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Sulle tracce italiane di Buddha. Dal rapper al judoka, chi sono i monaci e i lama di oggi

Bhante Dhamma, monaco theravada al Napoli Buddhist Vihara. foto di Valerio Millefoglie 

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Dall’Appennino parmense alla Sicilia, un viaggio tra monasteri e templi di tradizione zen, tibetana e theravada. Per capire, a 40 anni dalla fondazione dell’Ubi, chi sono oggi monaci, lama e meditanti
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Cammino nell’Italia buddhista è una docuserie in sette puntate, a cura di Valerio Millefoglie con la co-regia di Domenico Catano. Visibile sul canale YouTube dell’Unione buddhista italiana, la serie sarà presentata domenica 7 giugno alle 18.30 al Milano Film Festival. Pubblichiamo il reportage di Millefoglie realizzato durante le riprese nei monasteri e nei templi italiani.

14 febbraio 2025, tardo pomeriggio. Sono nella sala del Dharma del monastero buddhista Fudenji. Il maestro tiene il suo insegnamento al sangha, la comunità del tempio che con il proprio respiro produce un ritmo del silenzio nel quale risuonano le sue parole: «Molti dei nostri fratelli, padri, sono scomparsi. Toccherà anche a noi. Solo che accade che questa scomparsa è una necessità di ricchezza che mai avrei supposto. Uno diventa più presente nella sua assenza».

Lo ascolto attento a trattenere colpi di tosse, impercettibili movimenti che potrebbero far scricchiolare la sedia su cui siedo. «Noi non ascoltiamo niente…

Cammino nell’Italia buddhista è una docuserie in sette puntate, a cura di Valerio Millefoglie con la co-regia di Domenico Catano. Visibile sul canale YouTube dell’Unione buddhista italiana, la serie sarà presentata domenica 7 giugno alle 18.30 al Milano Film Festival. Pubblichiamo il reportage di Millefoglie realizzato durante le riprese nei monasteri e nei templi italiani.

14 febbraio 2025, tardo pomeriggio. Sono nella sala del Dharma del monastero buddhista Fudenji. Il maestro tiene il suo insegnamento al sangha, la comunità del tempio che con il proprio respiro produce un ritmo del silenzio nel quale risuonano le sue parole: «Molti dei nostri fratelli, padri, sono scomparsi. Toccherà anche a noi. Solo che accade che questa scomparsa è una necessità di ricchezza che mai avrei supposto. Uno diventa più presente nella sua assenza».

Lo ascolto attento a trattenere colpi di tosse, impercettibili movimenti che potrebbero far scricchiolare la sedia su cui siedo. «Noi non ascoltiamo niente e nessuno», dice, «non badiamo a come si muove l’altro, il suo sguardo, la cadenza del suo passo». Il rombo del motore di un’auto attraversa la strada comunale Bargone 113, Salsomaggiore Terme, e s’intrufola al di là delle finestre, nello scenario di altari, candele, drappi, tatami.

Fotografo i due mondi in cui sono sospeso: il Giappone evocato dagli arredi che mi circondano, la voce dell’abate emerito Taiten Guareschi, un uomo del ’46 scolpito da una vita di judo, che forgia il legno come faceva il padre, che nel 1984 ha forgiato una distesa di pagode giapponesi sull’Appennino parmense e qui con voracità letteraria colleziona quaderni su cui appunta citazioni da libri, serie tv, film e pensieri che riformula nei suoi insegnamenti.

L’altro mondo è il paesaggio sonoro italiano di provincia, con il silenzio della campagna al tramonto interrotto da una macchina che transita e anche lei valica un confine. Dal 2025 al 2026 ho portato con me questa sensazione di addentrarmi in paesaggi doppi, geografie della Penisola parallela.

La terra di mezzo è stata un cammino dell’Italia buddhista, tra monasteri e templi di tradizione zen, tibetana e theravada. Ho incontrato monaci, monache, lama e meditanti, ognuno con la sua storia che ha via via composto quella del mio viaggio. L’Unione buddhista italiana, a quarant’anni dalla sua fondazione, mi ha proposto ‒ in virtù della mia totale ignoranza in materia ‒ di partire per raccontare chi sono stati i pionieri e chi sono oggi i buddhisti italiani.

I primi giovani hippies

“Se arrivate in treno, per favore, fate il possibile di giungere alla stazione di Castellina Marittima e telefonateci per farvi venire a prendere” si legge su una copia del 1985 del trimestrale Siddhi, edito dall’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia, in provincia di Pisa. In copertina il disegno di una porta a forma di volto umano e al suo interno, nell’ombra, un occhio fra prismi fluttuanti. Nei giorni trascorsi lì mi hanno mostrato la targhetta originaria dell’istituto.

Negli anni 70 era affissa sulla porta di un appartamento di Milano, prima sede del centro, vi si riunivano giovani hippies come Massimo Corona, che volevano portare qui da noi la parola del monaco tibetano Lama Yeshe, conosciuto in India, e finirono per portarci anche lui in persona, ad aprire quello che oggi è uno dei più importanti centri studi buddhisti d’Europa.

La famiglia di Corona acquistò un castello dell’800 che ho potuto abitare ancor prima dell’alba, seguendo nel buio le torce dei monaci che illuminavano il grande cortile e poi le scale per raggiungere la sala del Gompa, luogo di pratica del So Jong, la confessione quindicinale in cui devono rispondere alla domanda: “Hai visto la negatività nella negatività? Ti asterrai da questa?”.

“Dalla nascita collezioniamo amici, possedimenti, famiglia, amanti, proprietà”, scriveva Lama Yeshe sul ciclostile Siddhi, “Ci aggrappiamo l’un l’altro e c’è paura. E quando moriamo nessuna di queste cose ci aiuta, ciò che abbiamo accumulato ci distrugge perché non ci ricordiamo della morte”.

Scorro l’album dei momenti accumulati. La foto di un gatto tra le coperte del letto, un monaco srilankese con il quaderno della squadra di calcio del Napoli sotto il braccio, un monaco zen che passeggia tra le fondamenta del monastero che sta costruendo ad Alba; gli chiesi di parlarmi delle fondamenta della sua vita. Mi disse di quando da bambino, povero, l’unica cosa che aveva era la campana della chiesa a cui si aggrappava, e quello scampanare cominciava a far risuonare qualcosa dentro.

Riguardo la foto di una parete bianca attraversata da una crepa causata dal bradisismo nel tempio Zen Ten Shin di Fuorigrotta, a Napoli. Il tempio confina con un’autofficina, in sottofondo clacson e voci dei passanti. «Eppure tutto a un certo punto scompare», ricordo le parole di Daniela Myoei Di Perna, la monaca calligrafa che siede davanti alla crepa e la crepa sparisce come i suoni di fuori. Lei e suo marito una sera disegnano sul tovagliolo di carta di un ristorante i luoghi del loro “dojo fluttuante”: la vecchia Panda dove caricavano gli zafu, i cuscini della meditazione, e sedevano nelle piazze, nei pub, nel traffico della città come se così si potesse abbassare il volume intorno.

In un condominio a Trastevere, Roma, c’è un giardino zen; ho ritratto qui la coppia di monaci che cura il tempio Anshin, sono due danzatori professionisti e durante i corsi la sala di meditazione si trasforma in sala da ballo. Un meditante mi ha detto: «Sogno di fare la fila in posta senza dover far niente in posta. Per il piacere dell’attesa, del sedere in zazen solo per sedere».

Nel cammino ho incontrato una donna in pellegrinaggio lungo tre tappe della sua vita: in una città per salutare la nonna in fin di vita; in un’altra per trovare il figlio che sta concludendo la transizione da uomo a donna e in un’altra per ritrovare se stessa; in ognuno dei posti visitava un tempio.

La macchina di Marco Farina, presidente del centro Muni Gyana di Palermo, avanzava verso la collina del golfo di Mondello, definita “la collina della vergogna” perché il paesaggio naturale è una costellazione di case abusive, edifici fantasma e fra questi, in una villa confiscata alla mafia, sorge un tempio.

«Noi qui stiamo depurando l’aria dal male che c’è stato prima», mi ha detto una donna sulla terrazza di bandiere tibetane percosse dal vento. In una camera piena di luce riflessa dal mare, un monaco mi ha spiegato il senso della mente che si perpetua da un’esistenza all’altra, andando a creare un flusso continuo di esperienze che vivono oltre noi.

In sala regia

Da una riva all’altra del lago di Varese ho dialogato con Lama Michel e Massimo Pericolo. Il primo mi ha mostrato il dietro le quinte del suo tempio ad Albagnano: i cavi elettrici della sala regia gli permettono di registrare tutti gli incontri e metterli online, per un archivio che possa far da ponte tra il vecchio e il nuovo buddhismo. Dall’altra riva il rapper e meditante Massimo Pericolo sogna di edificare «il monastero del bene», per evitare che la vita devii verso altro.

L’ultima foto è del 22 febbraio 2026: la schermata del navigatore satellitare, una linea blu che è la strada persa in macchie verdi senza coordinate, la foresta che da una direzione porta al tempio dei tre gioielli, il SanboJi, e dall’altra alla strada comunale di Berceto, Parma. Dove vado?

Sul Venerdì del 29 maggio 2026

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