Angelica Iacovelli: dalla Puglia a Stanford
di Giuliano AluffiDue numeri, 1999 e 2.500, raccontano Angelica Iacovelli, cofondatrice nel 2024 della startup Nucleo Research. Il primo è il suo anno di nascita (a Bari, ed è poi cresciuta tra Grumo Appula e Palo del Colle, nell’entroterra barese: padre custode scolastico e madre casalinga), il secondo indica quante volte il suo software di analisi delle tac è più veloce della pratica tradizionale nel segmentare i tessuti per scoprire tumori. Nucleo ha raccolto un primo round di finanziamenti nella Silicon Valley e il suo algoritmo è oggi usato in centri ospedalieri d’eccellenza negli Stati Uniti e anche in Italia.Cosa fa esattamente Nucleo?«Quando un paziente oncologico ha sintomi, spesso esegue tac o risonanze magnetiche. Le immagini vengono analizzate dai radiologi, che individuano il tumore, lo misurano e lo classificano. In molti casi è ancora un lavoro manuale. I nostri algoritmi automatizzano il processo: leggono l’immagine, individuano i tumori, li misurano, li classificano come benigni o mali…
Due numeri, 1999 e 2.500, raccontano Angelica Iacovelli, cofondatrice nel 2024 della startup Nucleo Research. Il primo è il suo anno di nascita (a Bari, ed è poi cresciuta tra Grumo Appula e Palo del Colle, nell’entroterra barese: padre custode scolastico e madre casalinga), il secondo indica quante volte il suo software di analisi delle tac è più veloce della pratica tradizionale nel segmentare i tessuti per scoprire tumori. Nucleo ha raccolto un primo round di finanziamenti nella Silicon Valley e il suo algoritmo è oggi usato in centri ospedalieri d’eccellenza negli Stati Uniti e anche in Italia.Cosa fa esattamente Nucleo?«Quando un paziente oncologico ha sintomi, spesso esegue tac o risonanze magnetiche. Le immagini vengono analizzate dai radiologi, che individuano il tumore, lo misurano e lo classificano. In molti casi è ancora un lavoro manuale. I nostri algoritmi automatizzano il processo: leggono l’immagine, individuano i tumori, li misurano, li classificano come benigni o maligni e segmentano tessuti come muscolo e grasso. Una segmentazione manuale può richiedere sedici ore per paziente; con il nostro algoritmo meno di un minuto. L’Ia non sostituisce il medico: lo rende più veloce e accurato. Inoltre, nelle tac e nelle risonanze ci sono dati sui tessuti che non possono essere valutati a occhio nudo».
Come è nata Nucleo?
«Durante la magistrale ho fatto ricerca a Stanford, nel dipartimento di medicina. Parlando con oncologi e radiologi ho capito che molte attività vengono ancora svolte a mano, con margini di errore e tempi molto lunghi. Questo incide sull’accesso alle terapie e sulla qualità delle decisioni cliniche. Volevo lavorare su questo passaggio. E volevo che la ricerca arrivasse davvero ai pazienti, non che restasse solo un algoritmo pubblicato in un paper».
Perché partire dall’imaging?
«Perché è una delle prime fasi del percorso oncologico: prima l’immagine, poi la biopsia, poi l’analisi patologica. Estrarre più informazioni all’inizio può accelerare il percorso e aiutare a scegliere la terapia. In futuro vogliamo integrare reportistica, storia clinica e dati patologici. Per ora partiamo dal punto in cui pensiamo di avere l’impatto maggiore».
Cosa cambierebbe per accelerare l’adozione dell’Ia negli ospedali?
«Interverrei sui processi regolatori e sui rimborsi. Oggi i percorsi sono lunghi e costosi. Anche un algoritmo valido può restare inutilizzato se mancano le risorse per ottenere l’approvazione Fda o la marcatura Ce, o per condurre uno studio clinico. In letteratura molti algoritmi non arrivano mai alla pratica clinica».
Se il vostro approccio diventa la norma, tra dieci anni cosa sarà cambiato per un paziente oncologico?
«Immagino un futuro in cui, dai primi sintomi al trattamento non passino più mesi ma giorni. Vorrei che ogni esame fosse analizzato anche da algoritmi capaci di individuare lesioni e suggerire terapie più adatte in base alla storia clinica. L’obiettivo più ambizioso è arrivare prima dei sintomi: usare anche esami fatti per altre ragioni per intercettare segnali sospetti».
Cosa la rende più orgogliosa di Nucleo Research?
«Due risultati. Il primo è numerico: i nostri modelli hanno un’accuratezza del 97 per cento e sono 2.500 volte più veloci della pratica manuale. Il secondo è che alcuni grandi ospedali e centri oncologici stanno già usando il nostro software per la ricerca, inclusi centri di eccellenza in Italia. Pur essendo giovani, abbiamo conquistato la fiducia di istituzioni importanti».
Nucleo non esisterebbe se lei, al Politecnico di Milano, non avesse scelto di passare da ingegneria civile a ingegneria matematica. Com’è andata?
«Mi ero iscritta a ingegneria civile perché amavo architettura e design. Poi però quando mi sono trovata a studiare il cemento armato e il calcestruzzo ho pensato di aver sbagliato strada. E proprio in quel periodo, seguendo una lezione di equazioni differenziali, ho capito che mi appassionavano. La matematica mi colpiva per la sua trasversalità, dalla finanza alla medicina: è stata quella versatilità a convincermi».
Dal Politecnico il salto a Stanford.
«Durante gli studi ho cercato esperienze all’estero, prima in Spagna e poi in India. Mi hanno aiutata a pensare in modo meno convenzionale. In India ho capito che volevo lavorare a un progetto mio e che il posto migliore era la Silicon Valley. Il Politecnico non aveva accordi con università della zona, quindi ho costruito da sola l’opportunità: ho parlato con molte persone negli Stati Uniti, finché ho conosciuto Luca Pegolotti, oggi mio cofondatore, che faceva ricerca a Stanford su temi vicini ai miei e mi ha dato una mano».
E com’è Stanford?
«Ho trovato una mentalità diversa: si pensa in grande e con fiducia nell’innovazione. Ricordo un corso di startup che costava troppo per me. In Italia mi dicevano: “Lascia perdere, non hai i soldi”. Lì, invece, tutti cercavano di capire a chi potessi presentare l’idea per trovare fondi. C’è poca attitudine alla lamentela e una mentalità più possibilista. Se dici che vuoi curare il cancro, nessuno ti dà della pazza: ti chiedono come pensi di farlo insieme».
Fare notizia nelle pagine di scienza e tecnologia alla sua età è raro…
«In questo momento sono negli Usa e mi rendo conto che qui essere giovani pesa molto meno che in Italia. Da noi, quando mi trovo in contesti con persone più grandi, mi capita di essere percepita come poco esperta. Nella Silicon Valley, invece, è normale che ragazzi molto giovani avviino progetti propri. Nelle università italiane le gerarchie sono più rigide. Qui le decisioni vengono prese più sulla base della sostanza che dell’autorità, e ci si aspetta che anche le persone della mia età facciano valere le proprie idee».