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Vocazioni: preti si diventa, con lentezza

Gli abbracci nella basilica di San Pietro dopo la cerimonia di ordinazione del 26 aprile scorso presieduta da Leone XIV (Luigi Narici/Agf) 
Dimenticate i chierichetti che si chiudono prestissimo in seminario. Oggi tra i nuovi sacerdoti ci sono professionisti affermati che voltano pagina in età adulta. Basteranno per riempire i vuoti lasciati dalle crisi delle vocazioni? Difficile. Ma la Chiesa ci punta parecchio
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Ogni mattina sei giovani lasciano un imponente edificio alle spalle del complesso di San Giovanni in Laterano, a Roma. Vivono insieme da quasi un anno: la messa appena svegli, colazione in comunità, incontri serali, cena. In autunno si capirà se il loro destino sarà indossare l’abito talare.

Ma intanto continuano la vita di sempre: quattro di loro prendono i libri e vanno all’università, altri due si avviano verso gli studi professionali in cui lavorano. Bisogna dimenticare l’immagine del chierichetto che passa direttamente dai pantaloni corti al ginnasio del seminario minore sotto lo sguardo fiero del parroco. Oggi gli aspiranti preti non si scoprono tra i banchi delle medie ma nei laboratori accademici, nelle corsie d’ospedale, dietro i tavoli da architetto. Sempr…

Ogni mattina sei giovani lasciano un imponente edificio alle spalle del complesso di San Giovanni in Laterano, a Roma. Vivono insieme da quasi un anno: la messa appena svegli, colazione in comunità, incontri serali, cena. In autunno si capirà se il loro destino sarà indossare l’abito talare.

Ma intanto continuano la vita di sempre: quattro di loro prendono i libri e vanno all’università, altri due si avviano verso gli studi professionali in cui lavorano. Bisogna dimenticare l’immagine del chierichetto che passa direttamente dai pantaloni corti al ginnasio del seminario minore sotto lo sguardo fiero del parroco. Oggi gli aspiranti preti non si scoprono tra i banchi delle medie ma nei laboratori accademici, nelle corsie d’ospedale, dietro i tavoli da architetto. Sempre più spesso sono giovani che hanno esplorato il mondo, infranto qualche cuore o preso botte dalla vita. Per poi scoprire che cercavano altro. Basta leggere le storie degli otto che papa Leone XIV ha ordinato lo scorso aprile a San Pietro. C’era Daniele Riscica, promessa internazionale del pianismo classico che a 24 anni, tra un concerto in Cina e uno in Mozambico, ha capito che gli applausi non lo appagavano. C’era Guglielmo Lapenna, 35 anni, che prima di scegliere il seminario lavorava in una fabbrica di liquori a Pescara. E Antonino Ordine, che si preparava a diventare medico e poi è finito in missione tra la Svezia e l’India. «In questi casi il cambiamento di prospettiva è radicale», commenta don Alberto Debbi, uno che sa di cosa si parla: pneumologo, laurea con il massimo dei voti, lavorava nelle sale operatorie di Sassuolo, nel Modenese. «In ospedale», spiega, «aspetti che arrivino i pazienti, hai linee guida da seguire e un credito di fiducia legato alle tue competenze professionali. Da prete te la devi giocare sul piano personale, è un dono completo di sé. E non è quantificabile in termini di parcella».

Don Alberto aveva una fidanzata, stava pensando al matrimonio. «Ma non era la mia dimensione, non mi bastava quel modo di amare». È entrato in seminario a 37 anni, il tempo di ricevere l’ordinazione e si è presentata l’emergenza Covid: «I miei ex colleghi erano in prima linea, ho chiesto al vescovo di tornare a indossare il camice. Poi però sono rientrato in canonica, a Guastalla, perché è questa la vita a cui voglio dedicarmi a tempo pieno».

Negli uffici della Cei, don Michele Gianola aiuta a leggere l’evoluzione delle vocazioni nell’Italia delle chiese che si svuotano più rapidamente delle culle. Negli ultimi cinquant’anni la popolazione maschile tra i 18 e i 40 anni è calata del 18 per cento, quella dei seminaristi è crollata del 67 per cento: erano 6.337 nel 1970, se ne contavano appena 1.804 all’inizio di questo decennio. Ma la crisi ha generato un nuovo profilo di preti. Niente scuole religiose alle spalle, l’87 per cento ha studiato negli istituti pubblici. Uno su due ha una laurea, per lo più di area scientifica o ingegneristica a dispetto di ogni immaginazione. E quattro su dieci hanno già lavorato stabilmente prima di sentire la sacra chiamata, che in media arriva ormai a 28 anni.

Geologi e ingegneri

Ad aspettarli ci sono almeno sei anni di studi e poi venticinquemila parrocchie in tutta Italia che hanno bisogno di rinforzi. Dovranno integrarsi con un clero sempre più anziano, confrontarsi con laici che hanno smesso di ossequiare gli ecclesiastici e sono pronti a chiedere conto di scandali e incomprensioni. Eppure non si scoraggiano. «Non vengono da Marte», rivendica don Enrico Castagna, da sei anni alla guida del seminario della diocesi più grande d’Europa, quella di Milano: cinque milioni di battezzati e appena 54 in cammino per diventare preti. «Erano 150 nel 2015», sottolinea. Nei giorni scorsi ha festeggiato tredici ordinazioni: anche qui c’erano un ingegnere che ha seguito i progetti autostradali e un geologo che si occupava di bonifiche per la Regione Lombardia. «Hanno un ideale di vita alto ma sono persone colte, hanno vissuto nella società e sono quindi consapevoli del contesto che li aspetta, hanno respirato anche la disistima o i pregiudizi nei confronti dei preti». Per loro ha prevalso l’esempio delle figure carismatiche incontrate nei gruppi parrocchiali o negli oratori, che restano i migliori incubatori di vocazioni. Con qualche rischio: «Bisogna prepararsi ad affrontare l’altro punto di vista. Quando si diventa preti, quei contesti che appaiono gratificanti devono essere portati avanti tra mille difficoltà e spesso senza aiuti. Per questo ai candidati chiediamo di fare pratica di inserimento pastorale. E in parallelo devono lavorare su di sé, bisogna imparare a riconoscere le frustrazioni e a starci dentro».

Meno bambini, più solitudine

La storia di don Giuseppe Mancuso è significativa. Il suo è un profilo anacronistico: entrato in seminario appena finite le superiori, è diventato prete a 25 anni, ora ne ha 36 ed è parroco di Pedivigliano e Scigliano, due minuscoli paesi della provincia di Cosenza che messi insieme contano meno di 1.500 abitanti. Racconta: «Nel mio immaginario c’era una parrocchia-centro sociale h24, classi di catechismo, poveri da aiutare, sacramenti da celebrare a ripetizione. Mi sono trovato a vivere tutt’altro: poveri zero, per fortuna. Ma anche pochissimi bambini. A Pedivigliano hanno pure chiuso la scuola, figurarsi cosa resta delle classi di catechismo. Ottanta cresime non le faccio nemmeno in vent’anni». Lui ci scherza: «Se a messa invece di 12 persone ne vedo 14 è già un successo». Ma la sorpresa è che quei borghi minuscoli gli hanno fatto scoprire un modo di essere prete che lo rende felice: «Qui non si ricordano la bella predica, ma se c’eri in un momento della loro vita». Resta il fatto che quando le luci della chiesa si spengono c’è da fare i conti con la solitudine, un’altra insidia della vita clericale nell’epoca delle canoniche svuotate. «Ti ritiri in casa e devi affrontare te stesso. Questa cosa o la respingi o ci convivi in maniera serena», dice don Giuseppe. Un aiuto sono gli amici storici, quelli per i quali non sei il don. E poi si cerca la rete di protezione degli altri preti: «Facciamo la stessa vita, ci si capisce». Milleduecento chilometri più a Nord, don Manuel Belli lavora in team con altri quattro sacerdoti: «Abbiamo case diverse ma le nostre menti si muovono in sintonia». Lui si divide tra sei chiese della Val Cavallina e si definisce un “parroco imbruttito”, sui social racconta la vita di chi voleva dedicarsi al Signore e invece si ritrova a litigare con l’ecclesialese. Al Venerdì racconta: «Ci parlano di unità pastorali, ma è un modo per dire che non ci sono sacerdoti. Se a un prete dici: ti faccio moderatore dell’unità pastorale, quello si imbruttisce. Se gli dici: devi beccarti sei parrocchie, secondo me ci sta. Poi ci sono parole che all’esterno sono percepite come muri». Anima, per esempio: «Chi è convinto di avere un’anima oggi tra gli studenti? Se continui a citarla ti guardano strano».

Applausi, ma sul sagrato

Durante i riti è ancora peggio. Belli racconta i funerali di ragazzi morti in un incidente, la chiesa piena di giovani silenti davanti a una funzione che non li tocca. Poi, fuori, le moto attorno ai feretri si mettono a sgasare e la commozione si scioglie in un applauso partecipato. «Possibile che alla messa non sia successo niente?», si chiede il sacerdote.È il dilemma di una Chiesa in mezzo a un guado. E quelli che escono dal seminario spesso sono convinti di arrivare con i super poteri. Rivolgendosi a loro, don Belli ha scritto un post: «Non benissimo quei preti che si domandano: ma cosa hanno fatto prima di me per arrivare a questo disastro? Forse servirebbe un’idea di vocazione un po’ più pane e salame». Chi forma i nuovi sacerdoti lavora anche su questo. I profili con cui si fa più fatica? «I narcisisti», risponde sicuro don Marco Seminara. «E anche i convertiti, perché hanno vissuto un’esperienza speciale ma rischia di trasformarsi in un’emotività che alimenta solo l’ego». Don Marco a Roma si occupa di accogliere chi crede di aver ricevuto la chiamata dall’alto. A lui sono affidati quei sei giovani che ogni mattina escono insieme dal palazzo dietro al Laterano: non sono ancora seminaristi, stanno vivendo l’anno propedeutico, quello in cui ci si mette alla prova. «Una scuola di umanità», la definisce Seminara, perché prima della teologia «si deve imparare l’alfabeto degli affetti, scoprire quali sono i propri inneschi nei rapporti con gli altri, col mondo maschile e femminile». C’entra il tema del celibato, ma non è sulla sessualità che cade la maggior parte degli aspiranti: «Bisogna accettare una disponibilità piena alle esigenze della gente, all’obbedienza per il vescovo. E molti capiscono che non sono chiamati a una vita così radicale». L’anno scorso erano in quattro, uno solo è andato avanti. E in passato hanno proseguito quattro su otto, tre su cinque. Le linee guida nazionali raccomandano percorsi personalizzati. Ma in Piemonte c’è stata anche un’esperienza estrema: nel fermento sociale degli anni Settanta era nato un seminario solo per le vocazioni adulte, il vescovo Giuseppe Anfossi, 91 anni, ne è la memoria storica. «Non c’erano programmi, si improvvisava in base alle persone che arrivavano. E non c’era aspetto devozionale, mai recitato un rosario lì». Tra il 1978 e il 1984 sono entrati circa 70 seminaristi: «Molti erano operai, hanno portato sensibilità ai problemi di chi lavora. Una quarantina di loro sono diventati preti e nessuno ha lasciato», dice Anfossi. Lo definisce «un grande esperimento», anche se è durato poco: «Dicevano che era troppo di sinistra. Ma se non imparano a far dialogare la cultura teologica e quella laica, che sacerdoti avremo?».

Sul Venerdì del 3 luglio 2026

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