Edoardo Winspeare: «Vi racconto le donne del mio castello»
di Natalia AspesiMILANO. Edoardo Winspeare sta scrivendo un libro-lettera che supera le 500 pagine. «È per mia figlia sedicenne, ma non mi sembra interessata. È un libro di memorie della nostra casa, che poi è diventato il film Vita mia (uscito ad aprile, è in arene e rassegne estive con Draka Distribution, ndr). Mi piaceva avere una protagonista che in qualche modo potesse sembrare mia madre».
Ha voluto Dominique Sanda, una bella signora di 75 anni con la grazia della sua età, che vive in Argentina con il marito filosofo.
«Mi sembrava perfetta. Prima di incontrarla ho rivisto i suoi film: Il giardino dei Finzi Contini, Novecento, ovviamente Il conformista. È un’attrice molto brava, ma mi piace anche perché non “attoreggia”. Non ha quella cosa di certi attori che sembrano dire: guardatemi, adesso sono intenso. Lei è naturale. Quando Bresson la scoprì, scegliendola per Così bella, così dolce, era poco più che una ragazzina, non ha fatto una scuola di recitazione nel senso tradizionale».
Perché ha scel…
MILANO. Edoardo Winspeare sta scrivendo un libro-lettera che supera le 500 pagine. «È per mia figlia sedicenne, ma non mi sembra interessata. È un libro di memorie della nostra casa, che poi è diventato il film Vita mia (uscito ad aprile, è in arene e rassegne estive con Draka Distribution, ndr). Mi piaceva avere una protagonista che in qualche modo potesse sembrare mia madre».
Ha voluto Dominique Sanda, una bella signora di 75 anni con la grazia della sua età, che vive in Argentina con il marito filosofo.
«Mi sembrava perfetta. Prima di incontrarla ho rivisto i suoi film: Il giardino dei Finzi Contini, Novecento, ovviamente Il conformista. È un’attrice molto brava, ma mi piace anche perché non “attoreggia”. Non ha quella cosa di certi attori che sembrano dire: guardatemi, adesso sono intenso. Lei è naturale. Quando Bresson la scoprì, scegliendola per Così bella, così dolce, era poco più che una ragazzina, non ha fatto una scuola di recitazione nel senso tradizionale».
Perché ha scelto proprio lei e non un’altra grande signora del cinema? Forse perché parlava francese?
«Il francese era una lingua plausibile per quel mondo che volevo raccontare. Il personaggio è ispirato a mia madre, che era di lingua ungherese e tedesca e aveva fatto tutti i suoi studi in francese».
Chi era sua madre?
«Una principessa del Liechtenstein. Era davvero un prodotto della Mitteleuropa multiculturale, cosmopolita, privilegiata anche, ma travolta dalla Storia. Il suo nome era Elisabeth, in onore di Santa Elisabetta d’Ungheria. Era nata a Vienna il 17 gennaio del 1932, secondogenita del principe Alfred von und zu Liechtenstein e della contessa Polixena di Collalto e di San Salvatore. La chiamavano “Gucki”, dal verbo tedesco Gucken che in italiano significa “dare un’occhiata”, e le fu dato proprio perché, fin da bambina, veniva sorpresa a sbirciare cosa facevano i grandi. Suo padre, in quanto cadetto, non aveva ereditato la proprietà più importante, ovvero il castello in Austria, ma un castello più piccolo e una proprietà in Ungheria, perché era anche per metà ungherese. Lei ha vissuto là fino a 13 anni. Con i fratelli parlava ungherese, con il padre tedesco, con la madre tedesco e francese. Quel mondo austroungarico era fatto così: identità sovrapposte, lingue, confini che cambiavano. In un certo senso era straniera ovunque, ma in qualche modo ovunque si sentiva a casa. Un po’ come me».
Poi arrivò la guerra.
«E arrivarono i nazisti. In quel Paese c’erano ungheresi, tedeschi della Svevia, contadini mandati a colonizzare le terre ai tempi dell’imperatrice Maria Teresa, e una comunità ebraica. Prima dei campi di sterminio, accanto al castello di mio nonno i tedeschi costruirono un ghetto. In una grande città come Varsavia ti può anche capitare di non vedere, ma in un paese di duemila abitanti no. Mia madre li vedeva».
Non era ebrea. Poteva anche voltare lo sguardo.
«Certe cose restano, la guerra resta. E poi la sua madrina era ebrea, una baronessa. Mio nonno organizzò anche una sorta di sistema di aiuto, di contrabbando: cibo, medicinali, quello che poteva. Conosceva quelle persone, erano parte della comunità. Quando i pochissimi sopravvissuti, una decina, tornarono da Auschwitz, testimoniarono in suo favore dicendo che non aveva legami con i nazisti e che, anzi, aveva cercato di aiutarli. Questo gli permise di andare in Occidente».
E a lei, invece, cosa successe?
«Con sua madre scappò a Budapest sotto i bombardamenti, poi in altre città. Il fronte orientale era tremendo, odi etnici. Mio nonno rimase nel paese. Quando entrò l’Armata Rossa accaddero cose molto brutte. Fu messo al muro, fucilato a salve solo per terrorizzarlo. Mi raccontava che quando lo lasciò aveva i capelli castani, e quando lo rivide dopo un anno erano completamente bianchi».
Perse tutto.
«Tutto. La famiglia di mia madre perse proprio tutto. Però bisogna dirlo: era una profuga privilegiata. Aveva parenti, un’educazione. Finì a Parigi e lavorò con Dior come sartina, poi fu promossa a vendeuse. Infine lavorò da Maison Jansen, un negozio di arredo di interni e antiquariato. Era povera, ma aveva buoni contatti. E poi era pur sempre una principessa del Liechtenstein, cosa che ho a lungo nascosto…».
Perché?
«Prima di questo film non ho raccontato la mia famiglia. È sempre stata un po’… una fregatura. Io non c’ho una lira, devo sempre cercare soldi per i film, anche sponsor da duemila euro, e il cugino di mia madre è a capo di una monarchia in un Paese molto ricco».
E non la aiuta?
«Ma io non gli ho mai chiesto nulla.Non ha niente a che fare con il cinema. Poi, sa, ho raccontato di contrabbandieri e contadini salentini, della pizzica, non proprio il genere di chi possiede collezioni con Rembrandt, Rubens, Tintoretto e Raffaello».
Sua madre conobbe suo padre, Riccardo Winspeare, a Parigi.
«Lui aveva vent’anni più di lei. Era napoletano, un barone, con questo cognome di origine inglese. Un uomo molto originale, affascinante, un grande corteggiatore. I Winspeare erano cattolici arrivati a Napoli a inizio Settecento perché in Inghilterra la vita per i fedeli della Chiesa di Roma non era facile. Erano una piccola nobiltà di toga, paradossalmente diventati baroni perché durante il decennio francese, sotto Gioacchino Murat, Davide Winspeare era stato il grande giurista che maggiormente contribuì all’abolizione del sistema feudale nel Regno di Napoli. Erano intellettuali, grandi illuministi».
Avrebbe potuto vivere a Napoli, e invece scelse Depressa.
«Mio padre pensava che dopo tredici anni a Parigi mia madre avrebbe voluto una città. Invece lei scelse il Salento. Diceva che voleva vivere vicino a Costantinopoli. Strano, visto che stavano in Puglia. Per lei il Sud aveva questa dimensione di confine, di Oriente, di mondo antico. Le piaceva».
Ed è lì che lei è cresciuto, nel castello di Depressa?
«Sono nato in Austria solo perché mia madre voleva partorire vicino alla sua. Ma sì, sono cresciuto in Salento. E non quello chic di oggi, era ancora una terra rurale, difficile. Sa, Natalia, io stesso ho un po’ di confusione: ho quattro nonni di Paesi e origini diverse, nessuno della mia famiglia ha avuto la buona creanza di sposare qualcuno... vicino, no, sempre di altre nazioni. A casa si parlava francese, perché mia madre all’inizio non parlava italiano. Nel paese si parlava dialetto. Da piccolo anch’io parlavo male italiano. Mio padre poi mi mandò in collegio a Firenze...».
Ma il castello esiste ancora?
«Ci ho girato il film. Oggi ci vive mio fratello. Io invece abito a Corsano, con mia moglie, nella casa dove lei è nata. Un’abitazione grande, semplice, molto bella per me, perché è la sua casa. Intorno, nel giro di 150 metri, abbiamo sei tra fratelli e sorelle. Lei è nata e cresciuta lì, figlia di genitori con lo stesso cognome. Ha radici profondissime».
Nel film quanto c’è veramente di sua madre e quanto ha inventato?
«L’ho cambiata molto, ho dovuto drammatizzare. Mia madre era più simpatica, meno dura. Ma, certo, aveva caratteristiche nordiche: diceva sempre che i bambini italiani si lamentano troppo. Ma negli ultimi anni si era ammorbidita moltissimo. Questa trasformazione mi interessava. Anche il rapporto con la sua badante italiana, figlia di contadini e moglie di un pescatore, che nel film è interpretata dalla madre di mia moglie, è stato molto bello. È un altro aspetto che volevo raccontare: in fondo non ci sono differenze, è solo il destino che ti fa nascere in una famiglia, in una classe sociale, ti fa parlare una lingua».
Nel film recita anche sua moglie, Celeste Casciaro. Come l’ha convinta?
«Abbiamo fatto altri tre film insieme. Il primo importante che ho fatto con lei è stato In grazia di Dio, che presentammo a Berlino e fu un piccolo successo. Lì recitava mia moglie, la figlia di mia moglie, il mio socio, la badante di mia madre… è stato fatto tutto così: l’ho pensato in gennaio, scritto in febbraio, trovato i soldi in marzo, girato in aprile, era pronto a maggio. Lei è molto spontanea, ha un istinto formidabile. E poi con lei ci vivo, se non va bene una scena e dobbiamo rifarla non devo inseguirla tra le varie produzioni».
Però lei ora recita anche per altri.
«E si lamenta perché le fanno sempre fare la povera con mariti che stanno in carcere o disgraziati (ride, ndr). Nell’ultimo ha interpretato un’ambulante che vendeva coriandoli con un figlio diversamente abile».
Sembra ancora molto innamorato. Cosa aveva di speciale, quando l’ha incontrata?
«Sono molto innamorato, lo ammetto. La incontrai nel negozio di scarpe dove lavorava. Ovviamente era bellissima, ma per me incarnava qualcosa di più, una sorta di archetipo del Mediterraneo. Era Penelope, Elena di Troia… E poi era ed è una donna estremamente fiera. Non ha mai rinnegato le sue origini. Per esempio, parla un dialetto straordinario con cui potrebbe scrivere pensieri complessissimi».
Quando l’ha conosciuta aveva già due bambini. Insieme avete una figlia.
«Si chiama Arcangela, sì. Io vivo praticamente in Paradiso».
Lei ha vinto anche molti premi.
«Sono apprezzato, è vero, ma non conosciuto. Io non mi considero un regista di grande talento. Non lo dico per falsa modestia. Non sono Garrone, per esempio, per cui nutro un’ammirazione sconfinata. Penso di essere un regista che fa buoni film semplicemente perché ho una forte passione. Quello che faccio è appassionarmi talmente tanto e passare così tanto tempo con le persone che poi qualcosa esce fuori».
Anche nel film sua moglie interpreta una donna molto umile.
«Il suo personaggio vive un’esistenza grama, di fatto si fa mantenere da un uomo, un avvocato. Quello che mi interessava era come due donne apparentemente molto diverse, un’aristocratica e una figlia del popolo, si compensassero. Una diventa una sorta di pigmalione per l’altra, la introduce all’arte, alla fotografia, alla bellezza, e a sua volta riceve affetto, si apre alla tenerezza».
Alla fine però, nel film, il castello è perduto.
«C’è una frase che considero chiave: “L’unico castello che conta è il castello interiore”. È questa l’idea che volevo comunicare, basta con il peso del retaggio, non sono quelle le cose importanti. È vero, il personaggio prima perde il castello in Ungheria, poi qui. Ma ha trovato qualcosa di più: la serenità. Ha trovato la pace».