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Andrea Bajani: scrivere vuol dire farsi a pezzi

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TIC TAC Siamo disposti a perderci, ma poi vogliamo un posto dove tornare
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Se c’è una cosa che con una certa ostinazione ripeto da anni ai miei studenti, è che scrivere è minare alle basi – pervicacemente – ogni versione calcificata di sé. Il che equivale a prendere a scalpellate, parola dopo parola, frase dopo frase, la rassicurante versione che ci costruiamo ogni giorno per far finta di essere coerenti. O se non coerenti, quanto meno delle persone riassumibili in una frase. Scrivere, ripeto fino allo sfinimento, è prendere quel busto tutto d’un pezzo che abbiamo piazzato in bella vista all’ingresso, e lanciarlo per terra. Con quei pezzi, poi, scombinati tanto quanto sono le lettere dell’alfabeto, proviamo a inventare.

Che questa sia l’unica possibile via, è ovviamente tutto da dimostrare. E va da sé che il processo – prendersi a scalpellate da soli, mandarsi in frantumi – non solo non è indolore ma lascia disorientati. Disorientarsi, dentro quell’aula con solo lo sterminato cielo del Texas a farci da testimone dalle finestre, finisce per essere l’unica man…

Se c’è una cosa che con una certa ostinazione ripeto da anni ai miei studenti, è che scrivere è minare alle basi – pervicacemente – ogni versione calcificata di sé. Il che equivale a prendere a scalpellate, parola dopo parola, frase dopo frase, la rassicurante versione che ci costruiamo ogni giorno per far finta di essere coerenti. O se non coerenti, quanto meno delle persone riassumibili in una frase. Scrivere, ripeto fino allo sfinimento, è prendere quel busto tutto d’un pezzo che abbiamo piazzato in bella vista all’ingresso, e lanciarlo per terra. Con quei pezzi, poi, scombinati tanto quanto sono le lettere dell’alfabeto, proviamo a inventare.

Che questa sia l’unica possibile via, è ovviamente tutto da dimostrare. E va da sé che il processo – prendersi a scalpellate da soli, mandarsi in frantumi – non solo non è indolore ma lascia disorientati. Disorientarsi, dentro quell’aula con solo lo sterminato cielo del Texas a farci da testimone dalle finestre, finisce per essere l’unica maniera per ritrovarsi. Ci chiniamo, ciascuno sul proprio computer, e ci mettiamo a battere frasi di senso compiuto, piccole storie che, come dicono loro, “make sense”, che non solo abbiano un senso, ma diano una ragione di esistere. Il che significa che sì, siamo disposti a perderci, ma poi vogliamo un posto dove tornare. Che il nostro navigatore lo sappia che, per quanto frutto di un autoinganno, l’io che ci siamo costruiti porta in giro la nostra carcassa.

«Ma non nella vita, vero?», mi ha chiesto un giorno una studentessa. Perché il patto implicito, almeno dentro la classe, è che fuori dal foglio – appunto – poi ci si appoggi a qualcosa di solido. L’incertezza va bene scrivendo, ma poi tocca mettere insieme il pranzo e la cena. E se la risposta alla sua domanda non sono stato in grado di darla («It depends on you», le ho detto, dipende da te), poi ho capito che cosa intendeva. Che c’è bisogno di consegnarsi a una storia più grande di noi, di fare la comparsata, nel quotidiano concreto in cui ci tocca di essere funzionanti. E ripetere la parte che ci è stata consegnata, non importa da chi.

In fondo l’America – ho pensato guidando verso casa, con una macchina automatica, che non mi chiede nemmeno di accorgermi se il motore va su di giri – ha inventato il più portentoso dispositivo narrativo che abbia mai visto in azione. In cui essere americano è (anche) il sollievo di consegnarsi più o meno volenti a quelle istruzioni già trasformate in un brand, in cui quasi tutto il vivere quotidiano è stato codificato in azioni da mettere in pratica. In cui c’è poco da chiedersi cosa far fare ai bambini dopo pranzo se non hanno sonno perché esiste il quiet time – il tempo tranquillo – e se esiste lo si può applicare comunicandolo ai propri figli. Che questa cosa di capire come essere delle madri e dei padri decenti ha un nome – parenting – e quindi è una faccenda che si può imparare, dagli altri o dai manuali. Che c’è, insomma, una storia più grande che s’intitola “così vive un americano”, che mette il maschio a grigliare in veranda, porta a spasso le persone con il caffè nella borraccia nel quartiere in cui vivo. La guardo dalla finestra mentre passa, questa storia incredibile, questa fiction perfetta, e vorrei impararla anch’io. Ogni tanto faccio dei piccoli esercizi, come quelli che chiedo ai miei studenti e alle mie studentesse. E fallisco, come loro. Credo si chiami il failing. Detto così fa un po’ meno male, si è un po’ meno soli a scivolare sulle banane.

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