Il gran ritorno dei Rolling Stones è anche in nome di Amy Winehouse
di Giuseppe VidettiQuesta è stata più di una sorpresa. Un’aggressione sonora. È andata così: oltre due mesi fa, in vista dell’intervista a Mick Jagger e Ron Wood (pubblicata su il Venerdì dello scorso 19 giugno), ricevo con generoso anticipo, dopo aver firmato un accordo di riservatezza, lo streaming di Foreign Tongues, il nuovo album dei Rolling Stones – in streaming da oggi. Confesso: non ho grandi aspettative, ma considerata la produzione del giovane e talentuoso Andrew Watt (+ la presenza di Paul McCartney e Robert Smith dei Cure), sono sicuro che sarà all’altezza dell’ottimo Hackney Diamonds (il precedente, del 2023).
Quando arriva la mail con il link, mi trovo a Delhi; la curiosità è troppa, ascolto in cuffia la prima parte dell’album (una bomba!), scar…
Questa è stata più di una sorpresa. Un’aggressione sonora. È andata così: oltre due mesi fa, in vista dell’intervista a Mick Jagger e Ron Wood (pubblicata su il Venerdì dello scorso 19 giugno), ricevo con generoso anticipo, dopo aver firmato un accordo di riservatezza, lo streaming di Foreign Tongues, il nuovo album dei Rolling Stones – in streaming da oggi. Confesso: non ho grandi aspettative, ma considerata la produzione del giovane e talentuoso Andrew Watt (+ la presenza di Paul McCartney e Robert Smith dei Cure), sono sicuro che sarà all’altezza dell’ottimo Hackney Diamonds (il precedente, del 2023).
Quando arriva la mail con il link, mi trovo a Delhi; la curiosità è troppa, ascolto in cuffia la prima parte dell’album (una bomba!), scarrozzato daun tuk-tuk, nell’incasinatissima Connaught Place. Metto in pausa: voglio godermi il seguito nella quiete dell’hotel. In effetti, il meglio deve ancora venire. Riavvio lo streaming: l’intro percussivo di You Know I’m No Good di Amy Winehouse è inconfondibile. Penso di aver sbagliato, di essere su Spotify. In quel momento Mick incomincia a berciare a modo suo “Meet you downstairs in the bar and hurt…”. Non riesco a togliermi dalla testa l’emozione di quel momento. Gli Stones che cantano Amy!
Di solito, quandosi tratta di cover, razzolano nel modernariato blues e R&R, tra Muddy Waters e Chuck Berry (e difatti qui, in chiusura, c’è una versione di Beautiful Delilah), ignorando i contemporanei. «L’ho praticamente lasciata com’era» mi dice Jagger durante l’intervista. Beh, mica tanto. Non ne ha alterato il ritmo, ma l’interpretazione (senza nulla togliere alla solennità dell’originale) è pazzesca: Mick la canta come fosse una ballata degli Stones dell’epoca di Wild Horses; come se Foreign Tongues fosse il seguito di Sticky Fingers. La voce è quella di allora, di sempre, e quell’armonica (che suona lui) trascina il classico di Amy nella dimensione blues tra Chicago e Kansas City con cui gli Stones hanno capitalizzato il loro rock’n’roll. È il mio disco per l’estate (spero anche il vostro).