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Noi suore di clausura, tutte un po’ pazze

Elena Francesca Beccaria guida il monastero di Santa Chiara, a Roma (Luigi Narici/Agf) 
La laurea. Un posto da manager. Poi la conversione. Elena Francesca Beccaria, badessa di Santa Chiara a Roma, racconta la sua storia e quella delle consorelle
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Lo scirocco soffia tra i rami dell’alberello di rosa canina, agitando piano il piccolo ulivo in mezzo al chiostro. «È il simbolo della pace, lo abbiamo messo lì perché vorremmo che fosse un’istanza centrale della comunità», spiega Elena Francesca Beccaria, badessa del monastero di Santa Chiara, a Roma. Un fortino di silenzio in questa striscia trafficatissima del quartiere Monteverde.

Fidanzato addio

«Siamo in clausura, ma dentro la città. Mi spaventava un po’, venivo da un monastero umbro immerso nella natura, a Città della Pieve. Oggi ho capito che è come se la vita là fuori bussasse alla porta della preghiera», dice Elena, 65 anni, originaria di Tortona, nell’Alessandrino, nella vita precedente chimica farmaceutica e manager, un fidanzato geologo. Prima di quella esplosione. Era il 1988, tutto deve essere deflagrato come un alambicco in laboratorio. La scoperta del secolo non era però né il matrimonio («Mi sentivo in gabbia, paradossale per chi poi ha scelto la clausura!»), né un n…

Lo scirocco soffia tra i rami dell’alberello di rosa canina, agitando piano il piccolo ulivo in mezzo al chiostro. «È il simbolo della pace, lo abbiamo messo lì perché vorremmo che fosse un’istanza centrale della comunità», spiega Elena Francesca Beccaria, badessa del monastero di Santa Chiara, a Roma. Un fortino di silenzio in questa striscia trafficatissima del quartiere Monteverde.

Fidanzato addio

«Siamo in clausura, ma dentro la città. Mi spaventava un po’, venivo da un monastero umbro immerso nella natura, a Città della Pieve. Oggi ho capito che è come se la vita là fuori bussasse alla porta della preghiera», dice Elena, 65 anni, originaria di Tortona, nell’Alessandrino, nella vita precedente chimica farmaceutica e manager, un fidanzato geologo. Prima di quella esplosione. Era il 1988, tutto deve essere deflagrato come un alambicco in laboratorio. La scoperta del secolo non era però né il matrimonio («Mi sentivo in gabbia, paradossale per chi poi ha scelto la clausura!»), né un nuovo ritrovato terapeutico. Era Dio.

«Non vengo da una famiglia di appassionati credenti. Solo i nonni andavano in chiesa. Non un percorso di fede, quindi, ma una conversione. Forse sono pazza, mi dicevo. Ma fu un vero miracolo» racconta, seduta tra il crocifisso di San Damiano e la statuina di Santa Chiara, compagna di viaggio del Poverello di Assisi, fondatrice delle Clarisse. Dietro le grate, in parlatorio. Noi di qua, dalla parte del mondo. «Possiamo darci del tu? Bene. Ti ho risposto di sì dopo aver fatto discernimento. La mia storia non ha nulla di clamoroso se resta in ambito cattolico. Su un giornale come il vostro esce, e va dove deve andare», chiarisce, in mano il vecchio rosario di quando a 27 anni prese i voti, con i grani fatti di noccioli d’ulivo. È il motivo per cui ha scelto di non pubblicare con una casa editrice religiosa il libro La gioia del silenzio (Marsilio). Poco meno di trecento pagine sulla sua vita, e la scoperta della felicità, cioè «della vita di clausura». E se questo è in guerra, la preghiera è un’«arma». Di fronte alle vittime innocenti, da Gaza al Libano, dall’Ucraina all’Iran e al Sudan, madre Beccaria («Puoi anche chiamarmi Elena Francesca eh…») è netta. Cita Giorgio La Pira: «Le sorti di noi tutti si decidono nei monasteri. Ci credo fermamente, altrimenti non sarei qui…». Resistenza? «Sì, le contemplative sono un esercito schierato a battaglia, dove ciascuna ha il suo posto di combattimento. Alcune sono scelte per la prima linea». Menziona la lettera di San Paolo agli Efesini: «La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra…».«La battaglia è durissima», ripete, «per questo mi piace pensare in prima linea una mia sorella di 91 anni, da quasi due immobile in un letto, tedesca fino in fondo, animo tenace, un corpo consacrato, offerto in pura perdita, senza nessuna gratificazione personale. Potentissimo».

Il suo esercito conta 24 clarisse. Un bel numero, di fronte al calo costante delle "chiamate”. Una lenta glaciazione vocazionale. Su e giù per lo Stivale chiudono le case religiose. Pensiamo all’ultimo, clamoroso addio dello storico istituto – ben 130 anni di vita – delle Piccole Sorelle dei Poveri, a Bologna. Tuttavia, sembra un paradosso, la clausura in molti casi – come nella comunità di suor Beccaria – è in lieve controtendenza. Il Segretariato che le assiste, istituito ad hoc da papa Pio XII nel 1954, conta in Italia 6.800 monache e 360 novizie, distribuite in 534 monasteri. Nel mondo, quasi 48 mila “spose di Cristo”. Un’armata orante non trascurabile. Ora et labora, prega e lavora, dalla Regola benedettina, vale anche per le consorelle di Elena Francesca.

Varcato il cancello del monastero, suor Chiara Teresa, zappa tra le mani, mi aveva accolto con un grande sorriso. Una visione. Anzi, due: lei, più tardi, alla guida di un trattorino. Calabrese di Castrovillari, laureata in Storia dell’Arte, qualche esperienza in Sovrintendenza, fu disarcionata come San Paolo a Damasco: la malattia di un’amica, l’improvvisa e impellente necessità di rivolgere pienamente lo sguardo a Gesù. «Guai se mi chiedi per esempio di fare un tema che parli di me…». Le “pazze” di Dio. Operose, scienziate, ironiche, toste. Come la tedesca Bernadette, inchiodata a letto. E la monaca ingegnera. Il monastero, sorpresa, è green. L’idea fu della badessa: una «comunità energetica» per la salvaguardia dell’ambiente. «Abbiamo coinvolto il quartiere. Politica e burocrazia ci ostacolano» lamenta, «ma andiamo avanti. Abbiamo costruito un impianto fotovoltaico, e siamo già a trenta adesioni dall’esterno. Ci chiamano da tutta Italia poi, testimoniamo nei convegni. Facciamo la nostra parte per la cura del Creato, così brutalmente offeso». Il talento, e la bellezza. Anche minuta. Quella per esempio delle opere floreali di una consorella vietnamita, i cui lavori adornano l’ambone, in chiesa. La progettò Silvio Galizia, architetto e artista svizzero. Essenziale, carica di mistero. Come le scale che portano alla cripta dove è sepolta Maria Eletta di Gesù. Guidò la comunità nel Dopoguerra, durante la ricostruzione post bombardamenti del monastero, si pensa fondato da san Bernardino da Siena agli inizi del XV secolo.

Farmacia e tennis

Suor Elena Francesca allunga inaspettatamente il passo. «Ho giocato a basket e a tennis. La mia famiglia si divideva tra la farmacia e lo sport. E il tifo per la Juventus», sorride, menzionando i successi di Sinner, rammaricandosi per la Nazionale di calcio. La palestra della preghiera è dura. Sveglia all’alba, alle 5 e 50 le Lodi, messa alle 7 e Ora Terza. Alle 12.30 la Sesta, alle 15 la Nona, alle 17.30 il rosario, prima dei Vespri delle 18. Le notti del lunedì e venerdì all’una e mezzo c’è l’ufficio delle Letture. Da schiantare anche un maratoneta. «Il dialogo con Dio va custodito e alimentato», spiega suor Beccaria, confessando tuttavia di sentirsi a volte impotente al pensiero delle migliaia di vittime innocenti delle guerre. Ma di non aver mai lontanamente pensato di gettare la spugna. Cita, in proposito, il poeta francese Charles Péguy: “La speranza è la virtù che apre al futuro, pur senza certezze”. «Scelsi di studiare chimica perché affascinata dall’infinitamente piccolo, come lo sono dagli spazi infiniti», dice, ricordando le colline di ciliegi di quando una volta passò da Poggio Bustone Lucio Battisti. Era una ragazza. Non immaginava ciò che un giorno le sarebbe toccato.

Sul Venerdì del 3 luglio 2026

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