Due cuori e una zattera: storia della coppia che naufragò nel Pacifico
di Benedetta MariettiAll’alba del 4 marzo 1973, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, circa 300 miglia a Ovest delle isole Galápagos, lo scafo in legno di un piccolo sloop di nove metri e mezzo di nome Auralyn, su cui si trovano Maurice e Maralyn Bailey, coppia inglese in navigazione verso la Nuova Zelanda, viene colpito per ben due volte da una balena. I due fanno appena in tempo a buttare in acqua la zattera di salvataggio e a spostarsi sul mezzo di fortuna con “due ciotole di plastica, un secchio, la borsa d’emergenza, i passaporti, una macchina fotografica, una torcia, le tele cerate, il proprio diario, due libri, due dizionari e gli strumenti di navigazione di Maurice”. Mentre osservano la loro barca affondare non possono sapere che passeranno su quella zattera 118 giorni alla deriva, senza radio né razzi funzionanti, con un’attrezzatura improvvisata per pescare, affrontando la fame, la sete, il caldo e la disidratazione, raccogliendo acqua piovana, mangiando pesce crudo e tartarughe, e lottando contro…
All’alba del 4 marzo 1973, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, circa 300 miglia a Ovest delle isole Galápagos, lo scafo in legno di un piccolo sloop di nove metri e mezzo di nome Auralyn, su cui si trovano Maurice e Maralyn Bailey, coppia inglese in navigazione verso la Nuova Zelanda, viene colpito per ben due volte da una balena. I due fanno appena in tempo a buttare in acqua la zattera di salvataggio e a spostarsi sul mezzo di fortuna con “due ciotole di plastica, un secchio, la borsa d’emergenza, i passaporti, una macchina fotografica, una torcia, le tele cerate, il proprio diario, due libri, due dizionari e gli strumenti di navigazione di Maurice”. Mentre osservano la loro barca affondare non possono sapere che passeranno su quella zattera 118 giorni alla deriva, senza radio né razzi funzionanti, con un’attrezzatura improvvisata per pescare, affrontando la fame, la sete, il caldo e la disidratazione, raccogliendo acqua piovana, mangiando pesce crudo e tartarughe, e lottando contro le piaghe e la deriva mentale. Finché il pomeriggio del 30 giugno una nave sudcoreana riesce fortunosamente a intercettarli e a salvarli, ormai allo stremo delle forze.
Questa storia vera, che ha riempito le cronache dell’epoca, viene ricostruita attraverso documenti, diari e testimonianze da Sophie Elmhirst, giornalista collaboratrice del Guardian e dell’Economist, in un libro considerato tra i migliori del 2025 dal New Yorker: Un matrimonio in mare aperto. La vera storia di Maurice e Maralyn, pubblicato in Italia da NN editore.
Come è venuta a conoscenza della storia di Maurice e Maralyn? «Durante la pandemia, lavoravo da casa e cercavo una storia da scrivere. Mentre studiavo le vicende di persone desiderose di vivere in mare, mi sono imbattuta in un sito dedicato ai naufragi. Tra le tante fotografie di naufraghi, mi ha colpito una piccola immagine in bianco e nero di un uomo e una donna, Maurice e Maralyn Bailey. Lei in particolare ha catturato la mia attenzione. Ho scoperto così che i Bailey avevano vissuto un’avventura estrema, ma intuivo che ci fosse da indagare anche altro».
Questo “altro” è la storia di un matrimonio. “L’amore, quando funziona, può sembrare uno spaventoso colpo di fortuna”, lei scrive nel libro. In effetti l’unione tra Maurice e Maralyn è stata molto fortunata. «Avevano caratteri diversi che si compensavano. Lui era un timido e solitario compositore tipografico di Derby, amante dell’avventura, lei un’impiegata nell’ufficio tributi della stessa città. Maurice era impacciato, faceva fatica a relazionarsi con le persone. Lei era più estroversa, carismatica e ambiziosa, era come un dono per lui, poteva guidarlo verso il mondo. Ma anche lui era perfetto per Maralyn: maggiore di lei, aveva esperienza ed era libero di seguire le sue passioni. E soprattutto le faceva percepire la possibilità di una vita diversa da quella che le era destinata: la scelta di viaggiare in barca e quella di non avere figli erano inusuali negli anni 60 e 70».
Il loro matrimonio viene messo a dura prova dal naufragio. «Erano soli, in mezzo all’oceano, affamati, assetati e senza futuro. Ma hanno vinto la sfida non solo perché sono sopravvissuti, ma soprattutto perché la loro relazione è rimasta forte. Sono stati molto vicini alla morte, eppure hanno passato insieme momenti bellissimi, come quando alla deriva si sono trovati faccia a faccia con una seconda balena. Avrebbero dovuto averne paura, invece l’hanno guardata con emozione tenendosi per mano».
Lei scrive: “A tenere in vita le persone non è tanto la capacità di resistere, quanto il rifiuto di arrendersi”… «Quando erano sulla zattera, hanno capito rapidamente come sopravvivere, pescare le tartarughe, gestire gli squali. Ma la vera prova è stata quella di occupare il tempo, perché una mente non occupata tende a divorare sé stessa. Maurice era disperato e aveva perso la capacità di immaginare il futuro. È una reazione molto umana. Ma Maralyn lo distraeva, gli raccontava trame di libri, improvvisava giochi, sognava la prossima avventura in cui si sarebbero imbarcati. Qualche forza vitale interna, molto più profonda dell’intelletto, del pensiero o del linguaggio, le impediva di arrendersi».
Maurice ha riconosciuto pubblicamente la forza mentale della moglie. «Maurice è un antieroe: era il capitano della barca quando le cose andavano bene, ma quando è crollato tutto, è stata Maralyn a prendere in mano la situazione. E lui lo ha sempre ammesso, anche se non era usuale a quell’epoca. Diceva che se fosse stato da solo o con un altro uomo non sarebbe sopravvissuto».
Quando i Bailey vengono salvati i media prendono il controllo delle loro vite tramite il racconto dettagliato della vicenda, la ricerca dei particolari più intimi, le interviste esclusive, gli scoop… «Da giornalista sono interessata al ruolo dei media e a come ogni volta cerchino di appropriarsi di una storia vera dandole una cornice e considerandola un’esperienza chiusa e completa. Ma la vita non funziona così. Nel libro proseguo il racconto delle vite di Maurice e Maralyn dopo che il viaggio è finito. È una storia dolorosa, che si conclude con un naufragio esistenziale più difficile da superare».
Cosa l’ha sorpresa di più? «Il ritorno alla normalità, a una quotidianità da cui erano sempre fuggiti. Hanno fatto un altro viaggio, hanno navigato nel Mediterraneo. Ma perché non hanno seguito il piano originale di andare in Nuova Zelanda? Mi ha stupito il fatto che siano tornati a vivere in una casetta in Inghilterra. Questo è un po’ triste ma forse dimostra che la vita non va come ce la raccontano i romanzi. Era successo troppo, non ce l’hanno fatta a ripartire verso un orizzonte infinito. Sono tornati a ciò che era loro familiare».
Cosa ci insegna la storia di Maurice e Maralyn? «Ho capito che la speranza non è qualcosa che ci appartiene. È un pensiero creativo, richiede sforzo e immaginazione. Nelle difficoltà non possiamo essere solo realisti, dobbiamo costruire una visione del futuro. È un lavoro duro. Provare speranza significa credere che ci sia qualcos’altro che al momento è invisibile ma che da qualche parte là fuori esiste. E può salvarci».
Sul Venerdì del 24 luglio 2026