Le cinque “C” che ci salvano dall’intelligenza artificiale (secondo LinkedIn)
di Giuliano AluffiLinkedIn è il posto dove il capitalismo parla come un life coach: licenziamenti raccontati come “nuove avventure”, fallimenti trasformati in Ted Talk e vulnerabilità usata come personal branding. Ma dietro i post motivazionali e la funzione Open To Work, che sulla piattaforma segnala la “disponibilità” a trovare una (nuova) occupazione, si nasconde una paura molto meno performativa: quella, sempre più diffusa tra i colletti bianchi, di essere sostituiti non da un altro umano, ma da un’intelligenza artificiale. Aneesh Raman osserva questa trasformazione da una posizione privilegiata. Ex reporter della Cnn, dove ha seguito guerre e crisi internazionali, oggi è Chief economic opportunity officer di LinkedIn, cioè una delle persone che più da vicino studiano come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando il lavoro globale. Nel libro scritto insieme a Ryan Roslansky, ex Ceo di LinkedIn e oggi vicepresidente Microsoft, Open To Work. Come fare strada nell’era dell’Ia (Limina, 256 pagine, …
LinkedIn è il posto dove il capitalismo parla come un life coach: licenziamenti raccontati come “nuove avventure”, fallimenti trasformati in Ted Talk e vulnerabilità usata come personal branding. Ma dietro i post motivazionali e la funzione Open To Work, che sulla piattaforma segnala la “disponibilità” a trovare una (nuova) occupazione, si nasconde una paura molto meno performativa: quella, sempre più diffusa tra i colletti bianchi, di essere sostituiti non da un altro umano, ma da un’intelligenza artificiale. Aneesh Raman osserva questa trasformazione da una posizione privilegiata. Ex reporter della Cnn, dove ha seguito guerre e crisi internazionali, oggi è Chief economic opportunity officer di LinkedIn, cioè una delle persone che più da vicino studiano come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando il lavoro globale. Nel libro scritto insieme a Ryan Roslansky, ex Ceo di LinkedIn e oggi vicepresidente Microsoft, Open To Work. Come fare strada nell’era dell’Ia (Limina, 256 pagine, 20 euro), Raman ammette che perfino i lavori che sembravano “sicuri” – cognitivi, creativi, professionali – iniziano improvvisamente a sembrare rimpiazzabili. E propone forme di difesa, sia pur nell’ottica tecno-ottimista e autoassolutoria della Silicon Valley, facendo leva sulle 5C: curiosità, creatività, coraggio, compassione, comunicazione.
Le cinque C sono qualità celebrate da decenni nei manuali di leadership. Perché dovrebbero diventare decisive proprio ora?
«Perché il lavoro sta tornando a valorizzare ciò che è unicamente umano. Per due secoli l’economia ci ha chiesto di comportarci come macchine: essere più veloci, efficienti, standardizzati, elaborare informazioni rapidamente. Dalla macchina a vapore in poi, il lavoro industriale è stato soprattutto questo. Ma l’Ia ci supererà proprio nel fare cose meccaniche. E questo non significa la fine del lavoro umano, ma l’inizio di una fase diversa. Le cinque C, considerate finora semplici soft skills, stanno diventando il vero vantaggio competitivo. Il cervello umano esiste da centinaia di migliaia di anni; l’era industriale ne ha appena 300: siamo molto più di quello che il lavoro dell’era industriale ci ha chiesto di essere fino a oggi».
Ma come si dimostra a un datore di lavoro di possedere qualità così difficili da quantificare?
«Bisogna smettere di raccontarsi attraverso i titoli e iniziare a ragionare per competenze. La mia carriera, per esempio, non ha alcun senso se guardi solo i titoli: sono stato corrispondente di guerra per la Cnn, speechwriter di Obama, ho lavorato nelle startup, in Facebook e con il governatore della California. Ma quando ho riguardato il mio profilo LinkedIn ho capito che il filo rosso era sempre lo stesso: usare la narrazione per spiegare temi complessi e costruire coalizioni. Quello era il mio skill set profondo. Oggi posso definirmi qualcuno che usa la narrazione esplicativa per influenzare le opportunità economiche. Secondo me è questo che tutti dovrebbero fare: leggere la propria storia professionale attraverso le competenze trasferibili, non attraverso le etichette dei ruoli».
Cosa vi dicono i dati di LinkedIn sulla trasformazione in atto?
«Una stima che emerge dai nostri dati è che entro il 2030 il 70 per cento delle competenze richieste dal lavoro medio cambierà. Questo processo era già iniziato, ma l’Ia lo sta accelerando enormemente. Il punto fondamentale è che il tuo lavoro sta cambiando anche se tu non stai cambiando lavoro. Molte persone pensano che la trasformazione arriverà quando perderanno il posto o verranno sostituite. In realtà il cambiamento è già dentro le attività quotidiane: strumenti, processi, competenze richieste. La vera domanda è se vuoi guidare questo cambiamento o subirlo».
Possiamo renderci insostituibili dall’Ia?
«Con quello che chiamo il “sistema delle tre cartelle”. Tutti abbiamo una dozzina di compiti principali nel lavoro. Nella prima cartella metti tutto ciò che l’Ia può già fare da sola: attività ripetitive, standardizzate, basate su regole chiare. Nella seconda metti quello che puoi fare meglio insieme all’Ia: analisi, contenuti, dati, ricerca. La macchina accelera, ma tu aggiungi contesto, giudizio e sensibilità. Nella terza cartella ci sono invece le attività profondamente umane: costruire fiducia, leggere situazioni ambigue, gestire relazioni, prendere decisioni difficili quando non esistono regole già codificate, guidare e ispirare le persone. Se più di metà del tuo lavoro è nella prima cartella, allora sei nella “zona rossa” e rischi più seriamente di essere sostituito da una macchina. Se la tua seconda cartella è vuota, stai perdendo l’opportunità di usare l’Ia per amplificare le tue capacità. L’obiettivo è spostarsi progressivamente verso la terza cartella, investendo sempre di più in empatia, creatività, leadership e capacità di interpretare il contesto umano. È la terza cartella a renderci insostituibili».
Però oggi anche le capacità che sembravano esclusivamente umane – traduzione, diagnosi, scrittura, creatività – vengono progressivamente automatizzate. Cosa la rende sicuro che anche questo “spazio umano” non verrà conquistato dall’Ia?
«Perché stiamo confrontando l’Ia con esseri umani che per due secoli hanno lavorato come macchine. Non abbiamo mai davvero costruito un mondo del lavoro che chiedesse alle persone di portare tutte sé stesse in ciò che fanno. L’era industriale ha premiato standardizzazione, prevedibilità ed efficienza. Ora che le macchine saranno migliori di noi in tutto questo, il valore umano emergerà proprio in ciò che non è standardizzabile».
A proposito di standardizzazione: il feed di LinkedIn è diventato famoso per un certo tipo di vulnerabilità performativa. Tante persone condividono storie di fallimento che in realtà sono storie di successo travestite. Quanto di questa cultura è frutto delle scelte di design di LinkedIn? E cosa cambierebbe? Perché alcune persone la trovano imbarazzante.
«Sì, sta già cambiando. Io vado su LinkedIn ogni giorno come se fosse la mia aula. Vado e imparo dai post degli altri. Contribuisco con qualcosa che ho imparato o che ho provato e in cui ho fallito. Costruisco in pubblico. Imparo in pubblico e chiedo se qualcuno abbia idee migliori delle mie. Non nego che tanti usino LinkedIn per mettersi in mostra in modo insincero. Ma, in realtà, abbiamo molto più controllo sul nostro feed di quanto le persone si rendano conto. Se vedi post che ti infastidiscono, puoi eliminarli con la X: l’algoritmo impara e ti mostrerà sempre meno post di quel tipo. Io curo costantemente il mio feed. Ogni pochi mesi, seguo nuove persone, smetto di seguire quelle che non alimentano più la mia curiosità, interagisco con i post che trovo interessanti, ed elimino i post che non mi piacciono. E il feed migliora con me».
Sul Venerdì del 5 giugno 2026