Andrea Bajani: la mia vita da Strega
di Andrea BajaniVisto che da qualche parte bisogna comunque cominciare, tanto vale farlo dal mezzo. Cioè da quel punto che ha qualcosa che lo precede e qualcosa che viene dopo, anche se non necessariamente lo conclude. E il punto di mezzo è trovarsi, senza averlo preventivato, all’alba dei cinquant’anni in diretta nazionale con un microfono davanti alla bocca e qualcuno che ti chiede – o ti invita – a dire qualcosa. Qualcosa di breve, possibilmente, visto che i titoli di coda, da qualche parte dentro le case di chi sta guardando, o sono partiti o lo stanno per fare. Incalzano, insomma. E tu, che sei del tutto impreparato, che non sei bravo con le dichiarazioni, e che però da palinsesto qualcosa devi pur dire perché hai vinto il premio letterario più importante della nazione, dici qualcosa che fa arrabbiare un sacco di gente. Poi i titoli ti tirano sotto – senza che tu ne abbia contezza – e il resto sarà una foto sul giornale il giorno dopo, con te che brandisci una bottiglia di liquore verso un tabel…
Visto che da qualche parte bisogna comunque cominciare, tanto vale farlo dal mezzo. Cioè da quel punto che ha qualcosa che lo precede e qualcosa che viene dopo, anche se non necessariamente lo conclude. E il punto di mezzo è trovarsi, senza averlo preventivato, all’alba dei cinquant’anni in diretta nazionale con un microfono davanti alla bocca e qualcuno che ti chiede – o ti invita – a dire qualcosa. Qualcosa di breve, possibilmente, visto che i titoli di coda, da qualche parte dentro le case di chi sta guardando, o sono partiti o lo stanno per fare. Incalzano, insomma. E tu, che sei del tutto impreparato, che non sei bravo con le dichiarazioni, e che però da palinsesto qualcosa devi pur dire perché hai vinto il premio letterario più importante della nazione, dici qualcosa che fa arrabbiare un sacco di gente. Poi i titoli ti tirano sotto – senza che tu ne abbia contezza – e il resto sarà una foto sul giornale il giorno dopo, con te che brandisci una bottiglia di liquore verso un tabellone con numeri e nomi. Che sono imprecisi, ma per approssimazione danno comunque il senso di quel che è successo.
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Adesso bisogna tornare all’inizio, o almeno a quell’inizio che conduce a quel punto di mezzo. E che succede quasi quattro anni prima, in una cucina texana, a 9.150 chilometri dal punto in cui la bottiglia indica il risultato finale.
Non sono bravo a prevedere quando una storia butterà giù la porta del foglio, ma un giorno di ottobre del 2021 una voce ha fatto un buco nel bianco. Da lì ha cominciato a dare il tempo alle altre parole che, più o meno disciplinate, hanno preso a seguire le prime. Cominciava – quella storia che la voce estraeva dal silenzio frase per frase – dalla fine: un figlio quarantenne vede i genitori per l’ultima volta. Il suo non è, a quanto pare, un gesto premeditato (esattamente come quello della scrittura), ma la madre lo intuisce prima di lui. «Tornerai a trovarci?». La risposta sarà no.
Ora, non è questo il posto per ricamare troppo sulle origini di questa storia, ma un fatto che va detto è che a volte la voce detta legge e non c’è molto che si possa fare. Se non rispondere alla chiamata, farsi strattonare dal demone e scrivere quel che c’è da scrivere in quella sede. Senza capire, il più delle volte, ma sempre con l’orecchio teso alla voce. La si chiami ispirazione – come mi piace – o con altre parole. Ma insomma, in venti giorni quella storia era scritta. E io dopo venti giorni la stavo a guardare da fuori, cioè da dopo l’ultima frase. Cos’era? Non lo sapevo. Per quanto esoterico possa sembrare, non l’avevo scritta io. Ma diceva uno sproposito: se c’è qualcosa che ti fa male, hai diritto a sottrarti. Anche se sono i tuoi genitori.
Di quei venti giorni, i tre anni successivi furono l’estensione. Ventidue versioni per fare il solito gesto impossibile dello stile. Non urlare, non giudicare, non indulgere nella frase. Avvicinarsi il più possibile a ciascun personaggio, fino a sentire il battito del cuore di ognuno. Non scegliere la scorciatoia dei colpevoli e degli assolti. Fermarsi prima del precipizio. E se la storia contiene del dolore che le persone si fanno, a volte persino senza volerlo, fermarsi ancora prima. Una famiglia andava in frantumi, diceva la storia. Allora bisogna raccogliere i cocci senza tagliarsi troppo, o senza spargere il sangue solo per fare rumore. Tre anni di lavoro per questo.
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Ora bisogna fare un salto più avanti, a quando si comincia a capire il libro che si è scritto grazie ai lettori e alle lettrici. E si accetta, volenti o nolenti, di fare da inadeguato portavoce dell’autore. Di rappresentare, cioè, per pura convenzione, colui che ha scritto il romanzo. Colui che, mentre scriveva, era solo come nessuno, e si calava con una corda di parole dentro il crepaccio delle paure e dei segreti. E che poi, risalito in superficie, deve riportare non solo quello che ha visto – perché quello sta scritto nella storia – ma anche come ha fatto. Il che richiede sempre un po’ di invenzione.E quello che i lettori mi dicevano era che quella storia era una storia collettiva. E se scendendo nel crepaccio con l’imbragatura del linguaggio ero convinto di aver inventato una storia piccola, con quattro personaggi più o meno credibili, un dolore comune, e un doloroso diritto rivendicato di sentirsi al sicuro, quello che le lettrici e lettori dicevano era che ero andato a scoperchiare un tabù. Che insomma, quali che fossero le intenzioni, quel romanzo pronunciava la frase vietata – sussurrata clandestinamente nella lavanderia dei panni che si lavano in casa – di un’intera nazione: quella che dice che la famiglia a volte può anche fare del male. Insomma, era diventato un romanzo politico e io lo capivo solo allora.
Il salto più avanti poi, che prelude alla bottiglia citata nel punto di mezzo, è quella di un van e dei vagoni di treno con cui insieme agli altri autori e alle altre autrici finaliste a quel premio, le storie prendono a girare per quella stessa nazione. Il che, di nuovo, ha qualcosa di imprevisto e di profondamente popolare. Perché la si metta pure come si vuole, si congetturi pure sulle competizioni tra gli autori e le autrici, sulle idiosincrasie personali, le alleanze, ma il netto di quel viaggiare avanti e indietro per lo Stivale con il marchio Strega sulla carrozza è uno soltanto. Che quella è una carovana di cantastorie che si sposta di paese in paese.
Certo, c’è la semplificazione data dal contesto, la coazione del timer, che per istinto trasforma tutte e tutti (quasi tutti? Pochi? Alcuni? Non ha nessuna importanza) in venditori o tribuni ad arringare centinaia di persone sedute. Il conforto di un applauso, lo sconforto di poche copie firmate. Certo, ci sono i pronostici, i favoriti, le dicerie, che sono una – probabilmente minoritaria – delle ragioni per cui quelle persone sono uscite di casa, a Colleferro o Latina, a Modena, Saint-Vincent o Quartu Sant’Elena, per venire a sentire i cinque autori su cui quell’anno si è accesa una luce. Ma al netto dei pronostici e delle dicerie, quelle persone che si riversano nelle piazze vogliono fare tre cose: sentire delle storie, sapere che dietro ci sono degli esseri umani, e capire cosa leggere durante l’estate.
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Ora eccomi di nuovo alla scena di mezzo, per la quale devo ripassare anche se l’ho già scritta all’inizio. Quella in cui c’è un microfono in diretta televisiva, c’è una messa in scena teatrale – il rituale – dell’incoronamento, e la frase che comunque va pronunciata. Ed è lì che dopo la discesa solitaria dentro il crepaccio, le ventidue versioni riscritte, la presa di coscienza di aver scritto un romanzo anche politico su un tabù nazionale, i voti scritti sulla lavagna più discussa d’Italia (di quella più o meno piccola comunità dell’Italia che legge), pronuncio un minuto di parole. Non sono niente di che, sono un gesto lapalissiano, che però sento – eccolo, il momentum – di dover dire. Che il dominio politico del maschio – chiamato patriarcato per sintesi e ripetizione – nelle famiglie va contestato anche dai maschi.
Il fatto che facciano arrabbiare qualcuno, come ho detto, che i maschi se la prendano a male, è parte della grancassa del premio. Che fa sì che prima si dica qualcosa, che lo si dica vestiti per l’occasione, e che dopo si sollevi la bottiglia per le prime pagine dei giornali. Ed è così che succede, e poi si torna a casa all’alba frastornati e sgomenti – anche contenti, certo, ma non è il sentimento che mi viene da nominare per primo – sapendo che qualcosa comincia, che è qualcosa che non avevi previsto. E che durerà un anno.
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Ora siamo alla fine di quell’anno e di questa storia. Scrivo queste righe a quegli stessi 9.150 chilometri di distanza, in quella stessa cucina texana in cui è cominciata – come vogliono le leggi inflessibili della finzione. Su quel che è accaduto dopo è troppo presto per dire, e d’altra parte non sono uomo da consuntivi sul breve, o non ne sono capace. E fare l’anniversario dell’Anniversario suona più come un bisticcio che come un atto di ricapitolazione. Che in più mi pare di poca eleganza.
Quello che posso dire, però, lo so pronunciare soltanto con il linguaggio dell’infanzia, e cioè che lo Strega è un superpotere. Perché lo dico? Per due ragioni. La prima è quella più ovvia, ed è che quella luce sul libro aiuta a far vedere la storia anche da molto lontano. Che significa che gira per il mondo da un anno, e che mi ha spiegato un’altra delle cose che ancora non sapevo. Ovvero che il tabù non era solo di questa nazione.
La seconda ragione per cui il Premio Strega è un superpotere è qualcosa che già sapevo, ma che è sempre difficile dire. Che se vivere non è sufficiente – come ahimè mi capita di pensare – scrivere non solo raddoppia il valore, ma concede il beneficio di un significato. Che non lenisce il male di quando la vita riprende a picchiare, ma aiuta a vederla da fuori, da oltre la frase finale. Perché serve un premio per capirlo? Perché rende più evidente quel momento in cui due solitudini – quella di chi scrive e quella di chi legge – si incontrano di un’intimità bruciante in un luogo che in fondo non appartiene a nessuno dei due o a entrambi: la pagina scritta.
Questa storia finisce, come dicevo, nella stessa cucina americana in cui è cominciata quasi cinque anni fa. E finisce con un paesaggio tutto diverso, oltre la finestra, e due domande pronunciate da due persone. La prima è quella di un collega universitario passato per restituirmi un libro che gli avevo prestato. Che mi chiede che cosa io stia scrivendo, e io sto scrivendo proprio questo che voi leggete in questo momento. E che dopo avermi chiesto di vedere il trofeo, la scatola con lo Strega, mi chiede: «Ma si vince un liquore?». La seconda domanda me la fa mio figlio, il più grande, seduto dentro il carrello mentre facciamo la spesa da HEB e cancella i prodotti dalla lista sul telefonino. Me lo domanda alla cassa, dopo che abbiamo pagato: «Ma scusa, hai vinto il premio Strega e non ti saluta nessuno?».
Sul Venerdì del 3 luglio 2026