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La cucina e la cura

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Leggendo Concita De Gregorio ho ripensato alla frittata di mia nonna: le attenzioni aiutano a guarire
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C’è un passaggio, nel meraviglioso libro di Concita De Gregorio non sulla sua malattia, ma sul senso più profondo della cura, che è un dialogo tra lei e la madre. Una conversazione in cui la madre vuole prendere il treno, trasferirsi da lei, andare a cucinarle le crocchette di baccalà, convinta che le faranno tornare l’appetito. La faranno ricominciare a mangiare. In qualche modo, la guariranno. Non so perché, ma quel passaggio – non è stato l’unico di La cura (Einaudi Stile libero) – mi ha fatto piangere. Eppure, il libro ha un tratto ironico e leggero. Eppure, si ride di molte cose, a partire dall’incapacità dei maschi di trovare in casa quel che serve, come se non avessero il radar, la memoria, gli occhi capaci di guardare in punti che non siano esattamente davanti a sé. O l’ostinazione con cui ci si può mettere di traverso per andare dall’altra parte del mondo a parlare con un figlio. O per fumare una sigaretta prima di un intervento difficilissimo. Le lacrime, per me, sono arriva…

C’è un passaggio, nel meraviglioso libro di Concita De Gregorio non sulla sua malattia, ma sul senso più profondo della cura, che è un dialogo tra lei e la madre. Una conversazione in cui la madre vuole prendere il treno, trasferirsi da lei, andare a cucinarle le crocchette di baccalà, convinta che le faranno tornare l’appetito. La faranno ricominciare a mangiare. In qualche modo, la guariranno. Non so perché, ma quel passaggio – non è stato l’unico di La cura (Einaudi Stile libero) – mi ha fatto piangere. Eppure, il libro ha un tratto ironico e leggero. Eppure, si ride di molte cose, a partire dall’incapacità dei maschi di trovare in casa quel che serve, come se non avessero il radar, la memoria, gli occhi capaci di guardare in punti che non siano esattamente davanti a sé. O l’ostinazione con cui ci si può mettere di traverso per andare dall’altra parte del mondo a parlare con un figlio. O per fumare una sigaretta prima di un intervento difficilissimo. Le lacrime, per me, sono arrivate sul cibo. O meglio, su cosa il cibo ha significato nell’essere nipote prima, figlia poi, e infine madre. D’incanto, ho rivisto la padella con cui mia nonna cucinava il mio cibo preferito, la frittata di patate. O, se voleva proprio premiarmi, le frittelle di fiori di zucca. Non era un tipo affettuoso, mia nonna Caterina. Parlava cucinando, però.Mi sono ricordata di mio padre che tra un turno e l’altro alle ferrovie ci preparava la sua specialità, una pasta al sugo con dentro l’uovo sodo che sospetto si fosse inventato, ma che io trovavo divina. Lui l’amore lo mostrava anche in altri modi, soprattutto a me, la piccolina, “’mnedda”, diceva. Ma dal cibo passava sempre la cura: il caffè con il limone per il mal di testa, gli yogurt e i biscotti preferiti nel frigo quando tornavo a casa dall’università, la torta di cioccolato e castagne della signora Zumbo, la moglie di uno dei suoi migliori amici.

Quando mia madre è stata male, quest’inverno, e io facevo su e giù dall’ospedale a Reggio Calabria, mio zio – 85 anni – e mia cugina, che è come una sorella, facevano a gara per nutrirmi. Mi è sembrato di tornare bambina, e che tutto fosse più facile. Quando lei è tornata a casa sono andata a fare la spesa riempiendola dei suoi cibi preferiti. Mio fratello, nei giorni successivi, ha fatto lo stesso. Convinti entrambi che sarebbe stato fondamentale, il cibo, per far sparire definitivamente quella polmonite. Più degli antibiotici, più del cortisone. Quando mia figlia smette di mangiare in estate, lo fa da quando aveva sei mesi, io impazzisco. Mio marito dice proprio così: tu impazzisci. E ha ragione. Mi ingegno a tentarla in ogni modo. Se non riesco a nutrirla, mi sembra di non poterla salvare. Fanno questo i libri bellissimi: ti muovono dentro mille cose, con dieci righe. E perfino le lacrime, ti fanno star bene.

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