Intervista ai Rolling Stones. Mick Jagger: “Rocker a 80 anni, il segreto? Niente fumo né alcol”
di Giuseppe VidettiMick Jagger ha ventuno anni, (I Can’t Get No) Satisfaction esce da lì a pochi mesi. I Rolling Stones atterrano per la prima volta al Jfk Airport di New York: primo giugno 1964. I Beatles sono già un fenomeno negli Usa, ma la storia si sta ripetendo, è l’inizio della British Invasion. Ad aspettarli, una folla di quattrocento adolescenti in piena crisi isterica. E ancora più febbrile è l’atmosfera allo Swing Auditorium di San Bernardino, in California, dove se ne sono radunati quattromila.
Piccoli numeri, paragonati agli stadi che gli Stones avrebbero riempito per decenni, ma impressionanti per una band che fino a quel momento ha solo scippato qualche canzone a Chuck Berry, Buddy Holly, Jimmy Reed e Rufus Thomas. Jagger – giovane capellone, bello, vistosamente sexy, provocante, ambiguo, sfacciato – ne fu travolto, sapeva che gli occhi delle ragazze (e di molti ragazzi) erano solo per lui, e rimase fulminato quando tornarono in autunno e cantarono, tra le urla e le lacrime dei presenti, …
Mick Jagger ha ventuno anni, (I Can’t Get No) Satisfaction esce da lì a pochi mesi. I Rolling Stones atterrano per la prima volta al Jfk Airport di New York: primo giugno 1964. I Beatles sono già un fenomeno negli Usa, ma la storia si sta ripetendo, è l’inizio della British Invasion. Ad aspettarli, una folla di quattrocento adolescenti in piena crisi isterica. E ancora più febbrile è l’atmosfera allo Swing Auditorium di San Bernardino, in California, dove se ne sono radunati quattromila.
Piccoli numeri, paragonati agli stadi che gli Stones avrebbero riempito per decenni, ma impressionanti per una band che fino a quel momento ha solo scippato qualche canzone a Chuck Berry, Buddy Holly, Jimmy Reed e Rufus Thomas. Jagger – giovane capellone, bello, vistosamente sexy, provocante, ambiguo, sfacciato – ne fu travolto, sapeva che gli occhi delle ragazze (e di molti ragazzi) erano solo per lui, e rimase fulminato quando tornarono in autunno e cantarono, tra le urla e le lacrime dei presenti, Time is on My Side (finalmente una loro canzone!) all’Ed Sullivan Show. «Il rock & roll non è per sempre», disse. «Quanto può durare? Mi do una scadenza, a 33 anni mi ritiro» (dopo i 33 gli Stones non erano neanche a metà dell’opera: pubblicarono, uno via l’altro, tre capolavori: Goats Head Soup, It’s Only Rock’n’Roll e Black and Blue, il primo con Ron Wood).
Sono passati sessantadue anni, Mick ne compie 83 il 26 luglio, è seduto davanti a me, bomber rosa cipria (Saint Laurent li inonda di abiti), distaccato, aristocratico, la voce tenebrosa, le labbra impertinenti più carnose di allora. Non un filo di grasso sotto i jeans attillatissimi: sarà merito delle quotidiane, irrinunciabili session di bird dog e dead bug? «Rocker a ottant’anni?», esordisce, «certo che non ci credevo! Ora, col senno di poi, devo dire che i segnali c’erano. Tutti i bluesmen che adoravamo avevano, all’epoca, più di sessant’anni. Pensavo fossimo un fenomeno generazionale, che diventato uomo – come si diceva allora – il sogno sarebbe finito e avrei avuto un’altra vita». Anche dopo Satisfaction? «Soprattutto dopo Satisfaction!».
I famosi quindici minuti
Dunque, tutto come prima? Niente è come prima. Anche il più miope dei fan si accorgerebbe che il tempo ha impietosamente accarezzato il viso di Re Sole, sul trono del R&R da sei decenni. Ma quel che lo rende ancora un regnante, amato e longevo quanto Elisabetta II, è anche la dignità con cui ha accettato il crollo della maschera sexy che ha turbato (e bagnato) sonni e sogni per accettare con naturalezza le prime rughe, che poi sono diventati solchi, che poi sono diventate borse, che poi si sono appesantite verso il basso; sufficientemente ironico da mostrarsi fisicamente sgangherato nel close-up dell’illustrazione realizzata da Nathaniel Mary Quinn per la copertina di Foreign Tongues, l’album in uscita il 10 luglio, il 25° di studio: un mostruoso collage realizzato con pezzi dei volti di Mick, Keith Richards e Ron Wood (dopo la morte di Charlie Watts – che nel nuovo album compare in un brano registrato prima della scomparsa, nel 2021 – sono rimasti in tre) dove in bella evidenza ci sono proprio “quelle” labbra; in pratica, la boccaccia con la lingua disegnata da John Pasche che dal 1971 è il loro logo.
Mick riflette: «25 album in 63 anni (più quattro da solista)… Sono tanti, non tantissimi, avremmo potuto farne il doppio e forse anche il triplo». Risparmiarsi è stata la ricetta della vostra longevità? «Non intenzionalmente, giuro che nulla è stato programmato. Nessuno di noi ha mai detto: fermiamoci tre anni così duriamo di più. Quando abbiamo smesso di vederci ogni giorno come compagni di scuola – insomma, quando siamo diventati uomini – anche le nostre vite private hanno preteso del tempo, e a quel punto è diventato più complicato incontrarsi per scrivere e buttare giù progetti – sa, per fare un album ci vogliono belle canzoni. I Rolling Stones sono stati fortunati, c’erano anche quando non c’erano, merito di brani che non sono tramontati… quante generazioni?... una? due? tre?».
Guardo il cronometro coi numeri rosso fosforescente, grandi abbastanza da essere letti da miopi e ipermetropi, che una vestale ha sistemato sul tavolinetto basso: scandisce il tempo a ritroso, ho quindici minuti, ne sono già passati cinque. E ho ancora un sacco di domande. Il cronometro scatta impietoso: ora segna 09:00. Panico. Non abbiamo ancora parlato del disco. Comprende l’imbarazzo, e attacca: «La domanda che ci siamo fatti era: cosa possiamo volere di più dopo Hackney Diamonds (l’album di tre anni fa zeppo di ospiti, da Stevie Wonder a Lady Gaga)? Prima di tutto, piacere a noi stessi. Conosciamo a memoria il percorso di un nuovo disco: lo fai ascoltare agli amici, poi ai critici, poi al pubblico – ma se tu non sei pienamente soddisfatto, tutti gli altri storceranno il naso. Con Foreign Tongues abbiamo voluto spingere gli Stones oltre le loro possibilità, fuori dalla comfort zone. Insomma, alla fine, come dice la canzone che apre l’album (Rough and Twisted, uno dei due brani già pubblicati insieme a In the Stars, corredato da un video in cui, complice l’Ia, risprofondano negli anni 70), siamo ancora nella strada accidentata e tortuosa».
Anche questa volta non mancano ospiti eccellenti: «Sono entusiasta di tutti i musicisti che hanno collaborato, non solo dei grandi nomi come Paul McCartney, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers o Robert Smith dei Cure, ma di coloro che si sono meravigliosamente integrati nella band, primi fra tutti Stevie Winwood, il bassista Darryl Jones e il batterista Steve Jordan – siamo pazzeschi in Mr. Charm. Mi piace pensare che questo sia un disco alla James Brown, dove il groove e la voce la fanno da padroni, e tutta la band lavora in funzione loro».
Nella grotta di Ron
Non so di chi sia stata l’idea dei quindici minuti implacabilmente scanditi da un cronometro digitale, di sicuro non è una bella trovata. Un collega scandinavo la mette così: «Gli anziani diventano imprevedibili e bizzarri, come i bambini». In effetti l’atmosfera del pensionato – mi pare brutto chiamarlo ospizio, trattandosi degli Stones – è imbarazzante. Per gli incontri stampa hanno scelto un hotel di Belgravia che pretende di essere fancy ma in realtà è freddo e asettico come quelle residenze per anziani facoltosi, in Florida o in Arizona, che si vedono in certi film americani. La “sala d’attesa”, in cui siamo guardati a vista da un severo giovanotto di poche parole è esattamente alle spalle della reception: nuda e spoglia, nessun genere di conforto – nemmeno una bottiglia d’acqua – a parte un barattolo di vetro pieno di caramelle gommose dai colori fosforescenti dove pochi incoscienti osano affondare le mani.
Una serie di vestali (dunque, mute) accompagna il giornalista di turno nei sancta sanctorum del quinto piano dove sono rintanati, e piantonati da due gorilla, Mick Jagger e Ron Wood – entrambi forniti di cronometro che la sacerdotessa aziona all’occorrenza. Alcuni intervistano Mick, altri Ron; a me sono stati concessi quindici minuti sia con l’uno che con l’altro (mezz’ora in tutto, niente male, anche se rimpiango il pomeriggio trascorso anni fa a New York, senza cronometro e senza vestali, con Keith Richards: cinque pagine su Repubblica del 30 agosto 2015).
Al contrario di Mick, che occupa una stanza piena di luce, il povero Ron Wood (che ha “appena” 79 anni ed è in buono stato di conservazione) è sistemato in un antro buio, alla fine di una intricata galleria di monitor, microfoni, cavi, telecamere. Ron è uno spasso, se ne frega, è allegro, si gode il momento, nessuna solennità (a parte i quindici minuti). È un entusiasta: «Io ho sempre mille dubbi prima dell’uscita di un disco. Non questa volta», dice. «L’abbiamo inciso tutto d’un fiato, avevamo veramente la necessità di entrare in studio, una sorta di urgenza, anche se il termine può sembrare esagerato per gente della nostra età. È stato immediato, naturale, spontaneo, esplosivo. Quando siamo entrati in studio ci eravamo riproposti di farlo con lo stesso entusiasmo di una band agli esordi. Non è stato difficile, a dire il vero, avevamo con noi musicisti straordinari, come Stevie Winwood, un artista che stimo enormemente».
Ron entrò ufficialmente a far parte degli Stones il 14 aprile 1975, quando era già un mostro sacro della scena rock-blues inglese. «Ebbi qualche esitazione, ero ancora il chitarrista dei Faces, anche se il gruppo si stava disgregando. Fu imbarazzante, Mick me lo chiese davanti a Mick Taylor (che aveva preso il posto di Brian Jones e aveva inciso con la band capolavori come Sticky Fingers); fu lo stesso Taylor a mettermi a mio agio, confermò che se ne voleva andare davvero. Diciamoci la verità, chi avrebbe detto di no agli Stones?».
Tutti pazzi per Amy
Foreign Tongues è un album speciale nella storia dei Rolling Stones. Non solo perché 25 è una ricorrenza da celebrare, ma perché la band ha uno smalto che a questa età sono in pochi ad aver conservato. Vero è che ottant’anni non sono sufficienti ad arginare la frana del rock’n’roll: Willie Nelson ne ha 93, Bob Dylan e Ringo Starr 85, Paul McCartney 84 compiuti ieri, Jimmy Page, Roger Daltrey e Roger Waters 82, Pete Townshend 81, Eric Clapton e Neil Young 80, Patti Smith 79, Robert Plant quasi 78, Bruce Springsteen quasi 77 – tutti in tour e/o con album in uscita o appena pubblicati. Quando Jagger, a metà del nuovo disco, attacca una versione travolgente di You Know I’m Not Good mi lascia di stucco. Finora le cover degli Stones attingevano al modernariato blues e rock (qui, in chiusura, c’è Beautiful Delilah di Chuck Berry), ma sentire Mick scandire con voce superba il testo in cui Amy Winehouse racconta il suo disagio esistenziale e sentimentale è commovente. «Non ho volutamente cambiato l’arrangiamento originale, è perfetto», spiega. «Non aveva bisogno di essere caricata, appesantita o overprodotta. Abbiamo solo aggiunto l’armonica – che suono io. Amy ha inciso solo due album fantastici, che peccato. L’ho conosciuta al Festival dell’Isola di Wight (2007), facemmo un duetto – una cover di Ain’t Too Proud To Beg dei Temptations».
Aggiunge Ron: «Le canzoni di Amy Winehouse sono emozionanti, commoventi. Chi riesce a toccare l’anima dell’ascoltatore ha già vinto. La cover è l’omaggio a un’artista fragile e straordinaria che ha pagato con la vita le pressioni dello show business. L’ho conosciuta bene, si confidava, mi abbracciava, diceva che il successo era troppo per lei, che aveva paura. Amy non si teneva niente dentro, raccontava tutto, era il suo modo di chiedere aiuto. Una volta uno della sua band mi disse: “Cerca di incoraggiarla, la sua autostima è a zero, siamo preoccupati”. Un talento sciupato, che tristezza».
Su Beautiful Delilah, che Chuck Berry pubblicò nel 1958, Mick preferisce sorvolare. Gli chiedo: ricorda chi era Mick Jagger in quel periodo? «Non ricordo niente. Come non ricordo niente dei nostri esordi». Mente, non ce la farebbe nei quattro minuti che ci restano a elaborare un oceano di memorie. Però ricorda benissimo il primo tour italiano del 1967, quando Brian Jones (1942-1969) era ancora in squadra: «A Bologna ci furono tafferugli pazzeschi. Eravamo alla vigilia del ’68, tutta l’Europa era in fiamme. Pochi giorni prima, in Germania, le proteste erano state anche più violente. I concerti erano diventati l’epicentro della contestazione giovanile. Noi eravamo digiuni di politica, avevamo trascorso gli ultimi anni sballottati da una parte all’altra del mondo, non eravamo informati. La nostra musica si prestava benissimo a fare da colonna sonora alle proteste, anche se non avevamo ancora pubblicato Street Fighting Man e Gimme Shelter (ispirate dal ’68 e dalla guerra in Vietnam)».
«Lo so, siamo in tempo di guerra, ma che possiamo fare noi? Solo aiutare la gente a sorridere e a sperare», dice Ron. «Viviamo in uno stato di depressione generale, il mancato rispetto per l’ambiente, la violenza, l’odio. Ho paura che sia vero quello che dicevano i nostri vecchi nel dopoguerra, quando parlavano dei corsi e ricorsi della storia».Mick fa orecchie da mercante quando nomino la sua residenza siciliana (a Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa). Pensa di tornare presto in Italia? «Non lo so», lancia un’occhiata al cronometro. Mente di nuovo: due giorni dopo il nostro incontro raggiunge in elicottero Stromboli, dove ha accettato di fare un cameo (il guardiano del faro) in The Three Incestuous Sisters, il nuovo film di Alice Rohrwacher, tratto dal graphic novel di Audrey Niffenegger (con Josh O’Connor, Jessie Buckley, Dakota Johnson e Saoirse Ronan); poi stop nella capitale, dove banchetta a base di trippa alla romana in Piazza Farnese.
E se (non) fosse l’ultimo?
Foreign Tongues, che all’inizio sfoggia un assaggio del sound migliore degli Stones, ha una sterzata inaspettata dopo You Know I’m Not Good. Le canzoni migliori sono nella seconda parte: Keith Richards canta meglio di sempre in Some of Us, infine Covered in You (con Paul McCartney al basso), Side Effects e Back in Your Life sono tre brani sensazionali. «Andrew Watt (il produttore trentacinquenne che ha lavorato anche con Justin Bieber, Lady Gaga e Pearl Jam, ndr) non voleva perdere tempo», spiega Ron, «ci ha imposto una disciplina ferrea: dobbiamo finire, continuava a ripetere. Ormai ci conosce, sa che abbiamo continuamente bisogno di essere rimessi in riga, ha ha ha!».
«È vero, Andrew ha portato energia, disciplina, chiarezza di vedute, fiuto infallibile nella scelta delle canzoni, precisione e organizzazione meticolosa del lavoro di studio», conferma Mick. Una band di veterani rimessa in riga da un trentenne? «Aspetti un attimo», protesta Mick, «io sono di natura molto disciplinato, in studio eravamo in due, per questo tutto è andato a meraviglia». «Un musicista indisciplinato dura poco con Andrew», conclude Ron. «Ce l’ha presentato Paul McCartney, lui ci stava lavorando ed era entusiasta». Chiedo a Ron quanto possa essere logorante, alla lunga, essere in una band come gli Stones – il pubblico si aspetta il massimo, una bella responsabilità. «Responsabilità? Io direi piuttosto… irresponsabilità. Bisogna essere irresponsabili per stare negli Stones ha ha ha! A volte mi sento stremato, ma la verità è che ci divertiamo, e quando si gioca il lavoro non pesa. Vede, alcuni sostengono che la vita on the road è logorante, a me invece piace da morire (infatti ha anche una band in proprio, in cui suona Imelda May: il 17 luglio saranno a Lucca, ndr). Sono iperattivo di natura, per questo mi sono inventato un altro mestiere, se non suono dipingo».
Diventa pensoso: «Ho avuto il massimo, non posso permettermi altri sogni, sarebbe ingeneroso. Sono uno degli Stones, ho due gemelle (Alice e Gracie) di dieci anni, sono sobrio da sedici, ho sconfitto due tumori (al polmone, nel 2017, e un microcitoma durante la pandemia). Mi dissero che non avrei più dovuto/potuto lavorare… figuriamoci! Anzi, un sogno ce l’avrei: suonare con Elvis! Ma siccome è impossibile, mi accontento di quello che ho».
I quindici minuti stanno per scadere sul cronometro di Mick. Gli chiedo come faccia ad avere, miracolosamente, la stessa voce (e sul palco la stessa energia) di cinquant’anni fa. Una delle vestali entra per segnalare che il tempo è scaduto. «Non sono il solo ad avere una bella voce a questa età», taglia corto. Bob Dylan è un grande, ma ha una voce matura, obietto io. «Forse fuma troppo. E soprattutto fa molti più concerti di noi. È in tour ogni anno. Diciamo che sono geneticamente fortunato, ma molto è dovuto all’esercizio fisico e alla disciplina: niente fumo, niente alcol. Quando hai passato i quaranta, ti rendi conto che se vuoi continuare a cantare devi riguardarti. Il segreto? La pratica e la costanza». Sta per lasciare la stanza, sollecitato da una seconda vestale che irrompe a sostegno della prima. Gli dico, mentre “rubo” una bottiglietta d’acqua dal suo generoso catering: se questo fosse l’ultimo album degli Stones sarebbe un modo grandioso di chiudere una carriera. Si blocca, non si volta: «Noi stiamo pensando al tour dell’anno prossimo!». Poi il diavolo si dilegua.