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Kristen Stewart: “Le donne sono state educate a essere controllate dai maschi: ci vogliono docili”

Kristen Stewart, 36 anni. Il suo film La cronologia dell’acqua esce l’11 giugno (Getty images) 

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L’attrice debutta alla regia con “La cronologia dell’acqua”, dal memoir di Lidia Yuknavitch: “L’arte ci salva dai traumi”
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Se si dovesse descrivere una star con le idee chiare, a cui il successo non ha tolto lucidità né impegno, il primo nome che viene in mente è quello di Kristen Stewart. Da bambina prodigio accanto a Jodie Foster in Panic Room alla fama mondiale di Twilight(3,5 miliardi di dollari al botteghino), da idolo teen al centro del gossip per la sua relazione con il collega Robert Pattinson all’impegno per la comunità Lgbtq+ e al matrimonio con la sceneggiatrice Dylan Meyer, Kristen di strada ne ha fatta parecchia. E adesso la vediamo anche al suo debutto come regista con La cronologia dell’acqua.

Tratto dal memoir della scrittrice Lidia Yuknavitch, e prodotto da Ridley Scott, vede Imogen Poots nei panni della stessa scrittrice che riesce a superare traumi, abusi e dipendenze grazie al nuoto agonistico e alla scrittura. Nel cast, anche Thora Birch, Tom Sturridge, Jim Belushi e l’ex bassista dei Sonic Youth Kim Gordon.

Perché ha scelto questa storia per il suo debutto da regista? «Dirigere un f…

Se si dovesse descrivere una star con le idee chiare, a cui il successo non ha tolto lucidità né impegno, il primo nome che viene in mente è quello di Kristen Stewart. Da bambina prodigio accanto a Jodie Foster in Panic Room alla fama mondiale di Twilight(3,5 miliardi di dollari al botteghino), da idolo teen al centro del gossip per la sua relazione con il collega Robert Pattinson all’impegno per la comunità Lgbtq+ e al matrimonio con la sceneggiatrice Dylan Meyer, Kristen di strada ne ha fatta parecchia. E adesso la vediamo anche al suo debutto come regista con La cronologia dell’acqua.

Tratto dal memoir della scrittrice Lidia Yuknavitch, e prodotto da Ridley Scott, vede Imogen Poots nei panni della stessa scrittrice che riesce a superare traumi, abusi e dipendenze grazie al nuoto agonistico e alla scrittura. Nel cast, anche Thora Birch, Tom Sturridge, Jim Belushi e l’ex bassista dei Sonic Youth Kim Gordon.

Perché ha scelto questa storia per il suo debutto da regista? «Dirigere un film è sempre stato un mio desiderio, fin da quando ho iniziato a recitare e questa storia mi ha conquistata perché racconta la vita di una persona reale, distaccandosi da qualsiasi cliché».

Cosa l’ha colpita del libro? «L’unicità della voce di Lidia, ma soprattutto ciò che racconta sulla malleabilità delle nostre esperienze. Lei è la dimostrazione che l’arte è in grado di trasformare quello che ci ferisce in qualcosa di incoraggiante e gioioso. Il libro esplora temi come la politica, la bisessualità, la dipendenza da droghe e alcol, e in ultima analisi è la storia di una donna che cerca di reimpossessarsi della propria vita».

Ha girato in 16 millimetri. Pensava di poter trasmettere un’emozione più specifica in questo formato? «Sì, non volevo semplicemente “registrare” un film. Volevo imprimere le immagini su un supporto fisico, un po’ come scattare tantissime foto e poi individuare i punti in cui unirle, collegarle emotivamente attraverso un filo narrativo che non è sempre il più ovvio, proprio come succede nella vita reale. Quando si gira in digitale, non si smette mai di registrare, non si perde mai nulla. Si può girare all’infinito, e trovo che in questo modo non si viva una vera immersione spirituale. Invece io volevo qualcosa che fosse più legato all’attimo, al presente: l’analogico permette di non controllare tutto, e a volte regala delle sorprese. Desideravo che il film desse l’impressione di essere stato trovato nella soffitta di qualcuno, e che fosse fuori dal tempo, legato alla memoria, come un album di famiglia. Mi sono proprio chiesta: che volto hanno i ricordi? E poi l’aspetto imperfetto del 16 millimetri era un modo per trasmettere visivamente il complesso panorama mentale di Lidia e la sua connessione con l’acqua».

Ci ha messo otto anni a realizzare il film. Perché così tanto tempo? «Ho scritto 500 stesure della sceneggiatura. Il film è strutturato attorno a una serie di ricordi di Lidia che vengono presentati come flashback, sogni e momenti immaginari, dunque non è stato facile organizzarne il ritmo. E poi l’acqua era molto importante da raffigurare: è una delle protagoniste del film. Rappresenta la sua rinascita, il suo battesimo. L’acqua è il filo conduttore dei pensieri di Lidia. Ci ho messo un po’ a capire come fare».

Com’è stata questa prima esperienza da regista? «Mi sono divertita moltissimo, ma è stato davvero difficile. È un tipo di lavoro completamente diverso dal recitare. Ho avvertito i miei limiti tecnici sulla struttura, sul processo e il fatto di essere io la persona che doveva controllarli è stata una bella responsabilità, ho cercato di arginare il caos! Ma poi mi sono anche permessa di sentirmi libera, pronta ad abbracciare gli imprevisti, senza controllare tutto. Ho cercato di creare delle cornici, per così dire, per permettere alla vita e all’improvvisazione di sorgere spontaneamente all’interno delle immagini».

Pensa che per crescere, anche creativamente, sia necessario affrontare sfide e momenti difficili? «Viviamo in una società globalizzata che non è affatto equa. Credo che se hai un percorso spianato e privilegiato, che in qualche modo ti ha indotto a credere di essere soddisfatto, allora vivi in una sorta di inconsapevolezza. Anche se non hai affrontato traumi, abusi o alcune delle cose trattate nel film, devi essere davvero in una bolla per non sapere che molte persone non stanno bene come te. In più, la società tende a colpevolizzare le vittime delle ingiustizie, aggravando il trauma. Per questo nel film ci sono molte voci “patriarcali”: la voce del padre, la voce di Dio, la voce del terapeuta. Noi donne non siamo state educate ad aiutarci tra noi, ma a essere controllate dagli uomini che ci vogliono docili e felici».

È stato un processo terapeutico? «Un vero e proprio salasso (ride) con tanto di sanguisughe! Abbiamo realizzato un film su una donna, ma che allo stesso tempo rappresenta l’esperienza femminile universale. È una sequenza di momenti che abbiamo provato tutte: la prima volta che ti sei sentita sessualmente violata, la prima volta che hai capito che il tuo corpo non era completamente tuo, la prima volta che hai avuto il ciclo mestruale, e di cui ti sei sentita in imbarazzo, la prima volta in cui ti sei sentita orgogliosa...».

Ha già in mente la regia del suo prossimo film? «Sto sviluppando un film punk-rock audace e anticonformista. Adesso mi sento molto più coraggiosa».

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