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Brexit, ritorno al futuro

In una foto del 2016, i promotori del “leave” celebrano la vittoria: dopo un periodo di declino, il loro leader Farage è tornato popolare. I sondaggi lo danno al trenta per cento di consensi.Anadolu Agency / getty images 

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Dieci anni fa il Regno Unito votava per uscire dalla Ue. Oggi, nonostante l’avanzata di Farage, molte persone non sono più tanto convinte che sia stato un buon affare. Riusciranno a cambiare le cose? Questo è tutto da vedere
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LONDRA. Vuoi venire a cena la prossima settimana? Ho deciso di riprendere i nostri simposi sulla Brexit...». A telefonarci è un celebre intellettuale inglese, di fede europeista. Che vuole rimanere anonimo e che per anni, in pieno dramma dell’uscita di Londra dall’Ue, ci ha invitato a West London per banchetti con romanzieri in tweed, giornalisti in camicia di seta, parlamentari ciarlieri, illustri esponenti di think tank, avvocati gauche caviar, attiviste radical chic e fiumi di champagne socialism. Filosofia politica, corpose bevute di Malbec, dibattiti notturni. Il sottoscritto, osservatore partecipe ma imparziale, non ha potuto non notare la determinazione dei commensali nel perseguire il loro obiettivo: smuovere le coscienze e l’opinione pubblica per far deragliare la Brexit. Il cui fatidico referendum del 23 giugno 2016 ora compie dieci anni.

Da tempo il nostro amico scrittore e boomer non ci invitava nella sua magione a parlare di Brexit, diventata realtà nel 2021. Ma ora qualc…

LONDRA. Vuoi venire a cena la prossima settimana? Ho deciso di riprendere i nostri simposi sulla Brexit...». A telefonarci è un celebre intellettuale inglese, di fede europeista. Che vuole rimanere anonimo e che per anni, in pieno dramma dell’uscita di Londra dall’Ue, ci ha invitato a West London per banchetti con romanzieri in tweed, giornalisti in camicia di seta, parlamentari ciarlieri, illustri esponenti di think tank, avvocati gauche caviar, attiviste radical chic e fiumi di champagne socialism. Filosofia politica, corpose bevute di Malbec, dibattiti notturni. Il sottoscritto, osservatore partecipe ma imparziale, non ha potuto non notare la determinazione dei commensali nel perseguire il loro obiettivo: smuovere le coscienze e l’opinione pubblica per far deragliare la Brexit. Il cui fatidico referendum del 23 giugno 2016 ora compie dieci anni.

Da tempo il nostro amico scrittore e boomer non ci invitava nella sua magione a parlare di Brexit, diventata realtà nel 2021. Ma ora qualcosa è cambiato. Se persino lui ha deciso di riesumare le sue continental dinners nella Londra posh, allora è proprio vero: il sogno di rientrare nella Ue non è più tabù. Del resto, persino il cauto primo ministro Sir Keir Starmer ha preso coraggio: «Bisogna tornare nel cuore dell’Europa». La sua ministra delle Finanze, Rachel Reeves, dice: «Abbiamo perso almeno l’8 per cento di Pil per la Brexit». Mentre il ministro per l’Europa, Nick Thomas-Symonds, ci spiega: «Il mondo è cambiato. Difesa, sicurezza, commercio: se cooperiamo saremo tutti più forti. L’Erasmus è già tornato e presto ci sarà mobilità per i giovani dei due blocchi».

Piccoli passi

Ovvero, come dovrebbe essere deciso in un summit quest’estate, gli under 30 europei e britannici potranno viaggiare e studiare liberamente per circa due anni in Ue e Uk. «Sarebbe un gran primo passo anche per la ristorazione: manca ancora un 30 per cento di staff europeo e con alte competenze di cucina», commenta il celebre chef italiano a Londra, Francesco Mazzei. Che per anni, come tanti altri ristoratori qui, aveva potuto contare sui giovani di tutto il Continente per coprire posizioni nel suo staff. Ma il Regno Unito cerca anche un nuovo accordo per il libero scambio di beni alimentari: «Sarebbe di enorme beneficio, perché i costi dei prodotti italiani, dal parmigiano al San Daniele, sono schizzati dopo la Brexit, e i ristoranti soffrono».Un recente sondaggio YouGov rileva che per il 58 per cento dei britannici sia stato un errore lasciare l’Ue, mentre solo il 29 la considera ancora la scelta giusta. Persino il 15 per cento degli elettori del “re della Brexit” Nigel Farage tornerebbero nella Ue. Lo stesso pensa l’80 per cento degli iscritti al partito laburista, per non parlare di quelli dei Verdi e dei Lib-Dem.

Altri studi riportati dall’Economistsuggeriscono che, se oggi si tenesse un referendum sulla Brexit, il 62 per cento contro il 38 sarebbe a favore del rientro. Altro che il tombale 52-48 di un decennio fa.Non solo. Le piccole e medie imprese britanniche – che non possono permettersi di aprire una sede Ue come le multinazionali – continuano a soffrire. Dunque, Starmer cerca un allineamento delle norme britanniche al mercato unico europeo ( «reset», lo chiama). Ancora: l’inflazione di Londra resta tra le più alte in Europa, soprattutto a causa dei costi extra imposti dalla Brexit su beni e servizi, mentre il mercato dell’industria creativa è crollato nel continente. Per non parlare della questione difesa, con la Russia di Putin che rappresenta una minaccia serissima di fronte alla quale la Difesa europea è sguarnita. «I britannici hanno sempre amato l’Europa in sé, inclusi i brexiter», ci racconta Robert Evans, per 15 anni deputato britannico laburista a Bruxelles. «Il referendum di dieci anni fa è stato soprattutto contro il governo e contro l’immigrazione. Se il Labour sarà rieletto, vedo due scenari: il Regno Unito si avvicinerà sempre di più all’Europa o inizierà i negoziati per tornare direttamente nell’Unione».

Ma magari fosse così facile. I rapporti tra Uk e Ue sono sempre stati funestati da sospetti e veleni, tanto che persino sulla Difesa non c’è stato accordo, a fine anno scorso, sull’ammissione di Londra al fondo “Safe”, che sosterrà i Paesi che investiranno nel settore. Il governo Starmer insiste: restano le tre linee rosse tracciate nella campagna elettorale prima del trionfo del 2024: ci riavvicineremo, ma non si torna in Ue, né nel mercato unico europeo e nemmeno nell’unione doganale. Questo per non rigettare nel caos un Paese ancora lacerato e dove ora nei sondaggi (con il circa il 30 per cento) comanda Nigel Farage, mai così vicino a Downing Street. «Rientrare in Ue sarà molto complicato, basti pensare alla moneta unica e a Schengen», ci dice Paul Adamson, presidente di Forum Europe e fondatore del magazine Encompass. «Credo che l’unica strada sia riavvicinarsi a poco a poco. Poi si vedrà».

Lo scandalo di Andrea

Ma fino a quando reggerà questa posizione? Il sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, è uscito allo scoperto e a Repubblica due mesi fa ha rivelato la sua ricetta: «Alle prossime elezioni, il Labour deve fare campagna esplicita per tornare nella Ue, anche senza un secondo referendum». Pure il possibile successore di Starmer, il sindaco di Manchester Andy Burnham, è un europeista convinto, e un giorno vorrebbe che il Regno Unito tornasse in Europa.Wishful thinking? Il Labour di governo deve fare i conti innanzitutto con le crepe interne: l’europeista Londra è distante anni luce dalle aree ex operaie, bianche, euroscettiche e storicamente di sinistra come il Red Wall, ossia il Muro Rosso nelle Midlands e nel Nord dell’Inghilterra. Del resto, su 411 circoscrizioni controllate dal Labour, 260 hanno votato per l’uscita dalla Ue nel 2016. E se la musica preferita di Starmer è l’Inno alla Gioia di Beethoven, che è l’inno della Ue, e se i parlamentari laburisti della capitale ambiscono al modello Svizzera per la nuova Gran Bretagna post Brexit (ossia fuori dalla Ue, ma dentro il mercato unico europeo), ci sono tantissimi deputati settentrionali come l’ex poliziotto Jonathan Hinder che esecrano ogni ambizione continentale: «Pensate davvero che parlare di Europa possa piacere ai nostri elettori working class?».

«Il guaio è che le vie di mezzo non convincono, mentre tornare nella Ue non è un’ipotesi fattibile», ci dice Sir Ivan Rogers, ex capo negoziatore britannico a Bruxelles. «Temo che nel 2029 rivedremo lo scontro totale con l’Unione», riferendosi al possibile arrivo di Farage a Number 10. E Anand Menon, direttore del think tank Uk in a Changing Europe, aggiunge al Venerdì: «Quale primo ministro vorrà rovinarsi il mandato annunciando di voler tornare nella Ue? Credo che la maggioranza dei britannici sia esausta dalla Brexit e non vorrebbe riaprire questa ferita per nulla al mondo».

Eppure, a dieci anni dallo scisma «i britannici sono più europei che mai, anche per il caos politico a Londra», scrive il Financial Times. Del resto, se cadesse Starmer nelle prossime settimane, il Regno Unito avrebbe il suo quinto premier in quattro anni: «Un circolo vizioso di bassa crescita e governi deboli: il male britannico è il male francese, nonché il male tedesco». Non solo. «Dopo una serie di scivoloni, la Bbc ha perso la sua aura di infallibilità», continua il giornale finanziario, «lo scandalo dell’ex principe Andrea ha compromesso l’immagine della Royal Family, perfino il tasso di cambio tra sterlina ed euro è più vicino alla parità, mentre Irlanda e Gran Bretagna sono più simili di quando facevano parte dello stesso Stato due secoli fa. Rientrare nell’Ue? Per molti aspetti, ci siamo già».

Sul Venerdì del 12 giugno 2026

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