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Il designer John Pasche: così ho inventato la linguaccia degli Stones

Pasche in una foto recente mentre firma un poster con la famosa lingua scelta come logo dalla band inglese 

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Era uno studente di 24 anni quando il gruppo gli commissionò il logo. Ispirato alle labbra di Mick Jagger? No: a una dea
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È il logo più celebre dell’iconografia rock. Bocca spalancata, labbra carnose, denti in vista, stile Pop Art. Irriverente, sexy, provocatorio: simboleggia da 56 anni la quintessenza dei Rolling Stones. Anti-autoritario, ma anche perfettamente capitalista. Nato come gesto di indipendenza, ha cambiato pelle per oltre mezzo secolo attraverso decine di varianti, trasformandosi nel brand del gruppo e moltiplicandosi su dischi, magliette, tatuaggi. Tutti lo conoscono. O credono di conoscerlo. Perché la sua storia è più intricata di quanto sembri: equivoci, rivendicazioni, versioni concorrenti. Sullo sfondo, un’associazione persistente con Andy Warhol.Chi l’ha disegnato davvero?

La risposta porta a un solo nome: John Pasche, graphic designer inglese e ideatore originale del logo. Parla al Venerdì dalla sua casa-studio nel Surrey con l’asciuttezza di chi, dopo oltre mezzo secolodi attribuzioni incrociate, al clamore preferisce un britannicissimo understatement.

Grazie al college

Nel 1970 avev…

È il logo più celebre dell’iconografia rock. Bocca spalancata, labbra carnose, denti in vista, stile Pop Art. Irriverente, sexy, provocatorio: simboleggia da 56 anni la quintessenza dei Rolling Stones. Anti-autoritario, ma anche perfettamente capitalista. Nato come gesto di indipendenza, ha cambiato pelle per oltre mezzo secolo attraverso decine di varianti, trasformandosi nel brand del gruppo e moltiplicandosi su dischi, magliette, tatuaggi. Tutti lo conoscono. O credono di conoscerlo. Perché la sua storia è più intricata di quanto sembri: equivoci, rivendicazioni, versioni concorrenti. Sullo sfondo, un’associazione persistente con Andy Warhol.Chi l’ha disegnato davvero?

La risposta porta a un solo nome: John Pasche, graphic designer inglese e ideatore originale del logo. Parla al Venerdì dalla sua casa-studio nel Surrey con l’asciuttezza di chi, dopo oltre mezzo secolodi attribuzioni incrociate, al clamore preferisce un britannicissimo understatement.

Grazie al college

Nel 1970 aveva 24 anni: frequentava il terzo anno del corso post-laurea al Royal College of Art di Londra, dove si era specializzato in poster design. Gli Stones cercavano qualcuno per i manifesti dell’imminente tour europeo. «Credo che a segnalarmi sia stata una delle mie tutor, Margaret Calvert», ricorda Pasche. Perché una band così famosa si rivolse a uno studente? «Il Royal College aveva una forte reputazione nel design», dice. «Immagino che Mick cercasse qualcosa di più fresco e creativo».Il primo incontro avvenne negli uffici londinesi della band a Maddox Street, con Jagger direttore creativo di fatto, anche se ogni scelta doveva poi avere il benestare del gruppo. «Scoprimmo di avere entrambi interesse per la grafica dei poster di viaggio degli anni 20 e 30», racconta Pasche. La prima proposta non convinse Jagger: «Disse che potevo fare meglio». Il secondo progetto gli piacque; il resto della band approvò e l’artwork andò in stampa.

Gli Stones varcarono poi gli anni Settanta con piglio imprenditoriale: serviva un segno grafico distintivo per accompagnare la nuova fase, culminata nel 1971 con la nascita dell’etichetta Rolling Stones Records. Convinti di avere la persona giusta,il 29 aprile 1970 la band – tramite l’assistente personale Jo Bergman – scrisse ancora a Pasche, presso il Royal College of Art, per affidargli un nuovo incarico: creare «un logo o un simbolo» da usare su carta da lettere, programma del tour e cartelle stampa. Questa volta Jagger lo invitò nella sua casa di Cheyne Walk. «Mi spiegò che voleva un logo capace di funzionare da solo, senza usare il nome Rolling Stones o una foto della band. Un po’ come la conchiglia della Shell», prosegue Pasche. Poi gli mostrò un’immagine della dea indù Kali, vista nel negozietto indiano sotto casa e presa in prestito per l’occasione. Molti hanno associato erroneamente quel simbolo alla sensualità di Jagger; Pasche osserva invece che all’origine c’era un dettaglio dell’immagine della dea: «La lingua appuntita che spuntava fuori. Da lì nacque l’idea di usare una bocca e una lingua disincarnate».

Pasche ci lavorò per due settimane. L’immagine doveva restare «il più semplice possibile», perché sarebbe stata usata anche in dimensioni molto piccole. Immaginò labbra femminili:«Mi sembravano più attraenti e voluttuose». Con Jagger scelse uno schizzo «molto simile al logo attuale»; poi arrivò l’approvazione degli altri Stones. «Proprio quella semplicità permise al marchio di funzionare nel merchandising e perfino nelle scenografie da stadio».

E Andy Warhol?

Il nuovo logo degli Stones – chiamato negli anni con vari soprannomi,da Tongue and Lips a Hot Lips – cominciò presto a vivere una vita propria. Apparve in formato più grande nell’inserto della versione britannica di Sticky Fingers e sul singolo Brown Sugar. La copertina dell’album, con la celebre zip, era firmata Andy Warhol: anche per questo, per molti anni, si pensò che quel marchio fosse un’idea dell’artista americano. «In un certo senso ne fui lusingato», ammette Pasche, «ma avrei voluto che il mio lavoro fosse riconosciuto».

A complicare la vicenda fu il passaggio fra le due sponde dell’Atlantico. «Dopo l’approvazione, il logo serviva con urgenza negli Stati Uniti per l’edizione Usa di Sticky Fingers», continua Pasche. «L’unico modo per mandarlo era il fax». Ne uscì un’immagine «indistinta, in bianco e nero»,da ridisegnare per la stampa. «L’artwork venne rielaborato e differiva leggermente dal mio disegno originale».

Ed è quella, oggi, la versione più nota. Qui entrò in gioco Craig Braun, art director del packaging americano di Sticky Fingers, già collaboratore di Warhol per la banana dei Velvet Underground: fu lui a rivendicare la rielaborazione finale del logo, affidata all’illustratore Walter Velez sotto la sua supervisione, a partire dal fax a bassa definizione arrivato dall’Inghilterra. Più laterale e fumosa l’auto-attribuzione di Ernie Cefalu, creativo californiano: secondo alcune ricostruzioni circolate online, avrebbe disegnato lui una versione della lingua partendo da una richiesta di Braun e da una bocca già usata nel 1969 sull’etichetta centrale di Dolls Alive!, vinile promozionale della International Paper.

Pasche però non entra nel merito, anche perché non prese parte alla rielaborazione americana del marchio. Si limita a dire: «So che diversi artisti e designer hanno cercato di prendersi il merito del logo, ma sono contento che la verità sia ormai emersa». Il riconoscimento istituzionale arrivò molto più tardi: nel 2008 il Victoria & Albert Museum di Londra acquistò il disegno originale per 92.500 dollari. Gli Stones avrebbero poi confermato quella ricostruzione nel box celebrativo di StickyFingers del 2015.

Per poche sterline

Il capitolo più amaro, forse, riguarda il compenso. «All’inizio mi pagarono 50 sterline», ricorda Pasche, «poi altre 200 quando il logo cominciò a essere usato più ampiamente». Con l’esplosione del merchandising, una quota di royalties gli fruttò «qualche migliaio di sterline».Nel 1984 il management degli Stones lo contattò per acquistare il copyright. «C’erano zone grigie sulla proprietà», spiega. «Il mio consulente legale pensava che in tribunale avremmo rischiato di perdere, e che sarebbe diventato tutto molto costoso». Pasche accettò: 26 mila sterline, con cui comprò il suo primo appartamento a Londra. «Col senno di poi ho qualche rimpianto», ammette, «ma all’epoca mi sembrò la cosa giusta da fare».

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