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Il corpo e il lutto

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Da secoli gli uomini giudicano le donne in baseal loro aspetto. Ma con Michela è stata calpestata anche la memoria
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Di tutta la polemica che si è fatta intorno al premio Strega e alla figura di Michela Murgia, una cosa mi ha colpita: la totale assenza di delicatezza e umanità rispetto a una scrittrice morta a poco più di cinquant’anni di un male crudele e terribile. La mancanza di rispetto nei confronti di chi l’ha amata, e ne porta ancora il lutto. E nei confronti dei suoi libri, dei suoi spettacoli teatrali, di un lavoro intellettuale che tanto ha dato a questo Paese. Non si tratta di cosa sia stato detto su un pullmino da colui che ha comunque vinto il più prestigioso premio letterario italiano – e quindi no, non c’era nessun complotto – ma della discussione che ne è scaturita subito dopo. Un dibattito che considerava prioritaria, rispetto ai contenuti, la presunta privacy di una conversazione fatta in pubblico non il fatto che ci sia qualcuno ancora capace di sostenere che una donna scrive quel che scrive in base alla forma del suo corpo. O meglio, a come quel corpo viene percepito dallo sguard…

Di tutta la polemica che si è fatta intorno al premio Strega e alla figura di Michela Murgia, una cosa mi ha colpita: la totale assenza di delicatezza e umanità rispetto a una scrittrice morta a poco più di cinquant’anni di un male crudele e terribile. La mancanza di rispetto nei confronti di chi l’ha amata, e ne porta ancora il lutto. E nei confronti dei suoi libri, dei suoi spettacoli teatrali, di un lavoro intellettuale che tanto ha dato a questo Paese. Non si tratta di cosa sia stato detto su un pullmino da colui che ha comunque vinto il più prestigioso premio letterario italiano – e quindi no, non c’era nessun complotto – ma della discussione che ne è scaturita subito dopo. Un dibattito che considerava prioritaria, rispetto ai contenuti, la presunta privacy di una conversazione fatta in pubblico non il fatto che ci sia qualcuno ancora capace di sostenere che una donna scrive quel che scrive in base alla forma del suo corpo. O meglio, a come quel corpo viene percepito dallo sguardo maschile.

Michela Murgia era una donna bella e luminosa, chiunque l’ha conosciuta può dirlo senza tema di smentita. Era allegra, aveva una bellissima voce, uno spirito indomito, un carattere a volte spigoloso a volte tenerissimo. Sentire parlare di lei in modo totalmente irrispettoso, leggere su fogliacci indecorosi insulti ancora dopo la sua morte, ha fatto male a chi le ha voluto bene e a chi l’ammirava. Ma ha soprattutto fatto male alla civiltà di un Paese che non sa nemmeno rispettare chi non può più difendersi (e sì che lei lo avrebbe fatto magnificamente). Ci sono due elementi, in questa storia. Il primo riguarda il merito. Giudicare una donna che pensa scrive parla in base al suo corpo è irricevibile. Non è un pensiero schietto, sincero, cinico, politicamente scorretto. È irricevibile. Gli uomini lo fanno da secoli, le donne irregolari o ribelli le hanno perfino mandate al rogo (leggete La ragazzina di Valeria Parrella) o messe in manicomio (leggete Grande meraviglia di Viola Ardone), ma non è questo il secolo in cui dovrebbe essere loro consentito. Il secondo punto è il rispetto del lutto. Ricordo che da bambina mia madre portò il lutto per la morte di mio nonno, un anno vestita di nero, calze comprese. Mio papà aveva un bottoncino nero sulla camicia. Ricordo le madri in nero di figli andati via prematuramente. E sì, ha ancora una madre, Michela, e una famiglia che l’ha persa meno di tre anni fa e il cui dolore andrebbe rispettato. Il luogo da cui provengo ha radici antiche che affondano nel mondo greco, la civiltà che sapeva onorare i suoi morti e che considerava sacrilego non farlo. Quella da cui ci arrivano le storie e i miti che raccontiamo ancora oggi ai nostri figli sperando si appassionino all’Iliade e all’Odissea e non a Temptation Island. Che peccato, per scrittori agitatori culturali e scribacchini, non essere capaci di ricordarlo.

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