Cara Natalia, sono nata e cresciuta a Riva del Garda. Le scrivo da sua affezionata lettrice, dopo aver letto un suo articolo in cui ricordava il periodo della Seconda guerra mondiale. Mi ha molto colpito scoprire che, durante lo sfollamento, lei sia arrivata proprio qui, dove sua madre ha prestato servizio come maestra. Nel suo racconto lei ha accennato all’eccidio dei martiri del 28 giugno 1944. Per noi che viviamo qui, quella ferita è sempre aperta; mi sono chiesta spesso cosa sia rimasto impresso nella sua memoria di quei giorni e delle ore terribili che seguirono. Sapere che anche i suoi occhi di ragazza hanno attraversato quel buio, rende il suo racconto un pezzo della nostra storia cittadina. Spero che Riva, nel suo cuore, non sia rimasta solo il luogo della paura, ma il primo capitolo di quella lunga lezione di realtà che ha nutrito la sua carriera. Forse è proprio su queste sponde, tra il silenzio del lago e il rumore della storia, che è nato il suo sguardo capace di leggere i…
Cara Natalia, sono nata e cresciuta a Riva del Garda. Le scrivo da sua affezionata lettrice, dopo aver letto un suo articolo in cui ricordava il periodo della Seconda guerra mondiale. Mi ha molto colpito scoprire che, durante lo sfollamento, lei sia arrivata proprio qui, dove sua madre ha prestato servizio come maestra. Nel suo racconto lei ha accennato all’eccidio dei martiri del 28 giugno 1944. Per noi che viviamo qui, quella ferita è sempre aperta; mi sono chiesta spesso cosa sia rimasto impresso nella sua memoria di quei giorni e delle ore terribili che seguirono. Sapere che anche i suoi occhi di ragazza hanno attraversato quel buio, rende il suo racconto un pezzo della nostra storia cittadina. Spero che Riva, nel suo cuore, non sia rimasta solo il luogo della paura, ma il primo capitolo di quella lunga lezione di realtà che ha nutrito la sua carriera. Forse è proprio su queste sponde, tra il silenzio del lago e il rumore della storia, che è nato il suo sguardo capace di leggere il mondo senza finzioni. Quello stesso sguardo che oggi, dalle colonne dei suoi articoli, continua a scuoterci e a raccontarci la vita con la schiettezza di chi ha visto il peggio, ma non ha mai smesso di cercare la verità. Elisabetta Parisi, Riva del Garda
Il suo ricordo è certo più drammatico del mio. Io vivevo con la mia piccola famiglia in affitto in quel bel posto che era la periferia di Riva del Garda, e noi, con mia madre e una sorella più grande, abitavamo un’aula della scuola: lì c’era posto anche per noi che arrivavamo da Milano, “sfollati”, però con il posto di lavoro di mia madre assegnato. Questo per dirle come eravamo, e io non ricordo di aver sentito nostalgia neppure di Milano. Una mattina, scendendo verso il centro, cominciammo a sentire delle voci e dei nomi; all’alba i nazisti erano entrati nelle case e avevano trucidato sei ragazzi ritenuti partigiani. Mia madre mi portò più avanti. Poi decise che era meglio tornare a casa. Io rimasi molto colpita da quell’evento tragico e non ne parlai. Tornata a Milano, la guerra persa e tutto da ricostruire, cominciai a chiedere in giro e finalmente trovai chi poteva rispondermi. Così seppi i nomi di quei poveri ragazzi oltre ad altri due finiti orribilmente. Ecco quel che ho saputo della strage di Riva del Garda. Purtroppo il tempo era passato, eravamo in ripresa, e io non feci nulla per loro. E se ci penso mi dispiace ancora oggi.
La Russa e la sua ammirazione per Giorgio Almirante
Gentile Natalia Aspesi, quando la storia viene edulcorata o mistificata, chi è privo degli anticorpi culturali ed etici necessari per comprendere il presente perde la capacità di analizzare la complessità del mondo contemporaneo. Questa riflessione mi veniva in mente leggendo del presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha definito “non contrario all’antisemitismo” il razzismo intransigente del segretario e leader storico del Msi Giorgio Almirante, leggibile in due articoli apparsi sulla rivista La difesa della razza nell’ottobre del 1938 e nel maggio del 1942. Dopo il giro di parole adoperato per schermare l’antisemitismo di Almirante, il presidente La Russa ha presentato il segretario del Msi come un uomo politico che “aiutò il percorso verso la democrazia” dell’Italia negli anni della Prima Repubblica. Raccontano le cronache che il 16 marzo del 1968 Almirante guidò un folto gruppo di giovani neofascisti, armati di bastoni, spranghe, catene e manganelli, all’assalto di un’assemblea del Movimento studentesco che si teneva in un’aula della facoltà di Lettere dell’università La Sapienza di Roma. Nel 1982 Almirante venne accusato di avere finanziato la latitanza in Spagna dell’iscritto al Msi friulano Carlo Cicuttini, riconosciuto come uno dei responsabili della strage di Peteano (31 maggio 1972), in cui un’autobomba uccise tre carabinieri. Almirante considerava il fascismo “momento epico nella storia del popolo italiano”, non riconosceva l’antifascismo come fondamento della Repubblica e giudicava un fallimento il sistema democratico parlamentare. Democratico, diceva, è un aggettivo che non mi convince. Parole spese dal presidente del Senato per il suo mèntore, non aderenti alla realtà dei fatti, sono leggibili come una forma impropria (tossica) di revisionismo storico, intinto nella menzogna. Cordiali saluti. Lorenzo, Catania
Certo, è una vergogna avere un presidente del Senato abbastanza fascista, e che ammira Almirante, il quale giudicava la parola “democratico” un aggettivo “che non mi convince”. In questo senso il nostro presidente del Senato è fin troppo “moderno”, non sa dire che Almirante era per la democrazia un bel pasticcio, e meno male che per molti anni il suo partito non è salito oltre 2 per cento salvo poi portarci Meloni come vincitrice. Del resto Almirante non fece danni, almeno non si sa, come rappresentante di un partito finito a noi andava bene, era quasi “democratico”. Come ha fatto poi a diventare il primo partito è un mistero. E mi piacerebbe chiederlo a chi l’ha votato.
Sono un uomo felice, grazie all’amore per la vita
Gentile Signora Aspesi, ho pochi studi, ma non mi sono mai arreso all’ignoranza. Mi hanno accompagnato l’amore per la lettura e quello per la poesia. E, nonostante tutto, sono felice. Sarà per quella particolare filosofia che noi napoletani portiamo dentro. So soltanto che posso dirlo a voce alta: sono riuscito a venirne fuori da vincitore. Il mio motto è semplice: sono un vecchio che vuole morire da vivo, non vivere da morto. Sono felice perché, quando vedevo mia madre curva sul lavatoio, con le mani tormentate dall’artrite immerse nell’acqua gelida, le dicevo che sarei andato a lavorare per poterle pagare una lavandaia. Sono felice perché ho respirato gli ultimi incanti della Napoli dei pianini ambulanti, del profumo del mare e dei pescatori che tiravano le reti sul lungomare di via Caracciolo. Sono felice perché ho conosciuto gli ultimi grandi figli di quella Napoli Nobilissima che, lentamente, ci ha lasciati. Sono felice perché ho cercato di vivere da persona perbene. E, soprattutto, sono felice perché, a 86 anni ancora mi perdo nella tenerezza del sorriso della mia amata Francesca. E continuo a ringraziare la vita per tutto ciò che mi ha donato. Con gratitudine, R.P.
Sono felice… Questa sua lettera è molto bella, perché lei riesce a comunicare che essere felice è una ricerca costante: con l’amore della sua vita, col ricordo delle cose perdute e ritrovate. E poi: “Sono felice perché ho cercato di vivere da persona per bene”. Ecco, questa temeraria voglia di essere felice l’ha portata a essere diverso dagli scemi che insultano chiunque stia male: lei ha imparato che a differenza dei troppo cretini, lei sa dove si trova la felicità.
Sul Venerdì del 10 luglio 2026