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Nadia Battocletti: “Non ho paura del futuro. Avere un genitore di un’altra cultura? Un privilegio”

Nadia Battocletti ai Mondiali indoor di Torun. A giugno l’atleta è stata nominata Goodwill Ambassador del World Food Programme (Wfp) delle Nazioni Unite (Getty images) 

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Come si diventa una delle migliori atlete del mondo? Con “metodo, montagna, passi”. E dietro l’angolo c’è anche la laurea in Ingegneria. «Perché mi piace costruire»
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Nadia Battocletti ha piedi veloci, spesso velocissimi, come nessun’altra donna in Italia prima di lei. Ma quando parla della propria vita usa soltanto parole che hanno il sapore della lentezza. Pazienza, per esempio. Oppure dice: metodo, montagna, passi. È una ragazza del Duemila che non sembra avere alcuna fretta di precipitarsi nel futuro. «Onestamente non sono brava a immaginarmi dieci anni più avanti. Ho imparato a procedere per piccoli passi, un obiettivo alla volta, ed è così anche fuori dalla pista».

La pista è quell’anello di 400 metri lungo il quale tiene il ritmo delle kenyane e delle etiopi. È la sua maniera di interpretare le gare. Sta dentro il flusso della corsa e nel finale piazza un micidiale sprint. Così ha costruito la sua carriera, 100 km d’allenamento a settimana, fino a prendersi un argento olimpico a Parigi nei 10.000 metri dopo aver sfiorato un bronzo nei 5.000, argento e bronzo nello stesso ordine l’anno dopo ai Mondiali di Tokyo, oro sui 3.000 ai Mondiali indo…

Nadia Battocletti ha piedi veloci, spesso velocissimi, come nessun’altra donna in Italia prima di lei. Ma quando parla della propria vita usa soltanto parole che hanno il sapore della lentezza. Pazienza, per esempio. Oppure dice: metodo, montagna, passi. È una ragazza del Duemila che non sembra avere alcuna fretta di precipitarsi nel futuro. «Onestamente non sono brava a immaginarmi dieci anni più avanti. Ho imparato a procedere per piccoli passi, un obiettivo alla volta, ed è così anche fuori dalla pista».

La pista è quell’anello di 400 metri lungo il quale tiene il ritmo delle kenyane e delle etiopi. È la sua maniera di interpretare le gare. Sta dentro il flusso della corsa e nel finale piazza un micidiale sprint. Così ha costruito la sua carriera, 100 km d’allenamento a settimana, fino a prendersi un argento olimpico a Parigi nei 10.000 metri dopo aver sfiorato un bronzo nei 5.000, argento e bronzo nello stesso ordine l’anno dopo ai Mondiali di Tokyo, oro sui 3.000 ai Mondiali indoor dell’inverno scorso a Torun, quattro giorni dopo la fine del Ramadan, per lei musulmana praticante. Questa è l’estate degli Europei a Birmingham, dal 10 agosto, dove arriverà da duplice campionessa in carica e da favorita. «Ma c’è un bel movimento in crescita, tante ragazze che stanno migliorando negli altri Paesi».

Duemila è il numero dal quale per Nadia Battocletti tutto comincia e tutto passa. Sono i metri da cui deve per forza transitare per andare a vincere le sue gare di mezzofondo ed è il suo anno di nascita, quella cifra tonda che per le generazioni precedenti alla sua voleva dire futuro, voleva dire mistero, voleva dire qualche volta anche spavento. «Paura io no» dice «neppure della tecnologia. I calcolatori all’università sono utili, ma dietro c’è sempre la mano di chi li ha costruiti e programmati. Se sbagliamo noi, sbagliano loro. Il futuro me lo immagino così, pieno di metodo e pazienza, tenendo insieme le cose che amo». Nell’immediato c’è una laurea in Ingegneria edile e architettura, «e chiuderla per me conta tantissimo. Mi vedo in cantiere, non solo dietro a una scrivania. Mia madre dirige i lavori per una ditta di costruzioni, e quel mondo lì, dove vedi crescere qualcosa di concreto, mi somiglia. Poi c’è la corsa, che resta il filo di tutto. Finché avrò voglia di rivivere le emozioni provate in gara, andrò avanti. E in mezzo, sempre, la montagna e la mia valle (la Val di Non, in Trentino, ndr) che sono la mia misura e il posto dove torno per ritrovarmi».

Sfogliando insieme con Nadia Battocletti i quotidiani del giorno in cui è nata, si scopre che il Caso si diverte a impaginare le vite come gli pare. Quel giorno c’era in visita in Italia il re del Marocco, il Paese di mamma, nona di 12 figli. «Quando andavo dai nonni, mi sembrava un parco giochi». L’immigrazione nel 2000 era ancora un tema novecentesco. In autunno avrebbe fatto rumore Carlton Myers portabandiera ai Giochi di Sydney. «È stato un privilegio avere un genitore di un’altra cultura. Considero mia madre il miglior prototipo di essere umano, per come ragiona, come si muove, come affronta le cose. Il mio papà è un esempio di metodo e di altruismo».

La famiglia è il centro morale dei suoi giorni e di tutte le sue risposte. Non si avverte alcun bisogno di emanciparsi pubblicamente per dimostrare di essere adulta. È una cosa abbastanza rara negli atleti giovani, spesso raccontati attraverso il distacco, il sacrificio o il conflitto. «Non mi ci vedo a mettere la mia roba in valigia e andarmene lontano. Verso i miei provo soprattutto gratitudine, sono cresciuta in una famiglia che mi ha dato più equilibrio che pressioni. Quello che è cambiato tra essere giovani all’età loro e la mia, credo, è il contesto. Siamo molto più esposti, dobbiamo imparare prestissimo a gestire un’attenzione che prima non c’era. Allo stesso tempo ho la fortuna di poter tenere insieme cose che una volta sembravano alternative per una donna: studiare Ingegneria e correre. Appartengono alla mia idea che le cose si costruiscono e non si pretendono. Ecco, magari cambia la velocità del mondo, ma i valori che i miei mi hanno passato non li sento affatto di un’altra epoca».

Di un’altra epoca, ha fatto in tempo a conoscere i giocattoli. «Un cagnolino che avanzava battendo le mani e poi le bambole. Le bambole, sai, le ho ancora. Le ho tenute perché ci sono affezionata. A casa dei miei, a Cavareno, la mia camera è rimasta un po’ quella della Nadia piccola. A un certo punto i miei avevano pensato a un letto a castello e l’avevano colorata di giallo, arancione e bianco panna. Oggi, te lo immagini, non la rifarei così. Sono una maniaca dell’ordine, per me la stanza dev’essere ordinatissima. È lo specchio di ciò che hai in testa. Però, tra una cosa e l’altra, quelle bambole sono rimaste lì».

Forse non è solo una questione di gusto, forse l’ordine esterno le serve per non disperdere quello interiore. Lo stesso vale per i piccoli passi che la portano ai traguardi, per questa forma di saggezza precoce da cui è esclusa ogni forma di conflitto, ogni insofferenza o fastidio per qualcosa. Tutto si compone sul Pianeta Battocletti, la ragazza del Duemila educata al tempo lungo. Non scia, non va in moto, una follia se la regalerà dopo la laurea. Andrà a ballare la salsa a Porto Rico. Si corre veloce, si cresce un po’ alla volta.

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