Intervista a Charlotte Gainsbourg: io fotografa per ricordare mio padre Serge
di Germano D'AcquistoCi sono figli che ereditano una casa. Charlotte Gainsbourg ha ereditato un universo. Al numero 5 bis di rue de Verneuil, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, Serge Gainsbourg ha vissuto per oltre vent’anni costruendo un mondo personalissimo fatto di pianoforti, teschi, quadri, manoscritti, fumo e ossessioni. Dopo la sua morte, nel 1991, nulla è stato spostato. Ogni oggetto è rimasto esattamente dov’era, come se il tempo avesse deciso di fermarsi.
Prima di aprire al pubblico quella dimora oggi trasformata in museo, Charlotte è entrata da sola con una Hasselblad e ha fotografato ogni dettaglio. Non per documentare un luogo, ma per salvare una presenza. Quelle immagini arrivano, dal 6 luglio al 6 settembre, ai Rencontres d’Arles con 5 bis, mostra curata da Matthieu Humery, che racconta il ritratto più inatteso di Serge Gainsbourg: quello costruito attraverso le cose che ha lasciato.
Ci sono figli che ereditano una casa. Charlotte Gainsbourg ha ereditato un universo. Al numero 5 bis di rue de Verneuil, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, Serge Gainsbourg ha vissuto per oltre vent’anni costruendo un mondo personalissimo fatto di pianoforti, teschi, quadri, manoscritti, fumo e ossessioni. Dopo la sua morte, nel 1991, nulla è stato spostato. Ogni oggetto è rimasto esattamente dov’era, come se il tempo avesse deciso di fermarsi.
Prima di aprire al pubblico quella dimora oggi trasformata in museo, Charlotte è entrata da sola con una Hasselblad e ha fotografato ogni dettaglio. Non per documentare un luogo, ma per salvare una presenza. Quelle immagini arrivano, dal 6 luglio al 6 settembre, ai Rencontres d’Arles con 5 bis, mostra curata da Matthieu Humery, che racconta il ritratto più inatteso di Serge Gainsbourg: quello costruito attraverso le cose che ha lasciato.
Charlotte è seduta ai piedi del divano di casa, una tazza di tè tra le mani. Parla sottovoce, sorseggia lentamente, lascia che i silenzi trovino il loro spazio. Vive a Parigi col compagno Yvan Attal ed è madre di tre figli, ma continua a muoversi tra cinema, musica, fotografia e regia con la discrezione di chi preferisce osservare piuttosto che occupare la scena. Dopo aver trasformato il rapporto con la madre Jane Birkin nel documentario Jane par Charlotte, torna a fare quello che le riesce meglio: avvicinarsi all’intimità senza violarla.
La nostra chiacchierata finisce così per assomigliare alle sue foto. Non racconta una leggenda della musica francese, ma il peso leggerissimo di un’impronta rimasta su un divano o un posacenere dimenticato. Perché, spesso, il modo più preciso per parlare di una persona è descrivere quello che continua a esistere quando lei non c’è più.
In 5 bis lei fotografa la casa di suo padre quasi fosse una persona. Quando ha capito che stava diventando il ritratto più autentico di Serge Gainsbourg?
«In realtà è successo tutto per caso. Non ho mai pensato che quelle fotografie sarebbero finite in una mostra o in un libro. Le scattavo per me, come si conservano i ricordi. Era un gesto molto personale: cercavo di avvicinarmi il più possibile a ciò che per me aveva un significato, sapendo che presto quella casa non sarebbe stata più solo mia».
Nel testo che accompagna la mostra scrive: “Sembro una ladra, rubo soltanto”. Fotografare è stato un atto di appropriazione o, al contrario, un modo per imparare a lasciar andare? «Entrambe le cose. Mentre fotografavo, il mio unico desiderio era trattenere tutto. C’era una concentrazione assoluta, uno stato mentale che mi permetteva di essere insieme ai miei soggetti. Era un modo per non perdere il contatto, per continuare a dialogare con loro. Poi, nel momento in cui quelle istantanee diventano mostra o libro, smettono di appartenerti e diventano degli altri. Ed è lì, forse, che inizi davvero a lasciarle andare».
È cresciuta tra cinema, musica e immagini, ma qui sembra scegliere il silenzio. Perché la fotografia è diventata il linguaggio giusto per affrontare un dialogo così intimo con suo padre? «La fotografia è silenzi. Nel mio racconto ho l’impressione di rivelare moltissimo di me, di esporre emozioni private, ma attraverso le immagini riesco allo stesso tempo a custodire una parte di mistero. È come se ci fosse qualcosa che non voglio consegnare del tutto».
Per il pubblico il 5 bis di rue de Verneuil è un luogo mitico. Per lei era semplicemente casa. C’è un dettaglio – una lampada, un posacenere, un odore – che ancora oggi le restituisce l’idea di suo padre?
Sua madre Jane ha trasformato la leggerezza in una forma di eleganza. Suo padre Serge ha fatto della malinconia un linguaggio. Sente di portare dentro entrambe queste eredità? «La malinconia sì, l’eleganza non saprei. Non credo di esserne davvero consapevole. La leggerezza apparteneva a mia madre. Era il suo modo di stare al mondo, la sua aura. Non era una persona felice, ma si rifiutava di prendersi troppo sul serio. Amava la vita, amava le persone, aveva un’energia incredibile. Mi vergogno quasi ad ammetterlo, ma io non le assomiglio affatto. Non possiedo quello stesso slancio. Mi sento più vicina a mio padre: più segreta, più complicata. Non direi oscura, sarebbe troppo teatrale. Semplicemente trovo tutto terribilmente complicato».
Fotografando l’appartamento ha scoperto qualcosa di suo padre che, da figlia, non aveva mai visto? «No, anche perché non stavo cercando di scoprire nulla. È una differenza importante. Chi studia mio padre lo osserva con lo sguardo del biografo, di chi vuole trovare risposte o dettagli nascosti. Io, invece, mi sono sempre sentita intimidita da quel luogo. Paradossalmente, pur essendo casa mia, mi percepivo come un’intrusa. Non sono mai stata curiosa nel senso investigativo del termine. Non aprivo cassetti per vedere cosa ci fosse dentro, non cercavo segreti. Ricordo che a volte prendevo una sua maglietta e mi sentivo quasi in colpa, come se stessi sottraendo qualcosa alla casa».
Serge diceva spesso: «Questa casa è il mio posto, ma non so se sia un salotto, uno studio di registrazione, un bordello o un museo». Oggi lei come la definirebbe? «Per me è sempre stata la casa di un uomo profondamente solo. È un luogo magico, certo, ma credo che per lui fosse anche pesante da abitare ogni giorno. A volte decideva di trasferirsi in albergo per qualche tempo perché aveva bisogno di allontanarsi dai suoi oggetti, dalle sue abitudini, da quell’universo così saturo di sé stesso. Ricordo che un giorno disse a mia madre che quella casa era già un museo. Quando è morto, è stato naturale pensare che quella fosse la sua destinazione».
Se potesse tornare stasera in rue de Verneuil, da sola e senza fotocamera, dove si siederebbe? «È curioso, ma non mi sono mai seduta dove si sedeva lui. Né io né mia madre ci siamo mai riuscite. Era impossibile. Così finivamo sempre sul pavimento. E, in effetti, ancora oggi mi capita di sedermi per terra ovunque vada. Vede anche adesso, lo sono. Se tornassi lì da sola credo che mi sdraierei in ogni stanza, prendendomi il tempo di guardare ogni angolo ancora una volta, come se non lo avessi mai osservato abbastanza».
Diventare genitori cambia inevitabilmente il modo in cui guardiamo ai nostri genitori. C’è qualcosa di suo padre che ha capito davvero solo dopo aver avuto dei figli? «Sì. Ho capito quanto fossero importanti per lui i suoi principi. Era molto rigoroso, aveva idee chiare sull’educazione e sui valori da trasmettere. Io, invece, non ci riesco. Non possiedo quella stessa certezza, non ho un sistema di convinzioni così definito da poter consegnare ai miei figli. È un peccato, perché lui mi ha dato proprio questo: una direzione».
Ha scritto: “Un’altra prospettiva. E sei ancora qui”. Come a dire: basta uno sguardo diverso perché una persona torni, almeno per un istante, a respirare accanto a noi. Pensa davvero che l’arte possa mantenere in vita una persona? «Viva, non direi. Però ricordo un antico mito – credo risalga all’epoca dei faraoni – secondo cui basta pronunciare il nome di qualcuno perché non venga dimenticato. Ecco, credo in questo. Credo che l’arte, la memoria, le immagini possano impedire a una persona di scomparire davvero. Non la rendono viva, ma la tengono lontana dall’oblio».
Sul Venerdì del 3 luglio 2026