Michael Fassbender: fare la spia è duro ma sono riuscito a non crollare
di Roberto CrociSenza essere banale, The Agency, ispirata alla serie francese Le Bureau, ha un ritmo incalzante degno dei migliori thriller, quelli da “visione compulsiva”. Michael Fassbender è Martian, un agente segreto della Cia costretto ad abbandonare la sua vita sotto copertura per rientrare alla base di Londra. Nei dieci episodi della seconda stagione (disponibili su Paramount+) Martian decide di diventare doppiogiochista al soldo dell’MI6 per ottenere il rilascio della donna che ama, Sami (Jodie Turner-Smith), tenuta prigioniera. «Nel tempo Martian si evolve. In questa nuova stagione si assume più rischi, diventa più spericolato per necessità», racconta Michael Fassbender. «Mi è piaciuta l’idea di giocare con il suo stato mentale. Genio e follia sono due facce della stessa medaglia».
Essendo anche produttore, lei quanto è stato coinvolto nel progetto?
«In tutti gli aspetti, sia burocratici che creativi. Al momento ci sono molte serie e film di questo genere, ma credo che ciò che ci contraddis…
Senza essere banale, The Agency, ispirata alla serie francese Le Bureau, ha un ritmo incalzante degno dei migliori thriller, quelli da “visione compulsiva”. Michael Fassbender è Martian, un agente segreto della Cia costretto ad abbandonare la sua vita sotto copertura per rientrare alla base di Londra. Nei dieci episodi della seconda stagione (disponibili su Paramount+) Martian decide di diventare doppiogiochista al soldo dell’MI6 per ottenere il rilascio della donna che ama, Sami (Jodie Turner-Smith), tenuta prigioniera. «Nel tempo Martian si evolve. In questa nuova stagione si assume più rischi, diventa più spericolato per necessità», racconta Michael Fassbender. «Mi è piaciuta l’idea di giocare con il suo stato mentale. Genio e follia sono due facce della stessa medaglia».
Essendo anche produttore, lei quanto è stato coinvolto nel progetto?
«In tutti gli aspetti, sia burocratici che creativi. Al momento ci sono molte serie e film di questo genere, ma credo che ciò che ci contraddistingue è il radicamento nella realtà, e questo l’avevamo già fatto vedere nella prima stagione. La serie originale, Le Bureau, è stata il modello di riferimento, anche se nella nostra versione abbiamo sviluppato personaggi, percorsi e trame di altro tipo, profondamente legati al mondo in cui viviamo».
Nel corso della sua carriera ha interpretato varie spie e agenti segreti. Che tipo di personalità pensa si debba avere per lavorare in questo campo?
«L’elemento chiave per me, con questo personaggio, è stata la consapevolezza che si tratta di un sociopatico, presenta una spiccata incapacità di rispettare regole sociali, leggi e diritti altrui, mostrando assenza di rimorso, capacità manipolatorie e un’alta dose di impulsività. Confonde verità e menzogne e dorme sonni tranquilli. Trovo Martian affascinante anche perché è poco appariscente, nessuno si ricorda mai che faccia abbia».
Un personaggio che gioca tra due estremi, umanità e disumanità...
«Credo che sia proprio questo l’aspetto interessante. Ha la convinzione e la speranza di proteggere e poter aiutare il proprio Paese. In questa stagione lo vediamo in azione sul campo che per me è il suo habitat naturale. È un tipo che, in un certo senso, riesce a essere se stesso proprio non essendo se stesso. Recita costantemente una parte».
Già dalla prima stagione la serie è ancorata a ciò che accade nel mondo reale. Cos’ha inserito questa volta?
«Ci sono molti sviluppi riguardanti l’Iran. Gli sceneggiatori della serie francese hanno coinvolto persone che fanno parte del mondo che stiamo rappresentando, e lo stesso abbiamo fatto noi. Quando si gira un film di fantascienza, ci si deve per forza di cose rivolgere agli esperti del settore, che indicheranno gli aspetti più significativi che prevedono per il futuro. Noi ci troviamo di fronte a questioni geopolitiche attuali, la nostra serie si basa in gran parte su problemi reali e contemporanei. Per questo, per sviluppare la trama, ci siamo affidati a chi queste situazioni le studia giorno dopo giorno».
The Agency esplora il peso psicologico del lavoro degli agenti infiltrati. Come lo avete risolto?
«La loro è una vita molto stressante. Per mia fortuna io sto solo fingendo di farlo. Penso che il problema più evidente sia l’isolamento, queste persone sacrificano la propria vita privata. La difficoltà maggiore di Martian sta nel mantenere relazioni basate sulla verità. Lo vediamo per esempio con sua figlia quando le mente anche su chi sia il proprietario dell’appartamento in cui vive: dire bugie è ormai diventato parte integrante della sua vita quotidiana, un meccanismo di difesa di cui non può più fare a meno».
Per il ruolo ha lavorato fianco a fianco con un vero agente della Cia. Avete anche parlato dei problemi di salute mentale delle persone che devono nascondere costantemente la loro identità?
«Abbiamo parlato dello stress che comporta questo lavoro. Gli agenti vengono scelti per un motivo preciso, devono superare specifici test psico-attitudinali, avere un profondo autocontrollo e capacità di improvvisazione. Il che significa che probabilmente agiscono in modo diverso dalla maggior parte delle persone. Penso che la capacità di compartimentare le cose sia uno strumento molto utile per loro. In questo campo si vedono molte persone che crollano, molti casi di abuso di alcol e droghe. Martian non presenta nulla di tutto ciò. Quindi, come si sfoga? Questo sarà un aspetto che approfondiremo anche nella prossima stagione».
Le nuove tecnologie come hanno cambiato il modo di fare spionaggio rispetto ai tempi di James Bond?
«La tecnologia è sempre stata in prima linea nelle attività dei servizi segreti quindi ci si deve adattare ai tempi. Come quando si tratta di imparare una nuova lingua per poterla parlare fluentemente, così si deve essere capaci di utilizzare diversi mezzi di comunicazione tecnologici o applicarli a una missione. Questi sviluppi li stiamo vedendo anche con le guerre in corso: i droni hanno cambiato totalmente il panorama bellico, da quando si spendevano miliardi in missili. Stiamo assistendo a una nuova era per quanto riguarda il modo in cui viene condotta la guerra, e ovviamente questo vale anche per tutte le attività di spionaggio».
Lei ha recitato in Kneecap, il film commedia ispirato alla storia del trio rap irlandese Kneecap. Ha scelto quel ruolo per trasmettere un messaggio?
«Sì, i Kneecap sono passati dall’essere una band underground a un fenomeno, facendo rap in gaelico, guidando un movimento per salvare la propria lingua madre affondata in un mare di inglese. Il film affronta molti temi importanti, ma soprattutto l’erosione della propria cultura. C’è un messaggio universale sull’importanza del riuscire a conservare le proprie tradizioni e su come l’inglese sia diventato così egemonico. Quando una lingua muore, con essa se ne vanno storia e cultura. Accettando quel ruolo volevo incoraggiare le persone a interessarsi alle lingue parlate dai loro nonni e a impegnarsi per impararle. Sono per metà irlandese: per essere una piccola isola abbiamo un’incredibile ricchezza culturale, siamo i figli di James Joyce, Brendan Behan, Oscar Wilde e Samuel Beckett!».
A Cannes ha sorpreso tutti con la sua collaborazione con il regista sudcoreano Na Hong-jin nel film di fantascienza Hope.
«È stata mia moglie Alicia a convincermi, è una grande appassionata di cinema coreano. Quando Na Hong-jin mi ha proposto il ruolo, sono rimasto intrigato dalla sua capacità di mescolare diversi generi: passa dalla realtà, alla commedia e all’assurdo, non sai mai cosa succederà dopo. Mi ha incuriosito quel senso di pericolo incombente che percepisce nel mondo e che lo ha ispirato a scrivere questa storia. Hope descrive come la violenza tremenda emerga e si amplifichi, come possa distruggere senza pietà il mondo intero. Vedendo come stanno andando ultimamente le cose, forse non è poi così fantascientifico».
Sul Venerdì del 10 luglio 2026