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Isabella Rossellini: “Sono io l’ape regina”

Isabella Rossellini con alcuni prototipi di animali realizzati per la serie di cortometraggi Green Porno da lei diretta (courtesy Isabella Rossellini) 

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La chiamano così. E non solo per gli alveari, ma perché è la matriarca che tiene insieme la famiglia. L’attrice si racconta prima di essere premiata al Locarno Film Festival
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Il 5 agosto il Locarno Film Festival consegna a Isabella Rossellini l’Excellence Award, in passato tributato ad attori del calibro e la personalità di Anjelica Huston, Susan Sarandon, Michel Piccoli, Isabelle Huppert, John Malkovich. Saranno presentati alcuni suoi documentari etologici della serie Green Porno. E anche quello sul suo illustre genitore: My Dad Is 100 Years Old.

L’Excellence Award premia attori che “hanno lasciato un segno nel cinema mondiale“: lei che segno pensa di avere lasciato? Un film, un modo di apparire, o di bucare lo schermo? «Forse, questo: sono tra le poche attrici italiane ed europee che hanno lavorato e lavorano regolarmente in America, e per di più con registi come David Lynch o Robert Zemeckis o Guy Maddin, autori così d’avanguardia da attribuire un carattere di originalità alla mia carriera. E credo anche ci sia il fatto che sono figlia di Ingrid Bergman e Roberto Rossellini: ho lavorato molto da vicino con i primi archivi di cinema, i primi restauri dei…

Il 5 agosto il Locarno Film Festival consegna a Isabella Rossellini l’Excellence Award, in passato tributato ad attori del calibro e la personalità di Anjelica Huston, Susan Sarandon, Michel Piccoli, Isabelle Huppert, John Malkovich. Saranno presentati alcuni suoi documentari etologici della serie Green Porno. E anche quello sul suo illustre genitore: My Dad Is 100 Years Old.

L’Excellence Award premia attori che “hanno lasciato un segno nel cinema mondiale“: lei che segno pensa di avere lasciato? Un film, un modo di apparire, o di bucare lo schermo? «Forse, questo: sono tra le poche attrici italiane ed europee che hanno lavorato e lavorano regolarmente in America, e per di più con registi come David Lynch o Robert Zemeckis o Guy Maddin, autori così d’avanguardia da attribuire un carattere di originalità alla mia carriera. E credo anche ci sia il fatto che sono figlia di Ingrid Bergman e Roberto Rossellini: ho lavorato molto da vicino con i primi archivi di cinema, i primi restauri dei loro film, perché ancora non esistevano, sono cominciati negli anni Ottanta. Ma non me lo sono data io il premio, me l’ha dato Locarno. E non ho chiesto perché, poi magari lo chiedo».

C’è un film che non ha ancora fatto e vorrebbe fare? Non dico un titolo, ma un’idea di film? «A me piace collaborare con dei registi, con degli artisti, non c’è una particolare storia che vorrei portare sullo schermo. Ma, in realtà, una ce ne sarebbe: un libro che per tanto tempo mi ha ispirato e grazie al quale sono diventata etologa: L’anello di re Salomone di Konrad Lorenz. Potrebbe essere un bel film o anche una serie, questo vecchio con la barba bianca e le papere intorno».

La famosa fotografia sulla copertina del libro. «Sì, però non è che voglio fare io la regia, non saprei dirigere un film normale, non saprei come muovere la macchina, io faccio solo i miei Green Porno».

Ho letto che da piccola voleva diventare un’agronoma: conferma? «Mi sono sempre piaciuti gli animali, la campagna e tutto il resto, quindi avevo pensato di studiare agronomia, ma all’epoca le campagne italiane erano abbandonate e quindi non avevo molti sbocchi. Così ho seguito un’attività più vicina alla mia famiglia, alla mia cultura: avevo una cugina costumista, a me è sempre piaciuta la moda e quindi l’ho studiata, mi sono laureata all’Accademia di Costume e Moda di Roma per diventare costumista».

E poi che è successo? «E poi ho fatto la modella».

Fare la modella era un modo per accedere a un set senza dover affrontare il confronto con i suoi genitori? «Può anche darsi, ma è capitato per caso. Volevo diventare una costumista e lo sono stata, per un po’, poi sono andata in America a imparare l’inglese e intanto lavoravo con Arbore e Minà: a Gianni fissavo gli appuntamenti per le interviste, ma spesso arrivava tardi e toccava farle a me. E, dopo ancora, Bruce Weber, che avevo conosciuto a una cena, mi ha chiesto se poteva fotografarmi per Vogue. Ho risposto di sì, pensando: che buffo, da vecchia farò vedere delle mie belle foto ai nipotini. Era quello lo spirito, non c’era una strategia. Poi quella foto ha avuto molto successo e tre mesi dopo mi sono trovata nello studio di Avedon a fare le copertine di Vogue. È stato un grande maestro, Avedon. Diceva sempre che non fotografava un bel naso o una bella bocca, lui fotografava le emozioni, perché non c’è bellezza senza emozioni. Dopo aver lavorato tanto insieme, è stato lui a consigliarmi di fare l’attrice: dovevo aggiungere solo le parole, perché una modella è un po’ come un’attrice del muto. Non avevo ancora trent’anni, mi ripetevano tutti che la carriera di una modella dura poco e mi sono detta: proviamo col cinema».

Intervistata a Belve, ha detto che non si sarebbe più spogliata dopo Blue Velvet, perché per quel film di Lynch ha pagato prezzi altissimi. Infatti, l’allora direttore della Mostra del Cinema Gian Luigi Rondi lo rifiutò, sostenendo che sua madre si sarebbe rivoltata nella tomba. Perché tanto scandalo per la figlia di Ingrid Bergman che gira delle scene scabrose? «C’erano scene di nudo, come di solito si vedevano nei film commerciali, mentre il film di David non era commerciale, era la storia, ambigua, di una cantante di night abusata. Non so cosa turbò Rondi. So solo che mi ha molto attaccato e credo anche abbia danneggiato la mia reputazione in Italia, visto che era un’autorità. All’inizio, Blue Velvet ha avuto il suo percorso difficile, ha suscitato molte controversie anche negli Stati Uniti, però sicuramente in Italia di più, e lui ha infierito. Per fortuna ho continuato a lavorare in America e sono rimasta poi lì, in Italia ho rilavorato solo recentemente. E devo dire grazie soprattutto alle sorelle Rohrwacher, Alba mi ha presentato il suo compagno Saverio Costanzo, che mi ha proposto un film, una parte piccola, in La solitudine dei numeri primi, che però mi ha fatto conoscere Alice, e ho cominciato a lavorare con lei a 70 anni, per La chimera. E ora per Three Incestuous Sisters, girato a Stromboli».

Dove pare non si possa fare musica, il mercoledì sera. Cosa hanno detto i carabinieri quando, arrivati per sbaraccare il party di fine riprese, hanno visto Mick Jagger, che nel film è il vecchio guardiano del faro? «Non lo so, ero già partita. Ma voglio dire che l’accoglienza a Stromboli è stata meravigliosa. C’ero stata quarant’anni fa a trovare un’amica e quando sono ritornata mi hanno accolta come se fossi una di casa. Perché comunque la presenza dei miei genitori è molto forte, tutti i negozi di souvenir hanno le t-shirt con il film Stromboli, le ho comprate per tutta la famiglia».

Domanda inevitabile, come si fa a misurarsi col mito di un padre e una madre come i suoi? «Il fatto che la gente mi paragona a loro è un problema di voi giornalisti, più che altro. Nella vita ho fatto quello che mi interessava: collaborare con persone che pensavo avessero talento. Certo, ho fatto molto cinema indipendente, perché ero figlia di mio padre, il maestro del cinema indipendente, quindi non mi spaventavano le proposte di un Guy Maddin o un Peter Greenaway o un Bob Wilson, mentre i miei agenti erano più scettici. Ma, nonostante l’influenza paterna, ho vissuto seguendo i miei interessi, non chiedendomi se facendo una cosa ero migliore o peggiore di mamma e papà. Non ci ho mai pensato».

Nel documentario The Rossellinis, girato da suo nipote Alessandro, lei figura come una matriarca spiritosa e buona che riesce a tenere insieme la famiglia, è un’idea mia o condivide? «Un po’ sì, mi chiamano l’ape regina, e non solo perché ho gli alveari. Quando arrivo, sussurrano: ecco l’ape regina».

Però Alessandro dice che l’ha anche aiutato. E non solo economicamente. «Quello sì. In famiglia, ho forse avuto più successo professionale, anche se ne hanno avuto anche mio fratello e mio cugino produttori, e mia sorella giornalista. Comunque: sì, ho aiutato Alessandro, che ha avuto un terribile problema di droga – non è un’indiscrezione, perché l’ha rivelato nel documentario – sia economicamente, sia, spero, nel trovare il modo di liberarsi da questa maledetta dipendenza».

Ma lei le mangia le galline che alleva, studia e racconta? «Le mie no. Quelle degli altri sì».

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