I romani si riprendono il mare di Ostia
di Riccardo StaglianòAl primo cancello, località Castel Porziano, il cantiere è in piena attività. In una fine maggio indistinguibile da metà agosto il responsabile rinuncia al pranzo con la piccola delegazione dell’assessore Tobia Zevi perché tutto dev’essere pronto entro due settimane. Tutto cosa? L’ingresso alla spiaggia, dalla litoranea, è stato livellato. Hanno piantato 230 lampioni su cui stanno per montare 117 telecamere perché qui, se ci lasciavi la macchina, rischiavi di non ritrovarci nemmeno le ruote. Peraltro, entro l’estate 2027, le auto non dovrebbero nemmeno più arrivare in questi vialetti acciottolati ma parcheggeranno prima, alla rotonda attaccata al capolinea del trenino Metromare, magari un domani meno arroventato di oggi. Da cui una navetta ogni pochi minuti porterà i romani ai vari “cancelli” – si chiamano così perché davano accesso alla tenuta presidenziale fino al 1965, quando Saragat decise di aprirli e regalare le spiagge alla cittadinanza. Sembra il racconto di un miracolo. Quasi…
Al primo cancello, località Castel Porziano, il cantiere è in piena attività. In una fine maggio indistinguibile da metà agosto il responsabile rinuncia al pranzo con la piccola delegazione dell’assessore Tobia Zevi perché tutto dev’essere pronto entro due settimane. Tutto cosa? L’ingresso alla spiaggia, dalla litoranea, è stato livellato. Hanno piantato 230 lampioni su cui stanno per montare 117 telecamere perché qui, se ci lasciavi la macchina, rischiavi di non ritrovarci nemmeno le ruote. Peraltro, entro l’estate 2027, le auto non dovrebbero nemmeno più arrivare in questi vialetti acciottolati ma parcheggeranno prima, alla rotonda attaccata al capolinea del trenino Metromare, magari un domani meno arroventato di oggi. Da cui una navetta ogni pochi minuti porterà i romani ai vari “cancelli” – si chiamano così perché davano accesso alla tenuta presidenziale fino al 1965, quando Saragat decise di aprirli e regalare le spiagge alla cittadinanza. Sembra il racconto di un miracolo. Quasi come i newyorchesi che in metro arrivano democraticamente a Brighton Beach. Credo quia absurdum.
Ma anche gli spaghetti alle vongole del chiosco Paradise Beach hanno del preternaturale quindi, forse, tutto è possibile. Di certo l’assessore ci crede, parla con trasporto addirittura della nuova segnaletica e si spinge a immaginare un futuro in cui chi visita Roma passerà cinque giorni nella Capitale e magari due a fare il bagno in queste acque. Siamo alla vigilia di quello che alcuni cronisti locali hanno chiamato “l’anno zero” di Ostia? E, in ogni caso, cosa intendevano dire con quest’espressione baldanzosa? Siamo venuti a capirlo.Intanto va detto che qui il mare toccava immaginarselo. Lo sentivi col naso ma spesso non lo vedevi con gli occhi. Ostruito com’era dal famigerato lungomuro, una recinzione in muratura, legno o anche solo altissime siepi che rendevano la spiaggia inaccessibile. Non esiste migliore rappresentazione plastica dello strapotere dei balneari che avevano trasformato il più pubblico dei beni in cosa privatissima loro. Poi, nel 2006, la direttiva europea Bolkestein stabilisce che le concessioni demaniali non possano rinnovarsi automaticamente e vadano a gara dopo la scadenza. Se qualcuno avesse messo in discussione la virtù delle loro madri, i proprietari degli stabilimenti l’avrebbero presa meglio. Nel 2010 il parlamento italiano abolisce il diritto di insistenza, per cui le concessioni si rinnovavano in automatico, di sei anni in sei anni, e le proroga a tutto il 2015. Da lì parte una contraerea infinita di cause, ricorsi, controricorsi. Nel 2021 si pronuncia il Consiglio di Stato: niente più proroghe.
Al Campidoglio, due anni dopo, Roberto Gualtieri si riprende le deleghe che le giunte precedenti avevano lasciato al municipio di Ostia, che – tanto da destra quanto da sinistra – non ha mai osato inimicarsi i balneari. Infine Meloni sposta il termine ultimo per adeguarsi al 2027, massimo inizio 2028. E siamo a oggi.«Per venti anni non è stato fatto niente» constata Danilo Ruggiero, presidente nazionale dell’associazione Mare Libero, seduto a un tavolinetto dell’Old Wild West, nella piazza antistante il pontile, la cui ragione sociale funziona anche da riassunto della vicenda di cui ci occupiamo. «Poi nel 2024 la giunta Gualtieri ha iniziato la ricognizione dell’esistente, perché se non sai esattamente cosa c’è sulla spiaggia non puoi neanche metterla a gara. A chi aveva abusi – cabine, chioschi, casotti che non dovevano esserci – è stato detto di metterli in regola. Nel 2025 sono state fatte le gare, introducendo tra i requisiti anche un’offerta di royalty da versare al Comune». Questa delle royalty a partire dal 2 per cento del fatturato è una novità che prova a compensare il fatto che i canoni demaniali siano ridicolmente bassi. E che fa imbestialire Massimo Muzzarelli, che incontro nella sede di Federbalneari Roma, di cui è presidente: «Realisticamente, su margini del 10-15 per cento all’anno, quanto possiamo cedere al Comune? Il 5 per cento è già moltissimo. Ecco perché, quando vedo realtà che propongono il 20-25 per cento mi vengono forti dubbi: com’è possibile che ci rientrino?». Vuol dire, senza dirlo, che magari dietro c’è qualcosa di losco. E comunque, essendo cresciuto a Viareggio e avendo discreta familiarità con le giaculatorie dei balneari, diffido delle dimensioni del margine di cui parla. Lui comunque contesta proprio l’obiezione di fondo: «Ma se lei fosse in affitto e il proprietario le chiede 800 euro, le verrebbe in mente di proporre di pagarne 1.600? Non credo. E così facciamo noi coi canoni che ci chiede lo Stato. Il balneare fa ciò che dice la legge. Se la legge è sbagliata non prendetevela con noi».
Canoni evasi
Sembra un ragionamento a prova di bomba sin quando dall’assessorato al patrimonio e alle politiche abitative non mi ricordano che Muzzarelli, da ex titolare dello stabilimento Sporting Beach, ha un arretrato di 670 mila euro col demanio. In altre parole: il canone era basso, ma comunque non lo pagava («Avevo chiesto di dimezzare per l’erosione» dice). Idem il Kursaal, il cui debito ammonterebbe a un milione. O Arcobaleno Beach, a sua volta sotto sequestro, una specie di fortino in cemento sul lungomare che protesta la propria innocenza appendendo alle vetrine dello stabilimento gli storici rilevamenti aerei dell’azienda Sara Nistri che dimostrerebbero che le cubature attuali sarebbero uguali a quelle degli anni 60. Canoni non saldati? Pari a 523 mila euro. Comunque, riassumendo brutalmente le obiezioni del blasé Muzzarelli, non saremmo all’”anno zero” della legalità ma all’“anno meno uno” perché, se va bene, tra sequestri e mancate aggiudicazioni aprirà giusto una metà della sessantina di stabilimenti. Ciò comporta che un migliaio di persone non farà la stagione e un numero maggiore di famiglie non avrà di che vivere. E magari una percentuale tra loro – nonostante che lui detesti la narrazione criminologica della città, tutta Spada, Fasciani e Casamonica – finirà a spacciare. Conclusione: «Io gliel’ho detto all’assessore: fai attenzione a rompere il giocattolo, perché altrimenti rischiamo che non gioca più nessuno».Ma col giocattolo, per andare dietro alla sua metafora, prima si divertivano solo i balneari, sempre gli stessi di padre in figlio. Ora l’idea è di introdurre, per la prima volta nella storia del lido di Roma, quella specie esotica che è la concorrenza. Che gli imprenditori di qui – come del resto d’Italia, a dirla tutta – vedono come una specie infestante. Riprendo il giro con Zevi.
Ci lasciamo alle spalle la marina di levante, quella dei bagni più belli, direzione ponente, verso il centro della città. Visitiamo il South Beach Club, che punta sulla beach volley per destagionalizzare. I cui nuovi assegnatari hanno già abbattuto un pezzo di lungomuro che impediva la vista e si sono impegnati a far fuori anche una fila di cabine che non doveva esistere. Poi lo Zenit, che era la spiaggia storica dei dipendenti Eni, ora aperta a una clientela non aziendale (8 euro il lettino). Rispetto alle spiagge versiliesi c’è ancora tanto cemento. Va di moda addirittura una zona in erba, come sui laghi. Si intravedono le spiagge riservate ai carabinieri, con ecomostro annesso, ai finanzieri, alla marina militare – che non pagano neanche il lillipuziano canone demaniale.
Finalmente in centro arriviamo al Village, che era lo stabilimento gestito dai Fasciani. Qui l’entità degli abbattimenti è imponente. Ci sono ancora tre montagnole di detriti diversi – cemento, ferro, materiali vari – che l’assessore garantisce che Ama porterà via a giorni. «È un simbolo forte il fatto che se lo sia aggiudicato una cooperativa sociale, con un sacco di giovani», dice il quarantaquattrenne Zevi: «Entro quest’estate dovrebbero già gestire la spiaggia mentre per rimettere a posto il ristorante ci vorrà più tempo». E speriamo, com’è purtroppo successo in passato, che la famiglia criminale non si vendichi con incendi ad hoc.Ricapitolando. L’anno scorso nel giorno di San Valentino – una data già legata ad altri cruenti regolamenti di conti, come i sette uomini di Al Capone trucidati da una banda rivale, nel 1929 – Roma Capitale ha pubblicato un bando per 31 concessioni demaniali. Seguono cento domande.
Gli accessi promessi
Vengono assegnati 25 stabilimenti, 4 ristoranti e un chiosco. Con una royalty media del 12 per cento. C’è ancora una forte continuità nelle assegnazioni ma quasi il 30 per cento è di nuovi operatori. La concessione è annuale, prorogabile massimo due volte, in attesa del Piano di utilizzazione degli arenili (Pua), lo strumento urbanistico che disegnerà il futuro del litorale. Che prevede, tra l’altro, un accesso al mare di almeno 3 metri ogni 300 metri. E che le spiagge libere, attrezzate, dovranno essere più della metà del totale. Comprese, giura Zevi, due da 150 metri a destra e a sinistra del pontile dove adesso ci sono due imbarazzanti sentierini che i bagnanti possono percorrere giusto per arrivare al mare e poi incamminarsi per centinaia di metri prima di trovare un fazzolettino libero dove sdraiarsi. Il tutto senza parlare del Parco del Mare di cui Gualtieri, in un’intervista alVenerdì, andava particolarmente fiero e per il quale ha reclutato gli stessi bravissimi designer che hanno reinventato il lungomare di Rimini. Lo slogan usato dalla giunta è: passare “dall’abuso diffuso alla legalità contagiosa”. In questo consisterebbe “l’anno zero”.Il presidente dei balneari non è l’unico a non crederci. Con lui, verosimilmente, i dodicimila follower di Ostia Wakeup, la pagina Facebook di Mauro Delicato che – non si capisce bene a che titolo – cannoneggia quotidianamente la svolta comunale. Spingendosi a immaginare anche cospirazioni su scala nazionale, tipo che la Rai avrebbe aspettato proprio il momento in cui il Giro d’Italia passava dal lungomare per mandare la pubblicità (“Ostia è morta! Ci avete ammazzato!” il sobrio titolo del post, tutto in maiuscolo). Per non dire della riproposizione di un paginone del Tempo, altro grande fustigatore della giunta, che parla di “dolce odissea dell’estate”.
Sul fronte più tecnico si collocano le critiche del Laboratorio di Urbanistica (LabUr), fondato da Paula de Jesus, già candidata alla presidenza del municipio in una lista capitanata da un’ex-M5s, poi transitata da Italexit per creare infine la sua lista civica. Cosa c’è che non va? «I bandi erano zeppi di errori della commissione giudicatrice. Il sistema delle royalty sul fatturato favorisce quelli che hanno spalle larghe che, in un territorio già commissariato per mafia, non tranquillizza. E alla fine, tra gli aggiudicatari, il grosso è sempre composto dai vecchi nomi. Sotto una veste di legalità formale, tornano le distorsioni del passato». L’assessore ha qualcosa da dire? «Se errori ci sono stati, saranno corretti. Solo chi non fa niente, come è successo nei decenni prima di noi, non rischia di sbagliare. Dico solo che, nel Paese delle proroghe infinite, noi ci abbiamo messo un punto fermo. Questo ha scontentato chi aveva approfittato del sistema sin lì, ma avvantaggerà sia i giovani imprenditori, o comunque nuovi, che hanno voglia di mettersi in gioco rispettando le regole sia i cittadini che non ne potevano più che il loro mare fosse sequestrato da un manipolo di soliti noti». Se è caduto il muro di Berlino, a proposito di “anni zero”, può cadere anche il lungomuro di Ostia.