Huawei, il gigante cinese delle telecomunicazioni intrappolato nella guerra fredda tecnologica tra Washington, Bruxelles e Pechino, è il risultato di uno degli esperimenti aziendali più radicali degli ultimi decenni: una macchina costruita su disciplina militare, sacrificio personale e una fame quasi predatoria di conquista.
Eva Dou, reporter del Washington Post, racconta ne I lupi di Shenzhen (Luiss University Press, 416 pagine, 25 euro) come Huawei sia passata in pochi decenni da outsider cinese a primo produttore mondiale di infrastrutture, grazie anche al sostegno dello Stato. Oggi però accuse di spionaggio, restrizioni e veti occidentali mettono alla prova il futuro dell’azienda e la sua corsa verso il 6G, proprio mentre uno studio di Kmpg (commissionato dalla Camera di Commercio cinese) stima che per l’Unione europea fare a meno delle aziende tech cinesi costerebbe, tra il 2026 e il 2030, 367 miliardi di euro.
Huawei, il gigante cinese delle telecomunicazioni intrappolato nella guerra fredda tecnologica tra Washington, Bruxelles e Pechino, è il risultato di uno degli esperimenti aziendali più radicali degli ultimi decenni: una macchina costruita su disciplina militare, sacrificio personale e una fame quasi predatoria di conquista.
Eva Dou, reporter del Washington Post, racconta ne I lupi di Shenzhen (Luiss University Press, 416 pagine, 25 euro) come Huawei sia passata in pochi decenni da outsider cinese a primo produttore mondiale di infrastrutture, grazie anche al sostegno dello Stato. Oggi però accuse di spionaggio, restrizioni e veti occidentali mettono alla prova il futuro dell’azienda e la sua corsa verso il 6G, proprio mentre uno studio di Kmpg (commissionato dalla Camera di Commercio cinese) stima che per l’Unione europea fare a meno delle aziende tech cinesi costerebbe, tra il 2026 e il 2030, 367 miliardi di euro.
Chi sono “i lupi di Shenzhen”?
«La “cultura del lupo”, ovvero determinazione feroce e disponibilità al sacrificio personale a beneficio del “branco”, è il Dna con cui Huawei nasce negli anni 90. Per un underdog cinese, essere aggressivi era l’unico modo di sopravvivere. I venditori Huawei diventano leggendari: per stringere accordi, aspettano i funzionari degli altri Paesi negli aeroporti, negli hotel, persino sotto casa. E il fondatore Ren Zhengfei, ex ingegnere militare, applica la strategia maoista del “circondare le città partendo dalle campagne”: entrare prima nei mercati più rischiosi, quelli evitati dai rivali occidentali. Gli ingegneri Huawei restano a Kabul durante i bombardamenti per tenere attiva la rete mobile. Conquistano un appalto 3G a Hong Kong nel pieno della Sars ignorando molte restrizioni sanitarie. Rafforzano la presenza in Nord Africa mentre infuocano i tumulti delle Primavere Arabe. Solo dopo essersi consolidata in questi mercati difficili – “la campagna” – Huawei punta all’Occidente, “la città”: nel 2005 ad esempio fa lavorare senza sosta cento dipendenti per sette mesi consecutivi pur di ottenere il contratto con British Telecom».
Sembra un’azienda che richiede dedizione assoluta…
«Emblematiche le “dimissioni collettive”: nel 1996 Ren Zhengfei obbliga l’intero reparto vendite a dimettersi e ricandidarsi per il proprio posto, per “mangiare le capre pigre”, cioè eliminare chi non eccelle. Nel 2007 si ripete l’operazione, ma la logica è diversa: l’azienda impone a 6.500 dipendenti di dimettersi, riassumendoli subito per azzerare l’anzianità ed evitare una nuova legge a tutela dei lavoratori con oltre dieci anni di servizio».
Quando inizia l’espansione all’estero?
«Alla fine degli anni 90, mentre la Cina si prepara a entrare nel Wto. In Europa ottenere contratti è quasi impossibile per un operatore cinese, così Huawei parte dalle “chiavette” internet e costruisce rapporti con gruppi come Vodafone. Le telco europee capiscono presto che la società cinese può costruire reti mobili molto più rapidamente e a costi molto più bassi rispetto a rivali come Ericsson. Il motivo è semplice: il governo cinese assorbe gran parte dei costi. Pechino finanzia ricerca e sviluppo, mentre la China development bank mette a disposizione circa 10 miliardi di dollari per finanziare i clienti stranieri. Così Huawei si lega a British Telecom, Vodafone, Orange (che oltre alla Francia copre l’Africa francofona), Telefónica (che oltre alla Spagna copre il Sudamerica). Così, invece di trattare con i singoli governi, Huawei entra nei mercati appoggiandosi alle grandi telco multinazionali. Anche con grandi partnership di ricerca: Vodafone, ad esempio, co-sviluppa alcune tecnologie 5G con Huawei e diventa sempre più dipendente dalle sue reti».
Huawei è stata anche uno dei principali lobbisti europei…
«Dal 2012 spende tra i 2 e i 3 milioni di euro l’anno in lobbying presso le istituzioni Ue, almeno secondo il registro europeo per la trasparenza. Nel 2025 però i suoi lobbisti vengono banditi dal Parlamento europeo per sospetti tentativi di corruzione. Huawei costruisce anche una reputazione fatta di ospitalità spettacolare: banchetti, viaggi e tour aziendali per dirigenti e funzionari stranieri. Nel 2019 inaugura a Dongguan un campus diviso in quartieri ispirati a città europee con ardite ricostruzioni come la reggia di Versailles. Secondo Ren Zhengfei, quella monumentalità serve a rassicurare i clienti: le reti telecom sono infrastrutture critiche e chi compra deve credere che Huawei sarà presente ancora a lungo».
Poi però il vento cambia.
«Nel 2019 Trump lancia una campagna globale invitando gli alleati ad escludere Huawei dal 5G. Ma i cinesi avevano oltre 10 mila brevetti sul 5G ed erano difficilissimi da sostituire. Inoltre Pechino minaccia ritorsioni economiche contro chi decidesse di bandirla. L’Europa reagisce in ordine sparso. Il Regno Unito è il più allineato agli Stati Uniti: nel 2020 Londra ordina la rimozione di tutte le apparecchiature 5G Huawei entro il 2027. Germania, Francia e Italia scelgono invece restrizioni progressive e dismissioni graduali attraverso contratti a termine non rinnovati, spesso senza annunci clamorosi per evitare tensioni con Pechino».
Huawei resta, per i suoi ricavi, la prima azienda del mondo nelle apparecchiature di rete mobile. Come è possibile?
«Perché molti Paesi non vogliono pagare il costo economico di una rottura con la Cina: il vero test arriverà con il 6G. Nel frattempo Washington punta sui controlli sulle esportazioni di chip avanzati e pressioni sulle università per interrompere le collaborazioni scientifiche. In Europa la quota Huawei nelle reti 4G e 5G è già diminuita, così come le vendite di smartphone dopo la sospensione della licenza Android da parte di Google nel 2019. E il nuovo Cybersecurity act europeo dovrebbe rendere obbligatorie le raccomandazioni emesse nel 2020 per escludere i fornitori “ad alto rischio” dalle reti più sensibili. Huawei resterà un gigante. Ma per la prima volta da decenni, non sembra più invincibile».
Sul Venerdì del 26 giugno 2026