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Speciale Festival: A Verona debutta la Traviata di Paul Curran

Un bozzetto della scena della Traviata pensata per l’Arena di Verona dal regista Paul Curran 

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Intervista al regista scozzese, che all’Arena sposta l’opera di Verdi all’inizio del XX secolo. Fra toreri e un elefante enorme. E sul Venerdì in edicola il 5 giugno 28 pagine con il meglio di teatro, musica, opera e danza dell’estate.
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Sfarzosi emblemi della Belle Époque, intrecciati a languori fatali, celebrano a Verona una Traviata che intende stagliarsi drasticamente fuori dai canoni convenzionali. Un gigantesco mulino a vento e un poderoso elefante, eretti nello spazio monumentale dell’Arena, fungono da cornice dei sospiri di Violetta Valéry, prostituta fascinosa e destinata a spegnersi per la tisi.

Debutta in scena, e apre il festival estivo areniano con una doppia inaugurazione, il 12 e il 13 giugno, un nuovo e rivoluzionario allestimento della più popolare opera di Verdi. La vedremo lanciata nelle luminarie del Moulin Rouge, all’inizio del ventesimo secolo, fra squarci provocanti, gambe femminili ben tornite e costumi che paiono emersi dalle tele di Toulouse-Lautrec.

La copertina dello Speciale Festival in edicola il 5 giugno con Repubblica: 28 pagine con il meglio di teatro, musica, opera e danza dell'estate 

Rilet…

Sfarzosi emblemi della Belle Époque, intrecciati a languori fatali, celebrano a Verona una Traviata che intende stagliarsi drasticamente fuori dai canoni convenzionali. Un gigantesco mulino a vento e un poderoso elefante, eretti nello spazio monumentale dell’Arena, fungono da cornice dei sospiri di Violetta Valéry, prostituta fascinosa e destinata a spegnersi per la tisi.

Debutta in scena, e apre il festival estivo areniano con una doppia inaugurazione, il 12 e il 13 giugno, un nuovo e rivoluzionario allestimento della più popolare opera di Verdi. La vedremo lanciata nelle luminarie del Moulin Rouge, all’inizio del ventesimo secolo, fra squarci provocanti, gambe femminili ben tornite e costumi che paiono emersi dalle tele di Toulouse-Lautrec.

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Riletta come un film alla Baz Luhrmann, l’opera verdiana sarà in programma a Verona per tredici repliche (fino al 12 settembre), affidate a due direttori d’orchestra in successione, Michele Spotti e Francesco Ivan Ciampa. Che c’entra l’elefante? «C’entra eccome», replica il regista dello spettacolo, lo scozzese Paul Curran, attivissimo uomo di teatro che, nel suo background, vanta una collaborazione proprio con Luhrmann, di cui è stato assistente per due anni. «I fondatori del Moulin Rouge, Charles Zidler e Joseph Oller, comprarono un elefante di stucco all’Esposizione Universale di Parigi del 1889 e lo portarono nel giardino del Moulin Rouge, famoso locale di cabaret», dice Curran. «In quella festeggiatissima zona d’intrattenimento, il bestione spiccò a lungo come simbolo di un’epoca».

Curran descrive lo show da lui confezionato per l’Arena con un entusiasmo travolgente: «Pur rimanendo fedele alla drammaturgia verdiana ho voluto immergere questa Traviata negli anni Dieci del Novecento, compiendo un forte dirottamento temporale». Perché situare la storia dell’infelice prostituta in un periodo molto successivo a quello contemplato dal libretto? Sappiamo che il capolavoro di Verdi, la cui vicenda è tratta dalla Signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, edita nel 1848 e ispirata alla vita vera della cortigiana Alphonsine Plessis, andò in scena per la prima volta a Venezia nel 1853, risolvendosi in un doloroso fiasco («suppongo che il pubblico dell’epoca si fosse specchiato con fastidio nella situazione d’ipocrisia sociale raccontata musicalmente da Verdi», spiega Curran). Il fulminante melodramma subì attacchi soprattutto per il soggetto scabroso, dedicato alla mondanità e alle disavventure di una mantenuta protetta da signori facoltosi. Quando l’eroina s’innamora di Alfredo, è disposta a sacrificare ogni cosa in nome del proprio sentimento per «un giovanotto sfaccendato e viziato, che non lavora mai. Infatti Violetta deve disfarsi dei propri averi per potergli stare accanto».

Curran ha immaginato che «una trama tanto dirompente chiedesse d’essere ambientata in un momento colmo di energia e fertile di idee artistiche», spiega il regista in un ottimo italiano (parla nove lingue e ha firmato produzioni operistiche nei massimi teatri internazionali). «In quegli anni Parigi era invasa da un turbinare di musica e danza, e calata in un clima spregiudicato e innovativo. Ma quella fase di glamour nascondeva enormi divari sociali. Tale contrasto può evocare l’atmosfera di Traviata, che parla di un’ammaliatrice al centro dell’attenzione e molto imitata nei suoi look, come un’influencer attuale, ma considerata indegna nel privato. Violetta sembra fluttuare nel fasto e nel piacere. Tuttavia, al di là delle apparenze, pulsa in lei un’anima tragica, consapevole dell’approssimarsi della morte. È una vittima che cerca passione e liberazione nel poco tempo che le resta».

Curran la raffigura come «una diva del Moulin Rouge e una ragazza previdente e acuta, che ha investito il proprio denaro in preziosi mobili e quadri. Quando si reca a visitarla Germont, padre di Alfredo, per chiederle di rinunciare a suo figlio, osserviamo la loro conversazione circondata da un viavai di facchini che stanno portando via pezzi d’arredamento. Violetta li vende per garantirsi la convivenza con Alfredo, il quale la offenderà a più riprese con la sua arroganza maschilista».

Lo spazio dell’Arena di Verona è così sterminato che Curran deve trasformare in scene gremite anche i passaggi di colloqui confidenziali. «Germont si aspettava d’incontrare una creatura avida e immorale», prosegue il regista, «e invece coglie la sensibilità di Violetta, che decide di staccarsi da Alfredo per assecondare Germont. Vorrei che lo spettatore di questa Traviata scorgesse, nell’immolarsi della protagonista, il riflesso dei sacrifici affrontati dalle donne della famiglia di ciascuno di noi, anche nella modernità. Basti pensare che negli Stati Uniti, fino al 1974, una donna aveva bisogno della firma di un uomo per accendere un mutuo. L’opera di Verdi ci mette a confronto col tema spinoso dell’autonomia femminile».

Il compito di un regista, nell’opinione di Curran, «non è solo quello di montare affreschi pieni di bellezza, ma di comunicare suggestioni che tocchino in profondità il pubblico odierno». Naturalmente le kermesse del nuovo Moulin Rouge areniano saranno ridondanti di balletti e can can: «Però in Arena non avranno la volgarità di quelli applauditi all’alba del secolo scorso, quando le danzatrici, per gli scosciamenti e le spaccate, non indossavano mutande, e folle di gente accorrevano per sbirciarle lì sotto». Le zingarelle che volteggiano durante la festa nel salone di Flora, che è un’altra cortigiana ed è amica di Violetta, «diventano soubrette delle Folies Bergère o girls di Las Vegas, mentre i toreri sono fusti sexy col torace nudo». L’ultimo atto, che accoglie lo straziante addio alla vita della star, si svolge nell’intimità crudele di un camerino spoglio, «disseminato di oggetti rotti, come un lampadario in frantumi, mentre il paesaggio è avvolto da onde di chiaroscuri».

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