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La rete di Epstein

AFP via Getty Images 

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Il giallista che per primo indagò sullo scandalo che fa tremare i potenti del mondo racconta il sistema dietro al milionario pedofilo. E quello che polizia, magistrati e politici non hanno voluto vedere
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Pubblichiamo in anteprima l’Introduzione a La verità sugli Epstein Files (Chiarelettere), in libreria in tutto il mondo dal 16 giugno.

NEW YORK. Ecco come siamo arrivati fin qui. Ho scritto Filthy Rich nel 2016. E ho recapitato questo libro-denuncia, che dimostra chiaramente come Jeffrey Epstein fosse un essere umano spregevole, a tutti i principali organi di informazione. L’ho fatto di persona. Ma nessuno ha giudicato importante o scandalosa la storia. Soltanto il Wall Street Journal e il Miami Herald hanno almeno risposto. Nel corso della sua vita Jeffrey Epstein è stato un collezionista di denaro e informazioni, di persone ed esperienze. E di case: era noto soprattutto per l’abitudine di invitare alcune delle persone più potenti – e inermi – del mondo nelle sue sontuose residenze, tra cui quelle in Francia, nelle Isole Vergini statunitensi, in New Mexico, in Florida e a New York. Una sera di una decina di anni fa, durante una tranquilla passeggiata nell’Upper East Side di Manhattan…

Pubblichiamo in anteprima l’Introduzione a La verità sugli Epstein Files (Chiarelettere), in libreria in tutto il mondo dal 16 giugno.

NEW YORK. Ecco come siamo arrivati fin qui. Ho scritto Filthy Rich nel 2016. E ho recapitato questo libro-denuncia, che dimostra chiaramente come Jeffrey Epstein fosse un essere umano spregevole, a tutti i principali organi di informazione. L’ho fatto di persona. Ma nessuno ha giudicato importante o scandalosa la storia. Soltanto il Wall Street Journal e il Miami Herald hanno almeno risposto. Nel corso della sua vita Jeffrey Epstein è stato un collezionista di denaro e informazioni, di persone ed esperienze. E di case: era noto soprattutto per l’abitudine di invitare alcune delle persone più potenti – e inermi – del mondo nelle sue sontuose residenze, tra cui quelle in Francia, nelle Isole Vergini statunitensi, in New Mexico, in Florida e a New York. Una sera di una decina di anni fa, durante una tranquilla passeggiata nell’Upper East Side di Manhattan, Tim Malloy – mio amico e collaboratore per questo libro – si è quasi scontrato con un signore dai capelli argentei che era un nostro vicino di casa a Palm Beach. L’uomo camminava lungo Madison Avenue e si distingueva per diverse cose: prima di tutto era in pantofole. Pantofole costose, ricamate, con il monogramma, ma comunque pantofole. Poi era accompagnato da due ragazze molto avvenenti: spiccavano persino a Manhattan, un luogo che attira persone bellissime da tutto il mondo. Mentre l’uomo percorreva il viale strascicando leggermente i piedi, le ragazze camminavano poco più indietro, come se dovessero scortarlo o servirlo. Tim, mantenendo una rispettosa distanza, ha seguito il terzetto mentre svoltava a destra sulla Settantunesima e puntava verso un’enorme casa, quasi una fortezza, esattamente al centro dell’isolato. L’imponente residenza aveva la facciata in pietra e un portone d’ingresso alto più di quattro metri che non avrebbe sfigurato a difesa di un castello. E, come sulle pantofole del nostro vicino, accanto al portone era ben evidente il monogramma JE, formato da lettere di ottone in rilievo. La casa e probabilmente le due ragazze appartenevano a Jeffrey Epstein, uomo ricco e potente schedato come criminale sessuale con una certa predilezione per la carne minorenne: non solo ragazze sedicenni o diciassettenni, ma anche più giovani. L’idea su di lui era che avesse abusato di decine di donne: o, più precisamente, di ragazze. Con alcune di loro aveva raggiunto un accordo extragiudiziale per evitare cause. Per i suoi crimini, aveva scontato una breve pena detentiva: breve. E così eccolo qui, di nuovo a piede libero: accompagnato da due bellissime ragazze. L’arresto di Epstein era arrivato sulle prime pagine dei giornali in tutto il mondo. Ma a Palm Beach, dove aveva una delle sue case, quella non lontano dalla mia, aveva provocato uno scandalo le cui ripercussioni erano andate avanti a lungo. Avevo seguito il caso di Epstein sui media: mi chiedevo perché la polizia di Palm Beach avesse impiegato così tanto tempo per arrivare a lui. E perché, in seguito, ne avesse trascorso così poco in prigione. Quelle erano le domande più ovvie, ma ce n’erano anche altre: come aveva guadagnato la sua fortuna milionaria? Sembrava che nessuno lo sapesse. E anche se i media avevano già rivelato alcuni dettagli sui suoi rapporti minorenni, sembrava che molti reporter avessero capito quello che era successo solo al momento del suo arresto.

Il circoletto

Epstein adorava i massaggi. Se ne faceva fare due o persino tre al giorno dalle ragazze, nella sua magione sull’isola. Aveva agito su scala quasi industriale. Ma chi erano queste ragazze? Da dove erano arrivate? Com’erano finite nella sua villa in un’appartata via di Palm Beach? Epstein aveva amici potenti. Aveva frequentato capi di Stato, premi Nobel, membri di famiglie reali, e un cospicuo numero di miliardari. Era grazie a qualcuna di quelle conoscenze che era tornato in libertà? Volevo assolutamente scoprirlo. In fondo le nostre case distavano meno di un chilometro e le azioni di Epstein avevano avuto un impatto innegabile sulla cittadina in cui vivevo. Stimolati da quel suo avvistamento a New York, Tim Malloy e io cominciammo a indagare, in collaborazione con John Connolly, un coriaceo e pragmatico giornalista che un tempo aveva fatto parte della polizia newyorkese e stava anch’egli seguendo le notizie sul consulente finanziario. Sono rimasto sconvolto dalla folle vicenda che abbiamo scoperto. Trenta, quaranta, cinquanta ragazze, e verbali di polizia sulla maggior parte di loro: eppure questo tizio aveva ricevuto soltanto una punizione lieve. Jeffrey Epstein era assimilabile ai personaggi più malvagi che io abbia mai creato. Forse era addirittura peggiore di loro: se quella fosse stata fiction, avrei dovuto smorzare i toni, nessuno avrebbe mai ritenuto credibile un personaggio così eccessivo.

Le minacce

Una volta che Epstein e i suoi avvocati seppero del nostro libro, tentarono in ogni modo di impedirne la pubblicazione. Non volevano che venisse scritto e cercarono di intimidirci. «Non sapete in cosa vi state immischiando. Vi conviene fare marcia indietro». Ma io non intendevo certo lasciarmi spaventare. Non ho mai avuto paura di fare la cosa giusta, di tentare di dire la verità. Non ho mai avuto problemi con questa storia perché era vera. Invece di tirarmi indietro, chiesi di poter parlare con Epstein, di sentire la sua versione. Speravo di intervistarlo io stesso, di guardare dritto negli occhi l’uomo di cui stavamo scrivendo. Epstein rifiutò di concedermi un’intervista. Se lo avesse fatto, ecco alcune delle numerose domande che gli avrei posto: • Nel 2008 si è dichiarato colpevole del reato di istigazione alla prostituzione ai danni di una minorenne. In cuor suo si ritiene colpevole? • Nel 2011 ha dichiarato al New York Post: «Non sono un predatore sessuale ma un “pregiudicato”. È la stessa differenza che corre tra un assassino e chi ruba un bagel». Condivide ancora oggi quell’affermazione? • I tredici mesi trascorsi al carcere Stockade, nella contea di Palm Beach (2008-2009), l’hanno in qualche modo cambiata? Dopo la detenzione ha continuato a cercare la compagnia di ragazze minorenni? • La sua condanna le imponeva anche di sottoporsi a psicoterapia. È ancora in cura? Ritiene di soffrire di dipendenza dal sesso e, in tal caso, è stato curato per questo? • Crede di avere causato danni psicologici alle donne, soprattutto alle ragazze minorenni, con cui ha avuto rapporti? • Qual è il suo maggior rimpianto? Queste domande sono ormai destinate a rimanere senza risposta.

Nella narrativa crime, ci sono la visione iniziale e quella di lungo termine: in questo caso, non c’è mai stato alcun dubbio sulla colpevolezza di Jeffrey Epstein. L’ha ammessa lui stesso nell’ambito dell’accordo extragiudiziale che ha accettato di firmare nel 2007 per evitare l’incriminazione. La vera domanda è di cosa esattamente fosse colpevole. La nostra inchiesta tenta di rispondere a questo e a molti altri interrogativi su quest’uomo singolare e misterioso. Per dirla in parole semplici: c’è gente convinta di poter agire al di fuori della legge. Epstein era una di queste persone.

Lontano dai riflettori

Quando abbiamo iniziato a lavorare, benché accuse contro Jeffrey Epstein fossero comparse sulle prime pagine dei giornali della Florida già da una decina di anni, il suo caso non era ancora arrivato sul radar nazionale. Ma Tim Malloy e io abbiamo deciso che questa storia andasse raccontata in profondità. Per questo, insieme abbiamo intervistato amici e conoscenti di Epstein, alcuni dei quali lo frequentavano sin ai tempi dell’infanzia. Molti di loro hanno accettato di parlare solo a condizione di rimanere anonimi. Abbiamo incontrato poliziotti che avevano preso parte alle indagini a Palm Beach e avvocati impegnati nei processi che ne erano scaturiti. Abbiamo visto conoscenti, dipendenti, vicini e soci in affari di Epstein e le famiglie delle sue vittime. Molti dei verbali della polizia e degli atti giudiziari sono finiti nel nostro libro: riportati in buona parte in maniera letterale, con le stesse parole che hanno usato le ragazze che sono state vittime di Epstein. Abbiamo cambiato i loro nomi e identità nella speranza di proteggerle da ulteriore imbarazzo e da ripercussioni negative. Il tutto è stato integrato con prove emerse da altre indagini: così il quadro ha iniziato a comporsi.

Le conseguenze del non amore

Il 19 novembre 2025 l’Epstein Files Transparency Act (la legge che impone la pubblicazione di tutti i documenti relativi al caso ndr) è diventato legge. Il 30 gennaio 2026 il dipartimento di Giustizia ha desecretato più di tre milioni di pagine di verbali, documenti, file, immagini e video relativi alle indagini su Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Uno dei fautori della legge, il deputato della California Ro Khanna, calcola che quelli resi pubblici siano «al massimo la metà dei documenti», ma che anche solo questi «siano sufficienti per sconvolgere la coscienza del Paese». Nonostante le pesanti censure apportate, i nomi e i volti di numerose vittime di Epstein sono identificabili, così come le parole e le riflessioni – un tempo private – di alcuni degli individui più celebri e potenti del mondo. Comprese quelle del protagonista. Quando Epstein è venuto a sapere che stavamo scrivendo Filthy Rich ha consultato la sua cerchia più ristretta di amici per decidere come reagire. Dopo aver capito che non sarebbe riuscito a impedire la pubblicazione del libro, ha chiesto consiglio anche ad altre persone. «Parliamo di strategia», ha scritto in un’email a Michael Wolff il 16 marzo 2016. Due giorni più tardi, il giornalista lo ha messo in guardia, facendo direttamente il mio nome.

Da: Michael Wolff

A: Jeffrey Epstein

Re: Patterson

Data: Venerdì 18 marzo 2016

Un paio di cose su cui riflettere: […] hai bisogno di un’immediata contronarrazione rispetto al libro. […] Il mio timore è che Patterson sfornerà quasi sicuramente un bestseller, e lo scenario [delle elezioni del 2016] farà aumentare l’attenzione di dieci volte, anzi, forse di cento. Probabilmente più di qualsiasi cosa tu abbia incontrato finora. […]

Alcune delle celebrità amiche di Epstein invece lo hanno sollecitato a non curarsi del libro. «Non credo che rappresenti una minaccia per te», gli ha scritto in un sms Woody Allen, sostenendo che sarebbe stato «stupido giornalismo da tabloid». «Grazie», è stata la risposta di Epstein. Il guru New Age Deepak Chopra ha suggerito: «Dopo attente riflessioni credo che la migliore strategia con il libro di James Patterson sia ignorarlo completamente[...] Non concedergli nemmeno un briciolo di attenzione/energia[.] Diventerà un ricordo evanescente come lo è comunque tutta la nostra vita».

Alla fine Epstein ha deciso di buttarla sul ridere. Quando, il 20 settembre 2016, il fratello Mark gli ha mandato un’email dicendo: «È da un po’ che non vedo il tuo nome sui giornali. Sei ancora vivo?», lui gli ha risposto: «Dagli tempo. Il libro esce il 10 ottobre… sto cercando di decidere se organizzare o meno una festicciola con firmacopie».

Diciassette copie

Bloomberg News ha scritto che Epstein acquistò personalmente almeno diciassette copie di Filthy Rich. Lesley Groff, la sua assistente personale, gliene mise uno scatolone intero nel ripostiglio dell’ufficio, nel caso i suoi amici volessero leggerlo. Ma non basta: Epstein prese accordi per farsi fotografare in una libreria. La foto di copertina di Filthy Rich, gentilmente fornita dal Dipartimento di polizia di Palm Beach, è quella segnaletica scattata nel 2006. Nella libreria prescelta, Epstein ha preso una copia del volume dalla sezione nuove uscite, l’ha sollevata davanti al viso e si è messo in posa per l’obiettivo. Tengo una copia di quella foto nel mio ufficio come promemoria: quello era un uomo che non ha mai pensato che un giorno avrebbe pagato lo scotto per le sue azioni. «Chiaramente i ricchi hanno enormi vantaggi, quando si arriva in tribunale», abbiamo detto al Wall Street Journal in concomitanza con l’uscita della prima edizione del libro, nel 2016. «Il denaro può fare un sacco di cose». Questo non è cambiato. Ma le vittime di Epstein non stanno più in silenzio: hanno solo cominciato a scoprire il potere delle loro voci.

Sul Venerdì del 12 giugno 2026

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