ma sa, io sono decenni che mi batto perché il corpo di un grandissimo compositore come Luigi Cherubini, ammirato da Beethoven e Brahms, sia trasferito dal cimitero Père Lachaise a Parigi, dove è stato dimenticato, a Santa Croce a Firenze. Ho sensibilizzato tutti: presidenti della Repubblica, primi ministri, ambasciatori... Nessuno si è mosso. Siamo ingrati. Poco facciamo per difendere una storia che resta forse superiore a quella di qualsiasi altro Paese. Io mi ricordo sempre da dove vengo».
Per sette mesi, la polemica per la nomina di Beatrice Venezi alla Fenice ha ammaccato l’immagine del teatro. Tra le vittime collaterali anche suo figlio Domenico che ha preferito lasciare l’incarico di consulente per le tournée. Ma non si poteva evitare questo pasticcio? «Guardi, io so tutto e ho letto tutto. Però non mi faccia fare dichiarazioni su questa vicenda. Ogni mio commento potrebbe essere travisato».
Allora, voliamo più alto. Alla fine, lei è ottimista sulle sorti della cultura? «Vedo il mondo messo molto male. In questo momento è il caos. Atrocità di ogni tipo, bambini che muoiono sotto le bombe. Il bello può curare queste ferite. Credo molto in papa Leone XIV. Tutti i papi fanno appelli alla pace… ma lui ci crede veramente. Mi piace proprio. Difende il senso del bisogno di pace. Dalla cultura viene speranza. Non a caso, l’esperienza che porto avanti con il progetto “Cantare amantis est” (la frase viene da Sant’Agostino) ha tanto successo. Lo scorso anno 3.316 coristi si sono ritrovati per fare musica con me: il più giovane aveva 8 anni, il più anziano 87. Quest’anno ripeteremo l’esperienza a Ravenna il 1° e il 2 giugno. Da lì viene fuori una forza sorgiva: migliaia di voci verso il cielo. Si può credere o no, ma non lascia indifferenti».