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I due volti della bandiera americana

Bruce Springsteen in concerto contesta Trump e l’Ice (Kelley French / Notus) 

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Duecentocinquanta anni dopo l’indipendenza degli Stati Uniti, a chi appartengono oggi le stelle e le strisce? A chi si identifica con il presidente o a chi pratica il dissenso? È l’interrogativo di questa festa
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Al terzo piano del Brooklyn Museum nella sala dedicata al 250° anniversario dell’indipendenza americana è appeso alla parete un pannello che reca, su fondo rosso, questa scritta: “La più alta forma di patriottismo è l’onore del dissenso”. È una celebrazione particolare questa. Chi ama veramente l’America?Chi la vuole così com’è, espone la bandiera a stelle e strisce e porta in testa il cappellino dei Maga,oppure chi rivolta all’ingiù quella stessa bandiera, la dipinge di nero a indicare la cupezza dei tempie indossa una maglietta con la scritta: “No Trump, No KK,No fascist Usa”? La risposta giusta è che sono due facce dello stesso vessillo.

Puoi amare l’America anche contestando quella in cui stai vivendo, non riconoscendoti. Siamo noi europei a fare dei distinguo. Io stesso fatico a indossare una vecchia t-shirt con la scritta 2002 sotto l’immagine della stessa bandiera che sventola nel giardino di Donald Trump, sul suo aereo, sulla fiancata dei suoi bombardieri spediti nei cieli sul…

Al terzo piano del Brooklyn Museum nella sala dedicata al 250° anniversario dell’indipendenza americana è appeso alla parete un pannello che reca, su fondo rosso, questa scritta: “La più alta forma di patriottismo è l’onore del dissenso”. È una celebrazione particolare questa. Chi ama veramente l’America?Chi la vuole così com’è, espone la bandiera a stelle e strisce e porta in testa il cappellino dei Maga,oppure chi rivolta all’ingiù quella stessa bandiera, la dipinge di nero a indicare la cupezza dei tempie indossa una maglietta con la scritta: “No Trump, No KK,No fascist Usa”? La risposta giusta è che sono due facce dello stesso vessillo.

Puoi amare l’America anche contestando quella in cui stai vivendo, non riconoscendoti. Siamo noi europei a fare dei distinguo. Io stesso fatico a indossare una vecchia t-shirt con la scritta 2002 sotto l’immagine della stessa bandiera che sventola nel giardino di Donald Trump, sul suo aereo, sulla fiancata dei suoi bombardieri spediti nei cieli sulla rotta di minacce improvvisate.Ma nella serie di concerti tenuti da Bruce Springsteen in tutto il Paese per contestare il presidente e il suo braccio armato (l’Ice, la polizia anti-migranti) la bandiera americana giganteggiava sui maxi-schermi. Qualcuno metterebbe in dubbio che il cantante di Born in the Usa sia un patriota? Non si sta confondendo la patria con il governo del momento, l’America la sua proiezione dalla sala ovale nel resto del mondo? Si può amare l’America, ma non questa America?

L’idea dell’attuale leadership è che alla festa debbano partecipare tutti quelli che prestano il proprio consenso. Contrariamente a quanto afferma il pannello del Brooklyn Museum, il dissenso è considerato un’attività anti-patriottica. Non è più l’America di Walt Whitman (e di Bob Dylan) che «contiene moltitudini». Vuole essere un blocco unico, da cui sia stata tagliata via la parte diversa.La bandiera è sulle lattine di Coca-Cola, sui vetri delle filiali delle banche, tingerà dei suoi colori la cima dell’Empire State Building e come sempre ornerà le Main street di tutte le Smallville, ma non unisce tutti gli americani, semplicemente perché non l’ha mai fatto. A nome degli afroamericani l’ex campione di baseball Jackie Robinson disse: «Non esporrei la bandiera né il 4 luglio né alcun altro giorno. Quando vedo un’auto con l’adesivo della bandiera penso che la persona al volante non mi sia amica». Esistono vecchie immagini in cui quella bandiera sventola senza vergogna sui mercati di schiavi nel Sud. Ancor peggio peri nativi: l’indipendenza degli altri fu la fine della loro, indicati come nemici, spietati selvaggi, servi degli inglesi e pericolo per i coloni. Quanto agli immigrati, furono americanizzati proprio in questa ricorrenza, a partire dal 1918, quando il New York Times scrisse che vederli sfilare in parata per le strade di Manhattan rappresentava “una fotografia della nazione stessa” ed era istruttivo “osservare ogni nazionalità straniera mostrare con orgoglio il proprio contributo alla vita nazionale o il lavoro che stava facendo nell’antica lotta per gli ideali ormai considerati propri dell’America”. Un altro quotidiano aggiunse una postilla: “Anche l’italiano festeggia: non sa parlare inglese, ma sa sparare colpi di rivoltella”.

L’esistenza di una patria comune è stata una meravigliosa utopia e la bandiera il suo feticcio. Sono sempre esistite più Americhe che stelle e strisce, ma proprio questa è stata la forza del Paese:tenere insieme tutti nel famoso“crogiolo” e saper gestire lo spirito indipendente, perfino se violento, includendolo e non demonizzandolo.

È una differente America, questa, dove la molteplicità è diventata un disvalore e il progetto museale inizialmente intitolato Many Americas, many 1776s (molte Americhe, molti 1776) è stato ribattezzato: “Il nostro futuro condiviso: 250”.Meglio stare sul vago.

Anche la dichiarazione d’Indipendenza è un testo sacro quanto vago, non un traguardo ma un segnale indicatore che punta alla terra in cui tutte le promesse di libertà e felicità saranno mantenute. Lungo il cammino si sono aggiunti ostacoli: 75 anni fa un giovane cronista del Wisconsin, invece di scrivere il prevedibile pezzo sui festeggiamenti del 4 luglio stampò un volantino con il preambolo della Dichiarazione d’indipendenza, quello che sancisce l’eguaglianza e il diritto alla rivoluzione, e i primi emendamenti della carta dei diritti. Finse che si trattasse di una petizione popolare, chiedendo ai passanti di firmarla. Lo fece uno su 112 interpellati. Gli altri pensarono si trattasse di propaganda sovversiva. Lo Stato era la culla del senatore McCarthy, che diede il via alla caccia alle streghe, divise il popolo tra “noi” e “loro”, dove “loro” erano anti-americani e nemici della patria, benché l’amassero come chi l’aveva fondata.

Il direttore dello stesso giornale, tre quarti di secolo dopo, ha scritto che “è impossibile non notare le somiglianze tra allora e oggi”. Come conclude nel suo saggio4 luglio lo storico Armando Testi “le iniziative di resistenza, contestazione e reazione culturale e politica, istituzionale e giudiziaria usano i simboli patriottici”. Una bandiera è una bandiera, ma in America adesso, una bandiera è molte bandiere.

Sul Venerdì del 26 giugno

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