Toy Story 5, un tablet minaccia i vecchi giocattoli: «I bambini crescono, ma l’immaginazione vince»
di Roberto Croci«Nei 31 anni trascorsi dal primo Toy Story, l’industria dei giocattoli ha fatto passi da gigante dal punto di vista tecnologico, ma le emozioni vissute giocandoci non sono mai cambiate». Andrew Stanton, 60 anni, vicepresidente creativo della Pixar, è autore delle sceneggiature di tutti i film della serie Toy Story: il primo uscì il 22 novembre 1995, vinse un Oscar e inserì di forza i Pixar Animation Studios nella mappa di Hollywood, cambiando per sempre il mondo dell’animazione. Stanton ha poi lavorato ai film A Bug’s Life, Alla ricerca di Nemo, Monsters & Co., Alla ricerca di Dory e Wall-e, dirigendo gli ultimi tre. Torna ora come autore e regista di Toy Story 5, in sala dal 18 giugno, in cui Jessie è diventata la capobanda dei giocattoli di Bonnie. Ma quando la bambina riceve in regalo un Lilypad, tablet parlante a forma di rana, i giocattoli iniziano a preoccuparsi per il tempo che lei passa davanti allo schermo e per quanto poco giochi con loro. La vecchia gang analogica entra…
«Nei 31 anni trascorsi dal primo Toy Story, l’industria dei giocattoli ha fatto passi da gigante dal punto di vista tecnologico, ma le emozioni vissute giocandoci non sono mai cambiate». Andrew Stanton, 60 anni, vicepresidente creativo della Pixar, è autore delle sceneggiature di tutti i film della serie Toy Story: il primo uscì il 22 novembre 1995, vinse un Oscar e inserì di forza i Pixar Animation Studios nella mappa di Hollywood, cambiando per sempre il mondo dell’animazione. Stanton ha poi lavorato ai film A Bug’s Life, Alla ricerca di Nemo, Monsters & Co., Alla ricerca di Dory e Wall-e, dirigendo gli ultimi tre. Torna ora come autore e regista di Toy Story 5, in sala dal 18 giugno, in cui Jessie è diventata la capobanda dei giocattoli di Bonnie. Ma quando la bambina riceve in regalo un Lilypad, tablet parlante a forma di rana, i giocattoli iniziano a preoccuparsi per il tempo che lei passa davanti allo schermo e per quanto poco giochi con loro. La vecchia gang analogica entra in lotta con i nuovi personaggi: Smarty Pants, giocattolo elettronico ispirato a un rotolo di carta igienica; Atlas, un allegro ippopotamo con Gps, in grado di parlare; Snappy, una macchina fotografica molto vivace. Tra i doppiatori italiani ci sono Katia Follesa, Federico Basso, Gianluca Gazzoli e Sal Da Vinci.
"Toy story 5" in sala il 18 giugno. Con la canzone di Taylor Swift e Sal Da Vinci che doppia
Stanton, come avete scelto il tema del conflitto tra i giocattoli tradizionali e quelli digitali?
«I film di Toy Story parlano di crescita, un processo che non si ferma mai, seguiamo semplicemente il corso della vita. Questi giocattoli sono come vampiri, non invecchiano, ma i bambini crescono e diventano genitori. E i genitori avranno poi figli a loro volta, ci saranno sempre altri capitoli da scrivere».
Prima di Toy Story, la Pixar non aveva mai prodotto un lungometraggio. Cosa vi contraddistingue?
«Le nostre scelte sono sempre state incentrate sui personaggi e sulle storie, e anche se ai tempi non sapevamo come realizzare lungometraggi, sapevamo benissimo come far ridere e intrattenere. La stessa cosa che ci contraddistingue ancora oggi: la storia, la storia, e ancora la storia. Il modo in cui abbiamo scelto di far evolvere la tecnologia, esplorarla e utilizzarla per creare le trame non è cambiato. Quando abbiamo nuove idee siamo entusiasti come quando Steve Jobs, Edwin Catmull e Alvy Ray Smith fondarono la Pixar nel 1986».
Come continuate a coinvolgere le nuove generazioni?
«Ogni bambino è diverso. Ogni casa è diversa. Ogni cultura è diversa. Ogni epoca è diversa, ma i nostri giocattoli sono i narratori, i testimoni di tutti questi momenti differenti. I bambini di oggi, come quelli di ieri, vogliono vedere qualcosa che li trasporti in un altro mondo, che stimoli l’immaginazione».
Ha scoperto qualcosa di nuovo girando questo film?
«La mia coregista, Kenna Harris, ha 31 anni, l’età di mia figlia, il che mi ha aiutato a capire quanto sia diverso il modo in cui vediamo l’idea della crescita. Ma quello che mi ha colpito di più, in senso positivo, è quanto in realtà siamo più simili che diversi, e che le cose che ci ispirano, che hanno avuto un impatto sulla nostra crescita, sulla nostra immaginazione, non sono così differenti. Il modo in cui utilizziamo gli strumenti è un po’ diverso, i metodi anche, ma la curiosità per questo mondo, quell’impulso di scoprire come funzionano le cose, come risolvere i problemi, è universale».
Toy Story 5 è una metafora contro l’uso irrefrenabile della tecnologia?
«Quando la tecnologia entra in gioco, vince sempre lei. Succede sia con gli adulti che con i bambini, non c’è storia. Se date una possibilità di scelta tra un tablet e una bambola, i bambini sceglieranno sempre il tablet, ormai è la norma. Ma è stata la stessa cosa quando è arrivata la tv, tutti pensavano che ci avrebbe devastato il cervello. Forse è successo, non lo so, ma siamo ancora qui, magari non era così preoccupante. Ogni famiglia dovrà capire cosa funziona meglio per loro e per i propri figli».
Avete fatto ricerche anche sull’Intelligenza artificiale?
«Io personalmente non parlo con le macchine, ma con gli artisti, è per questo che amo questo lavoro. Questo non vuol dire che la Pixar si rifiuti di esplorare nuove tecnologie, siamo sempre stati all’avanguardia in questo campo, proprio perché non abbiamo avuto paura di sperimentare. Ma per ora esplorando l’Intelligenza artificiale non abbiamo visto nulla di eccezionale».
Com’è il suo processo di scrittura?
«Negli ultimi anni il mio approccio si è evoluto. Vent’anni fa sarei stato molto più rigido, ora invece preferisco scrivere in modo più istintivo, altrimenti con una struttura più organizzata mi annoio. Uno dei miei mantra è il potere dei silenzi, lasciare che sia il pubblico ad arrivare alle conclusioni, senza rispondere alle domande. Un esempio? Nei primi trenta minuti di Wall-e ci sono pochissimi dialoghi. Ho iniziato a usare questo sistema guardando il cinema muto. È un potere che ha solamente il cinema».
Quando ha capito che l’animazione era la sua strada?
«Sono nato nel ’65, sono della generazione dei Muppets. Mi hanno probabilmente influenzato più di ogni altra trasmissione, hanno acuito il mio senso dell’intrattenimento, insieme a Bugs Bunny, Rocky e Bullwinkle. Sono cresciuto in un piccolo villaggio di pescatori, Hollywood era un altro pianeta… era Marte. Non ho mai pensato che sarei finito a lavorare lì, specialmente nell’animazione, pensavo ci fossero solo vecchietti e che fosse una forma d’arte che stava scomparendo come i calzolai. Quando uscì Guerre Stellari iniziarono a mostrare il dietro le quinte della realizzazione, oggi lo diamo per scontato, ma allora non lo avevamo mai visto. Ho capito che quello era il futuro e ho deciso di intraprendere la carriera nel cinema d’animazione».
Sul Venerdì del 12 giugno 2026