Metti il casco (e ricordati di Monica): a quarant’anni dalla legge
di Matteo MacorGENOVA. L’estate che ci ha cambiato per sempre strade, chilometri e spostamenti, diventati in un giorno un po’ meno liberi e un po’ più sicuri, compie quarant’anni. Era il 1986, e il 18 luglio si iniziava ad applicare la legge che da allora impone l’obbligo del casco a chi viaggia su moto e scooter. Una svolta quasi inattesa e a lungo osteggiata, nell’Italia ancora spensierata degli anni Ottanta, diventata possibile solo grazie alla passione civile di una famiglia che in quei giorni fece di un lutto privato una lotta collettiva, e del dolore inconsolabile per la morte di una figlia in motorino una mobilitazione nazionale contro l’immobilismo della politica, e forse non solo quello.
Tre anni di battaglia che ricordati oggi raccontano tanto del Paese che era allora, e in parte è ancora, «ma soprattutto dimostrano che quando si chiamano a partecipare le persone, dal basso» è il pensiero di chi ricorda quella rivoluzione «le comunità esistono ancora, e anche gli obiettivi più insperati si…
GENOVA. L’estate che ci ha cambiato per sempre strade, chilometri e spostamenti, diventati in un giorno un po’ meno liberi e un po’ più sicuri, compie quarant’anni. Era il 1986, e il 18 luglio si iniziava ad applicare la legge che da allora impone l’obbligo del casco a chi viaggia su moto e scooter. Una svolta quasi inattesa e a lungo osteggiata, nell’Italia ancora spensierata degli anni Ottanta, diventata possibile solo grazie alla passione civile di una famiglia che in quei giorni fece di un lutto privato una lotta collettiva, e del dolore inconsolabile per la morte di una figlia in motorino una mobilitazione nazionale contro l’immobilismo della politica, e forse non solo quello.
Tre anni di battaglia che ricordati oggi raccontano tanto del Paese che era allora, e in parte è ancora, «ma soprattutto dimostrano che quando si chiamano a partecipare le persone, dal basso» è il pensiero di chi ricorda quella rivoluzione «le comunità esistono ancora, e anche gli obiettivi più insperati si raggiungono».
Luisa e Michela Mazier e la madre Carla Garino raccontano questa storia per la prima volta dopo decenni nel salotto della casa di famiglia, a Genova, davanti a un mare di ritagli, faldoni, fax, fotocopie ingiallite dal tempo, appunti e vecchie fotografie. Un archivio rigoroso eppure dimenticato da anni, lasciato su uno scaffale anche per allontanare il dolore per la perdita di due persone che non ci sono più, entrambi protagonisti della stessa battaglia.
La sorella e figlia Monica, che nel 1983 a 18 anni appena compiuti perse la vita in un incidente in moto, uccisa da un colpo alla fronte che con un casco in testa non sarebbe stato fatale. E il padre Enrico, scomparso nel 2022, che per reagire all’inaccettabile decise che non avrebbe «lasciato passare la perdita di sua figlia senza trovarne un senso», e per anni lottò contro i mulini a vento perché l’obbligo del casco diventasse legge.
«Se è ingiusto morire a 18 anni», era il suo pensiero «è indegno non far nulla per impedirlo».«Ci dicemmo che nessuno avrebbe più dovuto morire così, nessuno più soffrire per una morte così insensata, gratuita, evitabile», ricorda oggi Carla Garino, tra le mani un ritaglio dell’intervista di Repubblica al marito nei mesi della loro “crociata”, con la ricostruzione dell’incidente da cui tutto partì. «Quattro giovani genovesi a cavalcioni di due Cagiva 125 strappano all’estate l’ultima gaiezza in Riviera», si legge nel racconto firmato Giuseppe D’Avanzo.
«Le moto piegano in una curva, i ragazzi ruzzolano a terra contro una 500 che arriva in senso opposto. Tre si rialzano, Monica, 18 anni, una ragazza bella e vivace, è l’unica a non indossare il casco e non si rialzerà mai più».
Un dramma come tanti altri ancora oggi, in tempi in cui a scatenare polemiche analoghe sono le norme per chi usa i monopattini (in questi giorni è scattato anche l’obbligo dell’assicurazione, ma «il rispetto di quello del casco rimane una chimera», denunciano le associazioni di categoria), eppure determinante per quello che ne seguirà.
L’idea delle firme
«Io insegnavo, tornai in classe dopo una settimana in famiglia e davanti a tutti quei ragazzi che arrivavano a scuola in motorino decisi che serviva fare qualcosa» ricorda Carla. «Avviammo tra i miei alunni la petizione per chiedere al governo di introdurre l’obbligo del casco, all’inizio doveva essere ristretta alla città, invece diventò subito qualcosa di enorme».
La storia è quella di una raccolta firme che in pochi mesi diventa nazionale, attiva scuole e associazioni, parrocchie e circoli operai, raccoglie adesioni tra gli stand del Salone Nautico e all’uscita delle messe. In tre mesi appena, ancora lontanissimi i tempi delle campagne social e le raccolte via clic, arriveranno quasi 90 mila richieste da portare all’attenzione della politica. «Sembrava avessimo dato coraggio a tutti quelli che non l’avevano ancora avuto».
Numeri Aci alla mano, del resto, in quel periodo morivano in strada quasi duemila ragazzi tra i 15 e i 24 anni in un anno, con 60mila feriti per incidente stradale. Un dato che in un anno calerà del 25 per cento, del 57 nella fascia di età 15-20.
Il cuore dell’archivio di casa Mazier, così, vale una sorta di Spoon River dei caduti sull’asfalto, con centinaia di lettere arrivate ai genitori di Monica da altri fratelli, sorelle, genitori di tutta Italia per sostenerne la lotta, raccogliere altre firme e insieme condividere il lutto, e ricordare chi non c’è più.
«Mia figlia è morta un anno fa cadendo dal motorino, vorrei trovare il modo di reagire come avete fatto voi», scrive una madre bolognese. «Ho perso mio fratello, con il casco si sarebbe salvato», si legge in una lettera arrivata da Milano. E ancora: «Ogni giorno vedo uscire mio figlio in moto e prego perché ritorni a casa, grazie per quello che fate».
Voci di una mobilitazione che si scontrerà con il Paese di allora, un’Italia con un codice della strada vecchio di trent’anni dove il disegno di legge sul casco rimarrà chiuso in un cassetto per diciotto mesi. Congelato nel passaggio tra Camera e Senato, nei silenzi delle commissioni, nelle contestazioni dell’Ancma, l’associazione dei costruttori di ciclomotori, sulle barricate con i dati della vicina Francia dove l’introduzione del casco obbligatorio pochi anni prima aveva portato a un calo delle vendite delle dueruote. Ma anche nelle proteste di tanti cittadini contrari a quella che veniva presa come «una limitazione di libertà», in quelli che sono stati forse gli ultimi nostri anni liberi davvero.
E soprattutto «nell’immobilità di una politica che si può smuovere solo attraverso la partecipazione dei cittadini», si legge negli appunti di Enrico Mazier.
Tra Sandro Pertini e Nilde Iotti
Tra le carte della famiglia,si incontrano anche le lettere a sostegno della causa del presidente Sandro Pertini e Nilde Iotti, che dalla Camera si attivò per sollecitare il lavoro delle commissioni parlamentari sul disegno di legge.
I ritagli dedicati al lavoro di un allora giovane assessore regionale in Emilia Romagna, Pier Luigi Bersani, che a fine 1983 tentò la fuga in avanti sul governo con il varo di una legge regionale sull’educazione stradale che prevedesse l’obbligo del casco per i motociclisti. E poi gli interventi dei parlamentari che si unirono alla lotta della famiglia, come il deputato democristiano Pino Lucchesi.
«Era stato eletto nella circoscrizione di Pontedera, la casa della Vespa, della Piaggio, simbolo dell’industria e della lobby che si opponeva all’obbligo del casco», è il ricordo, «eppure andò controcorrente per aiutarci».
E poi arrivò la cintura in auto
Il 18 luglio 1986, dopo il voto di gennaio, con l’applicazione della legge arrivò il lieto fine. Inizialmente l’obbligo riguardò solo i minorenni sui “cinquantini” e i maggiorenni se guidavano moto sopra i 125. «Quel mattino avevo gli esami di maturità da seguire, e nel tragitto verso scuola continuavo a vedere ragazzi in motorino con caschi nuovi fiammanti in testa: fu commovente», ricorda Carla.
«Non avevamo più una figlia, ma avevamo salvato la vita a tanti ragazzi». Di lì a poco la legge farà scuola anche su altri fronti (nel 1988 arriverà l’obbligo delle cinture in auto), i morti su strada si dimezzeranno, e «anche se alla fine si è presa tutto il merito, la politica dimostrò che se riesce a mettere insieme il lavoro di tanti, ha i mezzi per cambiare le cose».
Sul tavolo c’è l’ultima lettera inserita nell’archivio di casa, è firmata da suo marito, l’avvocato marittimista che ci ha salvato la testa.
«La vita dell’uomo è costellata di sofferenze», è l’ultima riflessione, quasi un testamento «tuttavia non debbono portarci alla rassegnazione e a rinunciare alla lotta, soprattutto se al servizio degli altri».
Sul Venerdì del 17 luglio 2026