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Black West: la frontiera invisibile

(Copyright Ivan McClellan. Courtesy of Damiani Books.) 

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Nei film western non si vedevano mai, ma i cowboy e le cowgirl della comunità afroamericana sono una parte fondamentale della storia degli Usa. Da sempre. Ora, i loro eredi competono nei Black Rodeos e un fotografo li ha cercati e ritratti. Per celebrarne voce e identità
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Quando il fotografo Ivan McClellan è entrato per la prima volta nel mondo dei Black Rodeos americani – era il 2015 – ha subito pensato di trovarsi davanti a una storia fotografica. «L’idea stessa dei cowboy neri mi sembrava quasi irreale, perché non li avevo mai visti rappresentati prima» racconta. Quelle istantanee, inizialmente pubblicate su Instagram, sembravano destinate a vivere nel flusso veloce dei social. Invece, a distanza di anni, quel lavoro prende la forma di Eight Seconds: Legacy in Motion (Damiani), volume di prossima uscita.

(Copyright Ivan McClellan. Courtesy of Damiani Books.) 

Per il fotografo americano il passaggio dal feed dei social al libro non è stato solo una scelta formale, ma politica. «Su Instagram le immagini sembravano piccole, usa e getta, transazionali. E seguivano il concetto del social: io ti do i contenuti, tu mi dai il like». La foto, al contrario, ha bisog…

Quando il fotografo Ivan McClellan è entrato per la prima volta nel mondo dei Black Rodeos americani – era il 2015 – ha subito pensato di trovarsi davanti a una storia fotografica. «L’idea stessa dei cowboy neri mi sembrava quasi irreale, perché non li avevo mai visti rappresentati prima» racconta. Quelle istantanee, inizialmente pubblicate su Instagram, sembravano destinate a vivere nel flusso veloce dei social. Invece, a distanza di anni, quel lavoro prende la forma di Eight Seconds: Legacy in Motion (Damiani), volume di prossima uscita.

(Copyright Ivan McClellan. Courtesy of Damiani Books.) 

Per il fotografo americano il passaggio dal feed dei social al libro non è stato solo una scelta formale, ma politica. «Su Instagram le immagini sembravano piccole, usa e getta, transazionali. E seguivano il concetto del social: io ti do i contenuti, tu mi dai il like». La foto, al contrario, ha bisogno di un altro tempo: pagine grandi, dettagli visibili, uno spazio in cui il pubblico potesse rallentare e soffermarsi sui volti e sui gesti dei soggetti. E sulle sfumature emotive che, spesso, online si perdono. Il rapporto con le comunità dei cowboy ha progressivamente fatto il resto: «Inizialmente ero una persona che cercava di capire una cultura in cui non era cresciuto. La fiducia si è costruita lentamente durante i lunghi viaggi in macchina, ai barbecue, nelle chiese o nei momenti di attesa dopo le competizioni» dice McClellan.

(Copyright Ivan McClellan. Courtesy of Damiani Books.) 

Tanto che, a un certo punto, la macchina fotografica «ha smesso di essere una barriera ed è diventata un’estensione delle relazioni». È necessario aprire una piccola parentesi: la storia dei Black cowboys risale al West americano dell’Ottocento. Dopo la Guerra Civile, migliaia di afroamericani lavorarono nei ranch del Texas e degli Stati occidentali come mandriani e cavalieri. Nonostante circa un cowboy su quattro fosse nero, cinema e cultura popolare hanno quasi cancellato la loro presenza dall’immaginario del West, costruendo un mito esclusivamente bianco. È da questa tradizione che nascono per l’appunto i Black Rodeos, sviluppatisi tra fine Ottocento e Novecento soprattutto nel Sud degli Stati Uniti.

Più che semplici competizioni, si trattava di spazi di aggregazione culturale e affermazione identitaria in un’America ancora segregazionista. Per gli amanti della storia, un momento decisivo è arrivato nel 1971 con la nascita della Bill Pickett Invitational Rodeo, che ha contribuito a preservarne la memoria storica: Pickett era un leggendario attore e cowboy nero nato in Texas nel 1870, secondo di tredici figli di un ex schiavo, e inventò la tecnica del “bulldogging” in cui il cowboy saltava dal cavallo sul toro come un acrobata, afferrandogli le corna e buttandolo giù.

In questo senso Eight Seconds finisce inevitabilmente per mettere in discussione il mito visivo stesso del West americano. McClellan rifiuta però l’idea di una riscrittura programmatica: «Non volevo creare una versione alternativa, ma mostrare qualcosa che è sempre esistito». Non è un caso che le immagini oscillino tra documentazione e costruzione cinematografica. E che nel mentre, lo dicevamo, anche lui sia cambiato: «Più tempo trascorrevo dentro questa comunità, più il mio sguardo diventava sfumato e complesso».

(Copyright Ivan McClellan. Courtesy of Damiani Books.) 

Guardando alle foto, ciò che colpisce è il modo in cui ogni soggetto costruisce la propria identità attraverso lo stile: cappelli, stivali, fibbie, cavalli, postura. Persino il modo di entrare nell’arena: «Ogni dettaglio comunica identità prima ancora che una persona parli» spiega l’artista. Eppure, dietro la dimensione performativa, emerge sempre qualcosa di più fragile: uomini che nell’arena incarnano sicurezza assoluta e che, fuori dalla competizione, mostrano tenerezza, devozione familiare, incertezza. «È questa tensione tra performance e vulnerabilità che mi interessa fotografare».

Ivan McClellan 

Forse, alla fine, Eight Seconds parla tanto di rodeo quanto di appartenenza, devozione e identità americana. Per l’artista, le comunità dei Black cowboys raccontano qualcosa di essenziale sugli Stati Uniti contemporanei: resilienza, autodeterminazione, disciplina e senso collettivo. «Sono persone che hanno preservato tradizioni attraverso le generazioni. Continuando a reinventarsi». E in piena epoca Trump, ovvero in un’epoca segnata dalla precarietà e dalla frammentazione, è proprio questa dedizione ostinata a colpire di più. «C’è qualcosa di profondamente potente nel costruire la propria vita attorno a una passione. E credo che l’America abbia ancora molto da imparare da tutto questo».

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