Prima delle infradito, c’erano i Grand Hotel
di Maurizio FiorinoAll’inizio non c’erano spa, rooftop o influencer in accappatoio intenti a fotografare la colazione. C’erano invece zarine russe, lord inglesi, vedove milionarie con bauli Vuitton e camerieri svizzeri capaci di servire ostriche parlando quattro lingue. Il Grand Hotel italiano nasce così: come una gigantesca macchina scenica del desiderio europeo. Teatri, prima ancora che alberghi. O forse mondi paralleli in cui il lusso si trasformava in una rappresentazione permanente. Federico Fellini, che del Grand Hotel di Rimini aveva fatto una vera ossessione infantile, sosteneva che lì dentro potesse accadere qualsiasi cosa: delitti, rapimenti, ricatti, amori folli. Insomma, per capire davvero cosa fossero quei luoghi bisognerebbe leggere Andare per Grand Hotel (il Mulino), una preziosa guida scritta da Stefano Pivato. E soprattutto dimenticare il concetto contemporaneo di hotel di lusso: i Grand Hotel erano autentiche città autonome. Al loro interno si trovavano sale da ballo, biblioteche, fumo…
All’inizio non c’erano spa, rooftop o influencer in accappatoio intenti a fotografare la colazione. C’erano invece zarine russe, lord inglesi, vedove milionarie con bauli Vuitton e camerieri svizzeri capaci di servire ostriche parlando quattro lingue. Il Grand Hotel italiano nasce così: come una gigantesca macchina scenica del desiderio europeo. Teatri, prima ancora che alberghi. O forse mondi paralleli in cui il lusso si trasformava in una rappresentazione permanente. Federico Fellini, che del Grand Hotel di Rimini aveva fatto una vera ossessione infantile, sosteneva che lì dentro potesse accadere qualsiasi cosa: delitti, rapimenti, ricatti, amori folli. Insomma, per capire davvero cosa fossero quei luoghi bisognerebbe leggere Andare per Grand Hotel (il Mulino), una preziosa guida scritta da Stefano Pivato. E soprattutto dimenticare il concetto contemporaneo di hotel di lusso: i Grand Hotel erano autentiche città autonome. Al loro interno si trovavano sale da ballo, biblioteche, fumoir, barbieri, medici, orchestre, campi da tennis. E ancora carrozze, automobili, uffici postali, giardini d’inverno. Un universo autosufficiente in cui si poteva trascorrere un’intera stagione senza quasi mai uscire.
Nell’Ottocento, per dirne una, soggiornare in un Grand Hotel significava abitare temporaneamente nel futuro: ascensori, luce elettrica, acqua corrente, bagni privati, telefoni. Basti pensare che il primo ascensore installato in Italia arrivò nel 1871 al Grand Hotel Costanzi di Roma. E se il viaggio era parte integrante dello spettacolo – si partiva da San Pietroburgo per approdare direttamente nel cuore della Riviera italiana, a Venezia, a Napoli o sul lago di Como – la prima a intuire il business fu la Liguria. I suoi alberghi pubblicizzavano il clima mite come una vera terapia medica: gli hivernants, così venivano chiamati gli aristocratici che svernavano al mare, arrivavano appena le nebbie avvolgevano Londra e ripartivano in primavera. È lì che nasce il mito della Riviera.
A Sanremo comparvero cupole ortodosse pensate per gli aristocratici russi, mentre a Bordighera aprivano tea rooms britanniche, biblioteche inglesi e circoli privati dove spesso gli italiani non potevano nemmeno entrare. Talmente place-to-be che, nel 1878, Sir Charles Henry Lowe vi costruì il primo campo da tennis d’Italia. Tutt’intorno, nel frattempo, sorgevano i grandi alberghi. Il Grand Hotel Sanremo diventò il salotto invernale dell’aristocrazia europea e russa, mentre l’Hotel Angst serviva cene natalizie da diciotto portate, rigorosamente scritte in francese.
Ovviamente, i menù dei Grand Hotel italiani erano un piccolo teatro linguistico dell’ambizione internazionale: Potage Voltaire, Saumon du Rhin sauce Maximilienne, Aspic de foie gras en belle-vue. Persino i tortellini venivano francesizzati con un’ostinazione quasi comica. Il vero capolavoro dell’hôtellerie italiana, però, resta Venezia. Il Danieli sembrava inventato apposta per convincere gli stranieri che la città fosse un luogo sospeso tra eros e decomposizione. Poco distante, al Lido, il Des Bains diventò invece il simbolo della Belle Époque balneare. Thomas Mann vi ambientò La morte a Venezia. Visconti, molti anni dopo, avrebbe completato il mito.
E se Venezia incarnava la decadenza, Capri rappresentava la libertà. Il Quisisana divenne il grande albergo mediterraneo per eccellenza: scrittori, ereditiere americane, artisti eccentrici, aristocratici annoiati e industriali tedeschi si incontravano davanti ai Faraglioni. A Napoli, invece, il lusso assumeva toni teatrali. Il Grand Hotel Vesuvio, affacciato sul lungomare, offriva agli ospiti qualcosa che nessun altro albergo europeo possedeva: il vulcano come scenografia permanente. A differenza della compostezza svizzera o della discrezione inglese, il lusso napoletano era esuberante, rumoroso, melodrammatico.
Anche il lago di Como entrò rapidamente nel circuito internazionale del privilegio. Villa d’Este divenne il simbolo di una ricchezza continentale fatta di giardini perfetti, motoscafi lucidi e conversazioni infinite sulle terrazze. E a Milano, infine, il Grand Hotel et de Milan ospitava Giuseppe Verdi quasi in residenza stabile. La borghesia industriale italiana trovò lì il proprio tempio laico: meno frivolo della Riviera, più austero, ma altrettanto ossessionato dall’eleganza.
Poi arrivò il Novecento e, con lui, la catastrofe. La Prima guerra mondiale spazzò via il vecchio ordine europeo e in Liguria, nel solo 1919, chiusero 19 hotel di lusso. Ma il colpo definitivo arrivò da qualcosa di ancora più devastante: il turismo di massa. Negli anni Venti e Trenta il mare smise di essere una terapia aristocratica e divenne un fenomeno popolare. Gli hivernants, che passeggiavano vestiti di bianco con l’ombrellino, vennero sostituiti da bagnanti abbronzati, rumorosi e pieni di sabbia. L’abbronzatura, un tempo considerata volgare, diventò improvvisamente desiderabile. E i Grand Hotel, costruiti per contemplare il mare da lontano, iniziarono lentamente a trasformarsi nei reperti di un altro mondo. Molti furono demoliti. Altri convertiti in residence, condomini, boutique hotel. Alcuni sopravvivono ancora oggi come magnifici fantasmi della Belle Époque. Perché il Grand Hotel italiano, in fondo, è stato il grande romanzo europeo del lusso. Un luogo in cui l’aristocrazia recitava sé stessa, la borghesia imparava a imitarla e il Novecento entrava in scena tra ostriche, valigie di cuoio, lampadari liberty e camere vista mare. Poi il mondo, semplicemente, ha deciso di andare in vacanza in infradito.