Cocaina e pomodori: la nuova rotta del narcotraffico passa dalla Sicilia
dal nostro inviato Lucio LucaVITTORIA (Rg). Alle sette del mattino la fila dei Tir in attesa di entrare nel mercato ortofrutticolo arriva fino alla Statale. Chi non ha fretta posteggia davanti al bar e chiacchiera dei risultati dei Mondiali sorseggiando un caffè o una granita alla mandorla, che da queste parti è quasi una bevanda nazionale. Qualcuno, con circospezione, accenna all’ultima grande operazione di polizia che ha scoperchiato un nuovo colossale traffico di cocaina al largo del Mediterraneo, non lontano da qui. L’hanno chiamata “Abisso”, quindici arresti e 28 indagati tra Catania, la Calabria, Siracusa e Malta, un peschereccio bloccato lungo la costa, due tonnellate di droga purissima pronta per essere immessa sul mercato.
La conferma che la Sicilia orientale si è trasformata in una delle nuove porte d’ingresso della cocaina in Europa: «Il mare non è più soltanto una via di passaggio», spiega il giornalista Giuseppe Bascietto, che sulle nuove rotte criminali ha pubblicato per Compagnia editoriale Alibert…
VITTORIA (Rg). Alle sette del mattino la fila dei Tir in attesa di entrare nel mercato ortofrutticolo arriva fino alla Statale. Chi non ha fretta posteggia davanti al bar e chiacchiera dei risultati dei Mondiali sorseggiando un caffè o una granita alla mandorla, che da queste parti è quasi una bevanda nazionale. Qualcuno, con circospezione, accenna all’ultima grande operazione di polizia che ha scoperchiato un nuovo colossale traffico di cocaina al largo del Mediterraneo, non lontano da qui. L’hanno chiamata “Abisso”, quindici arresti e 28 indagati tra Catania, la Calabria, Siracusa e Malta, un peschereccio bloccato lungo la costa, due tonnellate di droga purissima pronta per essere immessa sul mercato.
La conferma che la Sicilia orientale si è trasformata in una delle nuove porte d’ingresso della cocaina in Europa: «Il mare non è più soltanto una via di passaggio», spiega il giornalista Giuseppe Bascietto, che sulle nuove rotte criminali ha pubblicato per Compagnia editoriale Aliberti un’inchiesta dal titolo Sicilia Nostra. «È una piattaforma criminale, una zona operativa, una frontiera mobile del narcotraffico internazionale».
Duemila camion al giorno
Vittoria, il suo mercato ortofrutticolo da 246 mila metri quadrati, tra i più grandi d’Europa, oltre duemila Tir al giorno che scaricano e caricano pomodorini Pachino e peperoni, uva e zucchine, è uno scenario tutt’altro che secondario nella nuova geografia del potere mafioso. Perché proprio da qui – dicono gli investigatori – passa gran parte della droga proveniente dall’Asia e dall’Africa, oltre che dai cartelli colombiani. Finisce nelle cassette di frutta e verdura, negli imballaggi che sono monopolio di aziende legate ai boss, o dentro gli estintori dei camion che nessuno controlla.
La novità è che non c’è solo Cosa nostra dietro questo business colossale, la mafia “ortodossa” uscita vittoriosa dalla guerra degli anni Ottanta contro la Stidda degli “irregolari”. A tirare le fila dell’organizzazione ci sono piuttosto i gruppi albanesi, criminali arrivati qui per spaccarsi la schiena nelle serre e sotto il sole cocente e diventati nel giro di qualche anno signori incontrastati del narcotraffico.
«Gli albanesi si sono radicati a Vittoria», racconta Bascietto che da qualche mese vive sotto tutela a causa delle sue inchieste. «Comandano nelle imprese agricole, nei consorzi e nelle aziende di imballaggio. Impongono prezzi, gestiscono la rete del caporalato. Hanno aperto persino dei Caf per i braccianti che arrivano dal Maghreb e dall’Est Europa. In questo modo la cocaina entra nella filiera della legalità e diventa invisibile». Che poi è la vera forza di questo sistema. Perché le campagne offrono spazi infiniti nei quali la merce può facilmente sparire, i camion garantiscono un movimento continuo e la frammentazione dei carichi riduce i rischi.
«Non c’è bisogno di violenza, funziona tutto come un orologio svizzero. Così la nuova mafia si fa industria». E quindi, niente sparatorie o punizioni feroci. Anche perché a ribellarsi, qui a Vittoria, non ci pensa proprio nessuno.
Sono lontani i tempi di Salvatore Incardona, l’imprenditore agricolo che denunciò il racket delle estorsioni e le intimidazioni al mercato ortofrutticolo. Colleghi e amici gli voltarono rapidamente le spalle, rimase solo, fu ucciso in un agguato mafioso. Come Libero Grassi a Palermo, come tanti altri che non vollero mai piegare la testa.
All’ingresso del mercato di Vittoria c’è una lapide che lo ricorda, anche se a distanza di quasi 40 anni le cose da queste parti non sono cambiate.
Terra babba
Il punto di svolta dei nuovi equilibri criminali in questa provincia babba, cioè stupida anche se stupida non lo è affatto, è il sequestro lampo di un ragazzino di 17 anni, figlio di uno dei più ricchi imprenditori di Vittoria. Vanno a prenderlo una notte di fine estate proprio nel cuore della movida, lo costringono a entrare in una macchina sotto gli occhi degli amici atterriti, lo rilasciano il giorno dopo senza nemmeno chiedere un riscatto. Non un rapimento classico ma un’ostentazione di forza.
«Serve un intervento dello Stato, da troppo tempo il nostro territorio vive in un clima di insicurezza costante», disse a caldo il sindaco Francesco Aiello. Un anno dopo quell’appello è rimasto inascoltato.
Nella città dei ventimila immigrati di settanta etnie diverse, forza lavoro indispensabile per sostenere l’agricoltura che garantisce il pane a tutte le famiglie, si fa finta di non sapere che la mafia con i suoi alleati albanesi controlla i flussi, sfrutta i migranti, li usa anche per i lavori sporchi: «Una bomba sociale che non possiamo affrontare da soli», continua a ripetere il primo cittadino.
Faccia d’angelo
Qualche settimana dopo il sequestro lampo, la polizia arresta Gianfranco Stracquadaini detto “Faccia d’angelo”, il capo indiscusso della mafia di Vittoria. Lo sorprendono a Comiso, nel suo territorio, perché un vero boss non si allontana mai troppo dai suoi affari. Gli inquirenti tracciano la rete delle sue alleanze con il cartello degli albanesi: Luzim Ndreu detto “Giulio ‘u Tistuni”, i fratelli Tosku, Danny Lalollari, gente che – secondo chi indaga – controlla le campagne e i negozi di mezza provincia fino alle discoteche nelle quali circola droga di ogni tipo.
Vittoria, la polizia arresta il boss latitante Stracquadaini. La sua ombra dietro l’ultimo sequestro
La conferma in numerose operazioni di polizia, da “Kamarina Drugs” a “Blade” nel 2016 fino alla più recente “Drug Parking”: marzo 2026, volume di affari stimato in due milioni di euro. Tutte insieme, decine e decine di arresti di uomini legati al nuovo cartello criminale della città: «Eppure qualcuno continua a considerare Ragusa e il suo territorio ancora marginale nella lotta all’illegalità», riflette il coordinatore di Libera Vittorio Avveduto, «senza contare che, invece, questa è la provincia più ricca della Sicilia, la prima nel rapporto tra abitanti e numero di bancomat».
La nuova mafia in doppio petto ha scoperto che oggi il vero potere non è imporre ma entrare nelle filiere legali senza far rumore. Attinge fondi a grappoli dall’Europa, punta sull’innovazione. Investe in serre, logistica, trasporti: «Senza controlli, questi settori diventano un’autostrada del riciclaggio», spiega Bascietto. «La mafia, a Vittoria, ha perfettamente recepito il modello albanese: non si presenta più come cosca feroce, pensa e agisce come azienda globale che non conquista il territorio, lo integra».
Qui un tempo le guerre nascevano e morivano entro i confini comunali. Oggi, invece, la città è un crocevia internazionale, un nodo di passaggio di un sistema che parte da Tirana e si dirama verso Catania, Napoli, Milano, Rotterdam, Bruxelles. Passando per la Calabria delle ‘ndrine, principali alleate dei clan albanesi nel traffico di cocaina: una mafia 2.0, insomma, holding del crimine che non ha più bisogno di violenza per controllare l’intera economia.
Basta farsi un giro nelle contrade agricole alle spalle del mercato, da Zafaglione a Berdia, un tempo aree rurali e oggi invase da capannoni industriali altamente tecnologici. I proprietari sono ufficialmente imprenditori del posto ma, in realtà, alle loro spalle spesso ci sono proprio i boss di Durazzo e Valona che nel Sud est della Sicilia hanno trovato Lamerica.
Nervo scoperto
È così che Vittoria, un puntino in una carta geografica, una distesa assolata di strade dritte in cui le case sembrano tutte uguali, è diventata una porta aperta, un varco, una feritoia nella quale passa ciò che il resto dell’isola finge di non vedere: «Una centrale operativa che è un nervo scoperto del Mediterraneo», racconta Bascietto nel suo libro, «con uno snodo nevralgico come l’ortofrutticolo nel quale le ditte controllate dagli albanesi stringono accordi con rispettabili imprenditori locali. Gli portano merci e manodopera, garantiscono trasporti sicuri, si fanno cedere una quota dei guadagni e, qualche volta, imbottiscono le cassette di pomodori con chili di cocaina». Certo, qualcuno si rifiuta. Ma da quel giorno viene isolato, talvolta colpito con precisione: un camion bruciato, qualche serra danneggiata, magari un sequestro lampo per lanciare un messaggio chiaro e inequivocabile: «Qui, a Vittoria, comandiamo noi».
Sul Venerdì del 3 luglio 2026