I 90 anni di Eugenio Barba, fondatore della compagnia Odin: Sulla mia isola non sono mai stato solo
di Anna Bandettini“Consacrazione” è una parola che non gli piace. «La mia prima, e forse unica, regola è: prendi sul serio il lavoro, non te stesso», dice. E però, i gagliardi 90 anni che compirà il prossimo 29 ottobre, gli oltre 60 di storia artistica con l’Odin Teatret, portano lì: a celebrare Eugenio Barba come uno dei più grandi “maestri” del teatro, il regista che nella seconda metà del ’900, dalla Danimarca, ha dato uno scossone alla scena internazionale aprendo nuove strade, il “Terzo Teatro”, il teatro dei gruppi, il baratto come scambio con le comunità, l’antropologia teatrale... Ed è nel riconoscimento di tutto questo che il regista pugliese sarà festeggiato con l’ultimo spettacolo dell’Odin, Le nuvole di Amleto, in autunno a Ferrara e altre città italiane, ma prima, dal 17 al 19 luglio, al Kilowatt di San Sepolcro che proseguirà fino al 25, in un vero festival nel festival.
«Quando Lucia Franchi e Luca Ricci, i due direttori, mi hanno invitato, mi aspettavo la solita onorificenza di cartone,…
“Consacrazione” è una parola che non gli piace. «La mia prima, e forse unica, regola è: prendi sul serio il lavoro, non te stesso», dice. E però, i gagliardi 90 anni che compirà il prossimo 29 ottobre, gli oltre 60 di storia artistica con l’Odin Teatret, portano lì: a celebrare Eugenio Barba come uno dei più grandi “maestri” del teatro, il regista che nella seconda metà del ’900, dalla Danimarca, ha dato uno scossone alla scena internazionale aprendo nuove strade, il “Terzo Teatro”, il teatro dei gruppi, il baratto come scambio con le comunità, l’antropologia teatrale... Ed è nel riconoscimento di tutto questo che il regista pugliese sarà festeggiato con l’ultimo spettacolo dell’Odin, Le nuvole di Amleto, in autunno a Ferrara e altre città italiane, ma prima, dal 17 al 19 luglio, al Kilowatt di San Sepolcro che proseguirà fino al 25, in un vero festival nel festival.
«Quando Lucia Franchi e Luca Ricci, i due direttori, mi hanno invitato, mi aspettavo la solita onorificenza di cartone, invece mi sono ritrovato in mezzo a mille proposte e mi hanno commosso», dice Barba, capelli bianchi ben pettinati, il fisico asciutto come quando aveva 30 anni. «Ci saranno laboratori, masterclass, tre mostre, proiezioni, lo spettacolo Compassione con Julia Varley, un incontro con i cittadini che scelgono alcuni spettacoli del festival, un altro sulle eredità culturali coordinato da Marco De Marinis con Armando Punzo, Piergiorgio Giacché, Marco Martinelli, Ermanna Montanari e Davide Iodice e un altro ancora con Nicola Borghesi, Liv Ferracchiati e Licia Lanera».
Quest’ultimo sarà un confronto transgenerazionale. Sente di avere ancora una lingua comune con i giovani? «Difficile parlare per categorie generali. Conosco i giovani che incontro, che partecipano alle residenze della Odin Home in Danimarca. Le diversità nei modi di pensare la realtà ci sono. Ma ci avvicina la scelta radicale di fare teatro, e questo crea un legame misterioso che scavalca decenni e mode».
Lei è stato un giovane irrequieto. Che ricordo ha di sé? «Ho avuto la fortuna di crescere a Gallipoli negli anni Quaranta del secolo scorso. Era un villaggio di pescatori che uscivano in mare all’alba. Io li guardavo e mi dicevo: anch’io, un giorno, vedrò sorgere il sole in luoghi con altri orizzonti. Quando poi fui mandato alla scuola militare della Nunziatella a Napoli, capii presto che ero insofferente agli ordini. La passione per una ragazza svedese mi spinse verso il nord Europa. Non avevo neanche diciotto anni».
E che fece? «A Oslo senza soldi e senza conoscere una parola, lavoravo come saldatore. Ero un comunista convinto, pensavo fosse necessaria la rivoluzione per liberare il mondo dalle discriminazioni. Però anni dopo, una borsa di studio mi portò nella Polonia comunista: vidi censura, polizia segreta, passaporti vietati. Lì ho perso la fede nella rivoluzione, ma non diventai cieco verso le discriminazioni. Il teatro divenne il modo di fare politica con altri mezzi, quelli della Bellezza. Era la metà degli anni Cinquanta».
Perché scelse proprio il teatro? «Mio padre era morto quando non avevo ancora dieci anni: questa perdita ha condizionato la mia esistenza. Capisci che hai qualcosa e un attimo dopo non hai più nulla. Da ragazzino dialogavo con lui sulla sua tomba e avevo la sensazione fisica che solo un sottilissimo muro d’aria ci separasse. Poi quel muro me lo ha aperto soltanto il teatro, che rifiuta di considerare impossibili alcune situazioni. Ma da subito io sono andato contro il teatro che vedevo».
Qual è stata la spinta a cercare un altro teatro? «Il teatro è chi lo abita, è fatto di isole in un vasto arcipelago. Ogni isola parla la sua lingua, nutre i suoi ideali. E isola non significa isolamento: il mare separa ma unisce. Non cambierei niente dell’isola che ho costruito con i miei attori. Abbiamo creato una micro-società equa, di componenti provenienti da Paesi e lingue diverse, ma uniti da un’etica: un rigore feroce nel lavoro per salvaguardare la nostra isola di libertà, e credere nella capacità di cambiamento in ciò che facciamo, come il maestro che insegna in un paesino del Nepal o il medico senza frontiere a Gaza».
Se dovesse tracciare una mappa dell’arcipelago teatrale del Novecento, in quale rapporto si pone rispetto ad altri grandi eretici ? «Peter Brook, Bob Wilson, Giorgio Strehler... li ho stimati e ammirati tutti. A Jerzy Grotowski ho voluto immensamente bene, era come un fratello minore da proteggere, anche se aveva un paio d’anni più di me. Mi ha insegnato a salvaguardare l’essenziale nel mestiere a costo di qualsiasi sacrificio. E per me l’essenziale sono i miei attori».
Però l’Odin due anni fa ha vissuto una dolorosa rottura interna. «Siamo stati allontanati dalla nostra sede a Holstebro, il Nordisk Theater Laboratorium. Attualmente l’Odin è un teatro senza casa , senza sovvenzioni. Noi vecchi viviamo delle nostre pensioni e delle entrate delle iniziative che coprono anche il salario dei giovani collaboratori. Siamo tornati alla condizione originaria ma con un immenso patrimonio di relazioni e amici che ci aiutano».
La sua famiglia l’ha sostenuta in queste avventure? «Senza Judy, mia moglie, non esisterebbe l’Odin. Quando fondai il gruppo nel ’64, lei era interprete all’Unesco, e di fatto mi manteneva. Fu lei a tradurre in inglese Per un teatro povero, il libro di Grotowski che divenne un bestseller mondiale. Di recente mi ha incoraggiato a ipotecare la nostra casa per costruire l’Archivio dell’Odin, donato alla mia terra d’origine, la Puglia: il Laflis, Living Archive Floating Islands è oggi custodito nella Biblioteca Bernardini a Lecce».
Anche lei aiuta altri artisti. «Sono stato aiutato da giovane e sento il dovere morale di restituire ciò che ho ricevuto. Con Julia abbiamo creato la fondazione “Barba Varley” che sostiene la cultura sommersa dei “senza nome”, di chi è svantaggiato per genere, etnia, geografia o modo di pensare, dentro e fuori il teatro. Per me è anche il modo di agire accanto a Julia, ispirazione e pilastro della mia vita».
È vero che sta progettando un nuovo spettacolo? «Due spettacoli. Uno, già in stadio avanzato, con il gruppo, si intitola Il giardino delle rose e si ispira al Giardino dei ciliegi di Čechov, storia di un servo che, diventato padrone, abbatte gli alberi per affrontare i tempi nuovi. L’altro è Giallo. La sorella di Vincent, con Lorenzo Gleijeses, Mirto Baliani, Manolo Muoio e Yalan Lin, un’attrice di Taiwan che lavora con noi alla Scuola di Antropologia teatrale, l’Ista creata nel 1981. Parla del legame unico tra Van Gogh e sua sorella Willemien, femminista, morta in manicomio, alla quale il pittore scriveva lettere bellissime: “Non desidero pietre preziose, voglio solo trovare una lumaca che mi guidi a scegliere colori che cantino nenie e illuminino la via che porta all’eternità”».
Che effetto le fa la parola eternità? «Sono lucido: finché sono in grado di creare, l’Odin resterà in vita. Cesserà la sua esperienza quando io morirò. Resterà la memoria depositata. Eternità, mi chiedeva: a Holstebro c’è un parco dove i bambini giocano e accanto c’è il cimitero. Ho comprato una tomba a nome mio e dell’Odin. Ci sono già seppelliti coloro che sono appartenuti alla nostra isola. Lì, tra cinguettii di uccelli e schiamazzi infantili, voglio riposare accanto alle donne e agli uomini che ho disperatamente amato».