Per cercare un animale schivo come la foca monaca (Monachus monachus) gli occhi non bastano. Serve la tecnologia per scovare tracce altrimenti invisibili del suo passaggio: frammenti di Dna che fluttuano in mare. L’analisi del Dna ambientale – il materiale genetico che ogni organismo rilascia nell’ambiente attraverso cellule, peli, feci, saliva, urine – è il nuovo alleato degli scienziati per la ricerca e il monitoraggio delle specie rare o difficili da avvistare. La foca monaca è una di queste: unico pinnipede endemico del Mediterraneo, è anche il più minacciato, con una popolazione stimata di circa 500 individui adulti. Diffidente e sorprendentemente discreta nonostante le dimensioni (fino a 3 metri di lunghezza e 300 chili di peso), spesso solo un’increspatura sulla superficie del mare tradisce la sua presenza mentre nuota abilissima alla ricerca di calamari, seppie, polpi, crostacei e pesci, arrivando a immergersi fino a 200 metri di profondità. «La foca monaca è un animale simbol…
Per cercare un animale schivo come la foca monaca (Monachus monachus) gli occhi non bastano. Serve la tecnologia per scovare tracce altrimenti invisibili del suo passaggio: frammenti di Dna che fluttuano in mare. L’analisi del Dna ambientale – il materiale genetico che ogni organismo rilascia nell’ambiente attraverso cellule, peli, feci, saliva, urine – è il nuovo alleato degli scienziati per la ricerca e il monitoraggio delle specie rare o difficili da avvistare. La foca monaca è una di queste: unico pinnipede endemico del Mediterraneo, è anche il più minacciato, con una popolazione stimata di circa 500 individui adulti. Diffidente e sorprendentemente discreta nonostante le dimensioni (fino a 3 metri di lunghezza e 300 chili di peso), spesso solo un’increspatura sulla superficie del mare tradisce la sua presenza mentre nuota abilissima alla ricerca di calamari, seppie, polpi, crostacei e pesci, arrivando a immergersi fino a 200 metri di profondità. «La foca monaca è un animale simbolo del Mediterraneo, ma dopo il drastico declino avvenuto nella seconda metà del Novecento a causa di caccia, persecuzione da parte dei pescatori che la ritenevano un competitor, distruzione e disturbo degli habitat costieri, nel “nostro mare” la specie è ormai confinata principalmente nelle acque dell’Egeo», ci racconta Elena Valsecchi, ecologa molecolare dell’università Milano-Bicocca. «Negli ultimi anni, però, gli avvistamenti lungo le coste italiane si sono moltiplicati, ma non è chiaro se ciò significhi che la specie stia realmente riconquistando parte del suo antico areale oppure se semplicemente oggi ci sia una maggiore attenzione nei suoi confronti».
Venti euro per ogni analisi
Per capire se la foca monaca stia davvero tornando “a casa”, Valsecchi e il suo team hanno lanciato una raccolta fondi per finanziare l’analisi del Dna ambientale disciolto nelle acque marine prelevate dalle sale macchine di traghetti in transito nel Mediterraneo, dall’Adriatico allo Stretto di Gibilterra. I campioni da analizzare sono quasi 400, «un patrimonio scientifico enorme conservato in una delle più grandi banche di Dna ambientale marino del Mediterraneo ospitata negli edifici di Milano-Bicocca», sottolinea la ricercatrice. Sono stati raccolti nel corso del progetto europeo Life Conceptu Maris terminato lo scorso gennaio e già usati per la ricerca di Dna di cetacei e tartarughe marine. Per scovare quello delle foche servono nuove analisi e altri fondi, da qui il crowdfunding “Foca non Foca” (https://sl1nk.com/rc6uqtb) che proseguirà fino a metà luglio (bastano 20 euro per finanziare l’analisi di un singolo campione e se la raccolta andrà bene i ricercatori confidano di avere i risultati entro fine anno).
L’estrazione e l’analisi dei campioni avviene in laboratorio grazie a una tecnica messa a punto dalla stessa Valsecchi. «Abbiamo creato un set di brevi sequenze di Dna che si legano solo a un tratto del genoma specifico della specie. Così, come segugi molecolari, riusciamo a individuare una traccia genetica recente del suo passaggio (il Dna libero nell’acqua si degrada in poche ore o giorni, ndr)», spiega l’ecologa molecolare.
Questi campioni sono importanti anche perché vengono dal mare aperto, dove la ricerca fatica ad arrivare visto quanto sono costose le spedizioni scientifiche delle navi oceanografiche (non a caso, quasi tutti gli avvistamenti e gli indizi genetici sulla presenza della foca monaca vengono da aree costiere). In questo senso, è stata furba l’idea di “arruolare” le compagnie di navigazione per la raccolta del Dna ambientale in alto mare (Grimaldi Lines, Minoan Lines, Corsica & Sardinia Ferries, Tirrenia, Balearia, Grandi Navi Veloci in transito nel Tirreno meridionale, nell’Adriatico e Ionio orientale, nel Mediterraneo nord-occidentale fino allo stretto di Gibilterra). L’analisi del Dna ambientale, però, ha un limite. «Permette di capire se la foca è presente oppure no, ma non di fare stime di numerosità», precisa la ricercatrice, «per sapere quante ce ne sono servono i dati degli avvistamenti e delle immagini registrate da fototrappole, oppure le analisi delle feci depositate nelle grotte dove gli animali vanno a riposarsi e riprodursi. Tuttavia, l’informazione genetica aiuta a disegnare l’areale di distribuzione della specie, informandoci su quanto si estenda verso l’Atlantico».
Si riposano “in piedi”
In fuga da pescatori e turisti, cercano rifugi sempre più inaccessibili: nell’isolotto di Formicula, Arcipelago delle Ionie, immagini hanno documentato la presenza di esemplari in bubble cave – così le hanno chiamate gli scienziati – piccolissime grotte raggiungibili solo attraverso tunnel sottomarini. Qui sostano ore, riposandosi sdraiate o in “piedi” nell’acqua con la testa fuori (bottling). Non si sa quanto l’uso di questi rifugi sia diffuso tra le foche, e resta molto da scoprire pure sulle dinamiche di popolazione. «Sappiamo poco per esempio sull’accoppiamento e se esistano maschi territoriali che pattugliano un’area in cui è presente una femmina tenendo lontani potenziali rivali», dice ancora l’esperta. Sono aspetti che il Dna ambientale non potrà chiarire. Ma potrà contribuire a ricostruirne altri, per esempio se le foche siano particolarmente attive di notte come molti mammiferi cacciatori. E Valsecchi ha un’altra idea: «Integrare i dati genetici con modelli delle correnti marine per ricostruire non solo la presenza di un individuo, ma anche la sua probabile posizione e i suoi spostamenti nelle ore precedenti». Un’investigazione biologica in cui ogni goccia d’acqua diventa un indizio per capire se e come la foca monaca si stia davvero riappropriando del “suo” Mediterraneo.
Sul Venerdì del 3 luglio 2026