I 100 anni di Marilyn Monroe. Eve Arnold, la fotografa che ne ha ritratto l’anima
di Michele Smargiassi“Non sono una star, sono una bionda!” fa dire il regista Andrew Dominik alla sua Marilyn Monroe nel biopic Blonde, appunto, e le regala una consapevolezza che, chissà, forse ebbe davvero. Nei ricordi della sua fotografa più appassionata, Eve Arnold, che la conobbe bene, la più diva delle dive era una astuta, abilissima manipolatrice della propria immagine, “un vero genio della fotografia”. Dirà tanti anni dopo Arnold: «Non ho mai conosciuto nessuna attrice capace di sfruttare in quel modo sia la macchina fotografica che il fotografo». E questo, lungi dall’indispettire la grande reporter di Magnum, le piacque. Si sentirono complici. Diventarono amiche per la vita. Ossia, per quella poca vita che Marilyn scelse di darsi ancora. Quando lei non ci fu più, dopo, Eve volle ricordarla con un libro dedicato ai ritratti che le fece lungo tutti gli anni Cinquanta: Marilyn Monroe: An Appreciation uscì però solo nel 1987, un quarto di secolo dopo il suicidio. Il tempo di una generazione. I figli …
“Non sono una star, sono una bionda!” fa dire il regista Andrew Dominik alla sua Marilyn Monroe nel biopic Blonde, appunto, e le regala una consapevolezza che, chissà, forse ebbe davvero. Nei ricordi della sua fotografa più appassionata, Eve Arnold, che la conobbe bene, la più diva delle dive era una astuta, abilissima manipolatrice della propria immagine, “un vero genio della fotografia”. Dirà tanti anni dopo Arnold: «Non ho mai conosciuto nessuna attrice capace di sfruttare in quel modo sia la macchina fotografica che il fotografo». E questo, lungi dall’indispettire la grande reporter di Magnum, le piacque. Si sentirono complici. Diventarono amiche per la vita. Ossia, per quella poca vita che Marilyn scelse di darsi ancora. Quando lei non ci fu più, dopo, Eve volle ricordarla con un libro dedicato ai ritratti che le fece lungo tutti gli anni Cinquanta: Marilyn Monroe: An Appreciation uscì però solo nel 1987, un quarto di secolo dopo il suicidio. Il tempo di una generazione. I figli sarebbero stati sedotti quanto i padri?
Sono passate altre generazioni. Il primo giugno prossimo Marilyn avrebbe compiuto cento anni. Tre giorni dopo, a Milano, negli spazi di Opificio della Fotografia, aprirà una mostra con lo stesso titolo di quel libro, curata da Federicapaola Capecchi per conto di The Eve Arnold Estate. Con quali occhi i nipotini guarderanno la donna che fece sognare i nonni?
Con i suoi stessi occhi, gli occhi di lei, di Marilyn, vien da dire. Perché se è vero che Monroe, come disse di sé Eleonora Duse, fu “fotografata a morte” quand’era viva, quel plotone di esecuzione era composto quasi esclusivamente da fotografi maschi, e la direzione di quegli obiettivi era la stessa del desiderio maschile. Viceversa, lo sguardo di Eve era da donna a donna, e Marilyn la scelse proprio per questo. Nel 1950 aveva visto su Esquire i ritratti che Arnold aveva fatto a una Marlene Dietrich già sul viale del tramonto, e ne era rimasta impressionata.
Quando John Houston gliela presentò, durante un party al Club 21, le disse a bruciapelo, sfrontatamente: «Se sei riuscita a fare questo con Marlene, riesci a immaginare cosa faresti con me?». Sì, sembra la provocazione spavalda della dea dello schermo d’argento, sicura di sé e al massimo del suo successo: e invece potrebbe essere un’invocazione, una richiesta d’aiuto dell’attrice più triturata dallo star system, che già sente il suo declino. In realtà erano entrambe, la diva e la fotografa, all’inizio delle loro carriere.
Di nuovo ragazzina
Comunque sia, Arnold accettò, e con suo stupore si trovò di fronte una donna “acuta e intuitiva”, con le idee chiarissime sull’immagine che voleva dare di sé stessa. «Discutemmo su ogni fotogramma, su ogni posa. Io le spiegavo perché quella inquadratura fosse necessaria, e se lei era convinta, bene, altrimenti era un braccio di ferro fra noi, fino a quando una delle due si arrendeva».
I ritratti che Eve fece a Marilyn nella dozzina di anni della loro amicizia intensa e a tratti drammatica (due volte la prima corse al capezzale della seconda, salvata per miracolo dai suoi, diciamo, eccessivi consumi di medicinali) sono diversi da tutti quelli (qualcuno li ha contati: sedicimila) che i colleghi maschi strapparono all’icona del sesso in sedute epiche di veli e champagne. Davanti all’obiettivo di Eve, il sogno erotico degli americani maschi deponeva il glamour, e lei tornava ragazzina con le treccine, o si stravaccava esausta su una poltrona mostrando i piedi gonfi per le scarpe col tacco a spillo, o faceva finta autoironicamente di leggere (dall’ultima pagina?) l’Ulisse di Joyce seduta in altalena con un delizioso costume da bagno a righe.
Eve era ipnotizzata dal volto di Marilyn, che conosceva forse meglio di lei. «Attorno al contorno del suo viso c’era una leggera spolverata di lanugine. Questa soffice peluria intrappolava la luce e creava un’aureola, regalandole sulla pellicola quel lieve speciale bagliore».
Sul set di Gli spostati di John Houston, in Nevada, dove Magnum mandava a turno i suoi più grandi fotografi, Arnold è l’unica che coglie Marilyn quasi indifesa, in camicetta bianca e jeans, assorta in pensieri malinconici, tallonata dalla troupe con la giraffa e le cineprese. Sarebbe stato il suo ultimo grande film, e qualcosa si agitava già dietro il rossetto infuocato.
Difficile pensare a un’amicizia più asimmetrica, sorprendente e anche commovente. Eve Arnold, minuta donna dai capelli precocemente bianchi, era una fotografa di granito, grandi sentimenti e ancor più grande coraggio: nei ghetti di Harlem, nei manicomi, tra le Black Panthers, fra le donne musulmane velate, in Cina, in Russia… “Una donna senza ritocco” si definì lei stessa nell’autobiografia. Una donna perennemente in sala trucco era invece Marilyn Monroe, costruzione di cartapesta dello showbiz, sagoma di celluloide dentro alla quale la fragile Norma Jeane Baker tremava, “stupenda ragazza indifesa, che tutti avrebbero voluto difendere” (Goffredo Fofi), “Povera sorellina minore” (Pier Paolo Pasolini), rassegnata a essere “una blonde”, mai una attrice, perché (le fa dire Truman Capote in un racconto di fantasia) “non avrò mai la parte giusta, una parte che proprio mi piaccia: è il fisico che mi frega, è troppo specifico”.
Non si può dire che Arnold abbia fotografato la “vera Marilyn”. Costruita pezzo per pezzo sulla superficie della celluloide, Marilyn sapeva di non poter fare diversamente che offrire al pubblico quel fisico così “specifico”, in tutte le varianti possibili, dalla maliziosa in accappatoio bianco alla maliarda nuda sul tappeto rosso alla ridente oca miope inconsapevole del suo fascino, alla sbarazzina con la gonna sollevata dal vento della griglia della metropolitana, ma tutte personaggi e solo personaggi.
La “vera Marilyn” non era altro che una invenzione, e la vera Norma Jeane non esisteva più. Perché anche il mito alternativo, quello della semplice graziosa ragazzina che nella foresta di Hollywood incontrò il lupo cattivo che la divorò, e lei impotente, sola, disperata, sofferente per la scissione fra anima e corpo, un giorno non ne poté più e si ribellò, rivendicò il proprio corpo sequestrato dal mercato, oggetto del desiderio volgare, e se lo riprese, nell’unico modo però che le era rimasto a disposizione, cioè annullandolo; bene, anche questo mito politicamente corretto e compassionevole in fondo è entrato a far parte di una narrazione che lascia tutti commossi e contenti, una narrazione dove il suicidio finale, previsto dagli schemi hollywoodiani, è incluso nel prezzo del biglietto.
No, Marilyn dopo tutto recita la sua parte anche nelle fotografie di Arnold, forse interpretando un copione migliore, cercando un angolo del palcoscenico solo un po’ più comodo, dove rilassarsi, ridere, smettere per un attimo di sedurre. Ma dopo tutto, consapevole che nelle immagini del successo non c’è mai la vita, men che meno c’è la salvezza. Non c’è il riscatto, non c’è il sentimento. Non c’è via d’uscita. Marilyn è Proserpina, metaforizza con acume la curatrice della mostra: “Dea della luce, figlia dell’eterna primavera rapita dalla propria immagine e trascinata nell’oscurità degli inferi”. Scrisse di lei il poeta Ernesto Cardenal: “Aveva sete d’amore, le demmo tranquillanti”.