Generazione 2K. Michela Panichi, scrittrice: «Ho paura che mi manchi il tempo»
di Valentina FarinaccioNel 2000 ho compiuto 20 anni. Ho dato i primi esami all’università, ho affittato un posto letto in una stanza doppia, ho pianto per la finale Italia-Francia, ho visto mille concerti dei Subsonica, ho avuto in regalo un telefonino marca Giotto, e ho creduto di essere già grande. Nel 2000, Michela Panichi è nata. Napoletana, è sui social da quando aveva 13 anni. Ha sempre avuto a disposizione un cellulare, dice, «perché figlia di genitori separati». E però il suo bel romanzo d’esordio, La Cecilia, pubblicato l’anno scorso da nottetempo, ha scelto di ambientarlo nel 1999. Un attimo prima che il secolo scorso finisse.
Come ci si sente a essere nate nel 2000? «È strano, sei proprio nuova, anche se ormai le generazioni cambiano con estrema rapidità: per i sedicenni e le sedicenni di oggi, per esempio, il mio libro è già troppo letterario. La mia scrittura non è contemporanea, in più, il mio è un romanzo senza telefoni…».
E un po’ s’ispira, così mi è parso, a L’isola di Arturo di Elsa Morant…
Nel 2000 ho compiuto 20 anni. Ho dato i primi esami all’università, ho affittato un posto letto in una stanza doppia, ho pianto per la finale Italia-Francia, ho visto mille concerti dei Subsonica, ho avuto in regalo un telefonino marca Giotto, e ho creduto di essere già grande. Nel 2000, Michela Panichi è nata. Napoletana, è sui social da quando aveva 13 anni. Ha sempre avuto a disposizione un cellulare, dice, «perché figlia di genitori separati». E però il suo bel romanzo d’esordio, La Cecilia, pubblicato l’anno scorso da nottetempo, ha scelto di ambientarlo nel 1999. Un attimo prima che il secolo scorso finisse.
Come ci si sente a essere nate nel 2000? «È strano, sei proprio nuova, anche se ormai le generazioni cambiano con estrema rapidità: per i sedicenni e le sedicenni di oggi, per esempio, il mio libro è già troppo letterario. La mia scrittura non è contemporanea, in più, il mio è un romanzo senza telefoni…».
E un po’ s’ispira, così mi è parso, a L’isola di Arturo di Elsa Morante. Perché Cecilia, la protagonista di questa storia di formazione, passa l’estate a Ischia (Procida è lì, a portata di sguardo), aspetta ogni settimana il padre e il suo mistero, e abita un corpo ancora selvatico, senza forme, a cui arriveranno presto le prime mestruazioni. Comincia a dire di chiamarsi Luca, perciò, come suo fratello, e con quel nome potrà innamorarsi di Alba… «Ho raccontato di una ragazzina che vuole sentirsi maschio per stare meglio nel suo corpo. Ho cercato di ricordarmi come avvertivo il mio corpo all’epoca, quando avevo l’età della protagonista. Era una sensazione incontrollabile! Prima sei somigliante a un ragazzo, poi la tua crescita influisce su come ti percepiscono e guardano gli altri. È un momento complicato che purtroppo va attraversato nella totale assenza di un’educazione sessuale e sentimentale. Nel mio romanzo non accade nulla di terribile, ma ci sono le piccole cattiverie che capitano quando uno, semplicemente, non sa. Cecilia affronta le problematiche di un’adolescente lesbica che non ha modelli e allora si trova a fare il maschio, ma il maschio peggiore di tutti».
Il corpo. C’è tanto corpo nel suo esordio. E questo in fondo lo rende parecchio contemporaneo, altroché, pur se classico nella forma. «Molte autrici che sto leggendo parlano di corpo».
Perché, secondo lei? «Perché siamo state silenziate per secoli e per secoli gli uomini hanno parlato di noi. Adesso abbiamo la possibilità di liberarci. Scrivere qualcosa significa accettarla e comprenderla. Vale anche per il corpo. Era l’argomento che sentivo più urgente».
L’opera di Morante si conclude con Arturo che lascia per sempre l’isola, e l’infanzia. E Michela? Dopo questo libro è più vicina all’adolescenza raccontata o all’età adulta? «L’anno scorso quando ho iniziato a presentare il romanzo, mi è scappato di dire che mi sentivo ancora adolescente. Perché nel momento in cui hai finito gli studi, frequentato master e, corsi, ma non hai ancora trovato la stabilità per poterti sentire adulta, è come se l’adolescenza si allungasse. Non sei adulto se non puoi provare le preoccupazioni degli adulti. Se non puoi permetterti almeno un tetto in affitto sulla testa. Io sono tornata a vivere con mia madre e con mia nonna, nel mio piccolo matriarcato felice. Abitare nella stessa casa con due generazioni diverse significa anche vivere in mezzo alle contraddizioni».
Cosa le fa paura, a 26 anni? «Dicono che siamo una generazione ansiosa. La paura più ricorrente per me è raggiungere quello che voglio ma raggiungerlo quando non sarà più possibile costruire qualcosa. Uno dei desideri che ho è di avere dei figli ma temo che la mia realizzazione personale arriverà tardi e allora non avrò più tempo. Ecco, io sento molto la carenza di tempo».
La scrittura l’aiuta? «Sto meglio, scrivendo. Scrivo bene se sono felice, quando non sto bene scrivo male».
Cosa e come leggono i suoi coetanei, le sue coetanee? «Il concetto di libro è cambiato. Massimo 250 pagine. Il livello d’attenzione si sta abbassando. C’è necessità di storie high concept, con una premessa accattivante sulla quale si posa il resto del libro. Leggono, ma libri brevi, magari meno letterari. L’amore per la lettura si può scoprire in tanti modi, non ha senso consegnare per forza un libro pesante. Tutto è utile pur di portare i ragazzi e le ragazze alla lettura».
E lei, cosa legge? «Ho recentemente scoperto Pastorale americana di Philip Roth. Sono alla terza rilettura di Jane Eyre. Poi Calvino, Fausta Cialenta, Anna Banti… il suo Lavinia fuggita è un racconto bellissimo. E sono stata una grande lettrice di Bianca Pitzorno. L’ho conosciuta a Mantova, un anno fa. L’unica cosa che sono riuscita a dirle è stata che scrivo anche grazie a lei. Perché mi ha mostrato che ogni scrittura è degna dello stesso rispetto (Panichi ha anche un master in sceneggiatura, ndr) e mi ha incantato con quel suo modo di ambientare le storie in mondi letterari precedenti. In Extraterrestre alla pari ci ha spiegato come si trattano i bambini e come si trattano le bambine. Guarda un po’… quella donna, nel 1979, si preoccupava già degli stereotipi di genere».
Quali sono gli stereotipi di genere che ancora oggi, dal punto di vista di una ragazza del 2000, non sono stati smontati? «Nel mio romanzo Alba, che vive il suo corpo liberamente, viene molto giudicata. I maschi, suoi coetanei, no. Sull’utilizzo della sessualità c’è ancora un doppio standard impressionante».
Sul Venerdì del 17 luglio 2026