Sudan, notte prima degli esami. A Khartoum si torna all’università dopo le bombe. Reportage
di Fabio Tonacci , - fotografie di Fabio BucciarelliKHARTOUM. Un buco nella lavagna. Ci entra una mano. A giudicare dalle dimensioni e dalla profondità, è stato scavato da un proiettile di mitragliatrice pesante, di quelle che montano sui pick-up per fare gli assalti. Un colpo solo, quasi nel centro, quando in quest’aula d’università non c’erano studenti seduti ma miliziani acquartierati, e a passeggiare davanti alla cattedra erano i comandanti. Succedeva un anno fa. La lavagna è rimasta così, appesa al muro scrostato, intonsa, sfregiata. Involontaria metafora del collasso di un intero sistema educativo, nel Sudan appena entrato nel quarto anno di guerra.
«Abbassiamo la voce, è in corso un esame…», sussurra Louay Al-Amin, il vice segretario accademico dell’università di Scienze e Tecnologia di Khartoum. Con una frase sola assolve il proprio compito e invita a distogliere lo sguardo da ciò che è stato, per concentrarlo su ciò che è, ora, di nuovo. Manca poco a mezzogiorno e il tempo sta scadendo: quindici allievi devono consegnare il te…
KHARTOUM. Un buco nella lavagna. Ci entra una mano. A giudicare dalle dimensioni e dalla profondità, è stato scavato da un proiettile di mitragliatrice pesante, di quelle che montano sui pick-up per fare gli assalti. Un colpo solo, quasi nel centro, quando in quest’aula d’università non c’erano studenti seduti ma miliziani acquartierati, e a passeggiare davanti alla cattedra erano i comandanti. Succedeva un anno fa. La lavagna è rimasta così, appesa al muro scrostato, intonsa, sfregiata. Involontaria metafora del collasso di un intero sistema educativo, nel Sudan appena entrato nel quarto anno di guerra.
«Abbassiamo la voce, è in corso un esame…», sussurra Louay Al-Amin, il vice segretario accademico dell’università di Scienze e Tecnologia di Khartoum. Con una frase sola assolve il proprio compito e invita a distogliere lo sguardo da ciò che è stato, per concentrarlo su ciò che è, ora, di nuovo. Manca poco a mezzogiorno e il tempo sta scadendo: quindici allievi devono consegnare il test di Economia 4° livello. I ragazzi sono più numerosi, le ragazze indossano il velo, nei volti l’espressione universale degli studenti sotto pressione, colti da dubbi e da valutazioni tardive. Ciò che è fatto è fatto.
La riconquista
È in questo momento di ordinarietà scolastica che appare, a volerlo vedere, lo straordinario di essere in classe, insieme, in presenza. Anche se i banchi sono sbeccati, le finestre non hanno i vetri, i condizionatori sono spenti, fanno 46 gradi e il professore ha la camicia zuppa di sudore, il soffitto è sfondato, si vedono i fili scoperti, che sono inutili perché l’elettricità c’è soltanto per un paio d’ore al giorno, arriva quando vuole lei, non rispetta orari e neppure il calendario degli esami. E però. Il sapere, per sua natura pacifico, ha riconquistato gli spazi. Malandati, senza aria condizionata, ma restituiti ai legittimi proprietari.«Abbiamo ripreso la didattica già nel novembre del 2023, sette mesi dopo lo scoppio del conflitto», dice il dirigente, orgoglioso dei cento e passa anni di storia dell’ateneo e delle 27 facoltà che lo compongono. «Erano lezioni online, ovviamente, perché l’ università era occupata dai miliziani delle Rsf. Usavano le classi per dormire e i laboratori come deposito per le armi, la linea di contatto era vicina».
La linea di contatto di cui parla Al-Amin, mentre scavalca i detriti di una parete crollata che dà sulla sala delle rotative («il laboratorio di topografia applicata…»), era il fronte mobile, segmentato, invisibile quindi impreciso, lungo il quale per 23 mesi si è combattuta la battaglia di Khartoum: da una parte i paramilitari delle Rapid support forces (Rsf), dall’altra l’esercito nazionale, appoggiato dalle milizie del Darfur e guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan. È lui il presidente de facto di un Paese precipitato nel regime militare, dopo il breve sogno democratico della rivoluzione popolare che nel 2019 ha cacciato al-Bashir, il dittatore rimasto trent’anni al potere.
Nonostante tutto
Il Sudan oggi non è solo la più grave crisi umanitaria del pianeta – circa 14 milioni di sfollati su una popolazione di 53 milioni, tassi catastrofici di malnutrizione infantile, epidemie di malaria e dengue – ma è anche il luogo dove la metà dei bambini in età scolare non ha una classe dove andare. Save the Children calcola che siano stati persi 484 giorni di scuola. Nemmeno i più drastici shutdown durante il Covid provocarono un infarto dell’istruzione così lungo: nelle Filippine, che furono l’ultimo Paese a riprendere le lezioni in presenza, fecero 440 giorni da remoto. In Sudan otto milioni di alunni stanno ancora a casa. Oppure per strada, a cercare di tirare su qualche dollaro con lavori di giornata, spesso a fare il miliziano, perché le Rsf e altri gruppi armati arruolano persino i minorenni, li costringono per fare numero. Bambini soldato, a 14-15 anni.
«Io sarei dovuto rimanere a casa», fa Abdullah Anad, 20 anni neanche compiuti. È stato uno degli ultimi a consegnare il foglio del test di Economia 4, poi si è caricato lo zainetto sulla spalla, ha scambiato un parere con un suo compagno sulla domanda numero tre, e si è seduto all’ombra di un’acacia. «Quando è cominciata la guerra, tutti mi dicevano: “trova un lavoro, poi penserai al diploma, non stare a perdere tempo…”». Abdullah ha ascoltato solo se stesso . «Sotto le bombe ho fatto la maturità e l’iscrizione all’università. Nelle nostre condizioni è come se tutto nella vita si accumulasse. Devi studiare e devi lavorare perché altrimenti ti senti in colpa con la famiglia, perdi le ore a cercare un passaggio che ti porti a lezione in orario, sperando che ci sia elettricità per leggere quando cala il sole. Voglio la laurea perché al di là del mare bianco c’è lavoro». Il mare bianco, il Mediterraneo lo chiamano così. «Rimanere qui? No, in Sudan non esistono possibilità».
Quando i miliziani si sono ritirati, sui pavimenti dell’ateneo hanno trovato ordigni, bossoli, cadaveri in putrefazione, scatole di cibo marcio. «Durante la guerra siamo riusciti a far laureare 10 mila studenti grazie a programmi di e-learning, didattica a distanza e tutoraggio al telefono», afferma Al-Amin, il vice segretario. L’università di Scienze e Tecnologia di Khartoum è enorme, 100 mila iscritti, le matricole, però, sono calate del 30 per cento rispetto a prima.
Missing
Accademie, collegi e plessi della capitale sudanese hanno riaperto nell’estate del 2025 tra le proteste dei docenti, spaventati all’idea di insegnare in ruderi pericolanti e a conflitto ancora in corso. Ad Omdurman, la città gemella sull’altra sponda del Nilo, le lezioni in presenza sono riprese anche prima. Ma altrove, dove si spara e piovono i droni delle Rsf forniti segretamente dagli Emirati arabi uniti, le cose vanno molto peggio. Nello Stato del Darfur settentrionale, il più devastato e il più affamato, solo il 3 per cento dei 1.100 istituti scolastici presenti è aperto. Nel Kordofan Occidentale, la percentuale sale al 15 per cento, nel Darfur Meridionale scende al 13. «Molti ragazzi li abbiamo persi», Al-Amin si è fatto serio. Si mette gli occhiali sulla testa, osserva la palazzina grigia dell’amministrazione, con le finestre esplose. Nei registri che lì dentro conservano si leggono migliaia di nomi di ragazzi e ragazze: tanti sono cancellati con un tratto di penna. «Di migliaia di studenti non sappiamo più niente. Abbiamo perso i contatti con chi vive nelle aree più isolate, dove l’elettricità non c’è mai e si rimane bloccati per giorni in attesa di un passaggio. Forse hanno mollato gli studi. O forse sono stati uccisi».
Sul Venerdì del 29 maggio 2026