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Il bosco delle storie

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Una settimana sull’Appennino tra scrittura, natura e amicizie: così i librai creano una comunità. Fin da ragazzi
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La dodicenne è sull’Appennino romagnolo a fare una cosa molto bella. Sette giorni nei boschi per un laboratorio di scrittura dedicato a ragazzini e ragazzine tra gli 11 e i 15 anni.Con loro ci sono Arianna Di Pietro e Alexia Betti, libraie del Mosaico di Imola – che hanno aderito al progetto dell’agenzia Book on a tree – e gli scrittori Pierdomenico Baccalario e Carlotta Cubeddu, che guidano il gruppo alla scoperta di storie. E di modi per raccontarle. Le giornate sono scandite dalla scrittura, dai giochi da tavolo, dalle escursioni e i percorsi avventura, dai tuffi in piscina (vista l’afa) e dalle partite dei mondiali, e io ho pensato che alla sua età niente mi avrebbe potuta rendere più felice. La cosa che più si avvicinava a un’esperienza del genere erano i campi di Azione Cattolica. Dove ogni anno non vedevo l’ora di andare perché era un modo di conoscere persone nuove, di stare tra coetanei, di imparare a capire chi fossi. Al campo estivo di mia figlia i telefonini non sono bandi…

La dodicenne è sull’Appennino romagnolo a fare una cosa molto bella. Sette giorni nei boschi per un laboratorio di scrittura dedicato a ragazzini e ragazzine tra gli 11 e i 15 anni.Con loro ci sono Arianna Di Pietro e Alexia Betti, libraie del Mosaico di Imola – che hanno aderito al progetto dell’agenzia Book on a tree – e gli scrittori Pierdomenico Baccalario e Carlotta Cubeddu, che guidano il gruppo alla scoperta di storie. E di modi per raccontarle. Le giornate sono scandite dalla scrittura, dai giochi da tavolo, dalle escursioni e i percorsi avventura, dai tuffi in piscina (vista l’afa) e dalle partite dei mondiali, e io ho pensato che alla sua età niente mi avrebbe potuta rendere più felice. La cosa che più si avvicinava a un’esperienza del genere erano i campi di Azione Cattolica. Dove ogni anno non vedevo l’ora di andare perché era un modo di conoscere persone nuove, di stare tra coetanei, di imparare a capire chi fossi. Al campo estivo di mia figlia i telefonini non sono banditi. Semplicemente, restano in camera. La sento la mattina dopo colazione e la sera prima di andare a letto. Ogni tanto sale su per chiamarmi e raccontarmi qualcosa che non può aspettare: una caduta sulle scale, una storia venuta bene, la fatica di una camminata di cinque ore con la guida ultrasettantenne che ripete: «Non siete stanchi, è solo un’impressione», la sofferenza per la sconfitta dell’Inghilterra con l’Argentina. Ma da quanto ti piace il calcio? «Mamma, non è il calcio, sono i mondiali! I mondiali sono tanta roba». Lo so, ma tu eri l’unica in casa che non parlava continuamente di calcio. «Lo sai che Haaland e Bellingham sono tipo migliori amici e hanno dovuto giocare l’uno contro l’altro?». Ma come lo sai? «Eh, ho le mie fonti! Adesso si tifa Spagna eh. Messi mi sta antipatico».

Il diciottenne alza gli occhi al cielo per i commenti non proprio tecnici, ma ogni tanto la cerca anche lui, per sapere come va questa prima esperienza fatta completamente da sola. Io penso che tante delle cose belle che vedo fare in giro per l’Italia, le fanno i librai. Con poche forze, con le persone sempre più intrattenute dalla tecnologia e meno dall’universo dei libri, con Amazon che fa una concorrenza spietata e le grandi catene che diventano spesso soffocanti, ho visto librai in Sardegna, a Savona, a Catanzaro Lido, a Bisceglie, all’Aquila, a Sesto Fiorentino, nelle periferie di Roma – dappertutto! – inventarsi rassegne, eventi, incontri, che non servono solo a vendere libri, ma a fare comunità. Anche in questo caso, non si tratta di intrattenere 24 ragazzini che non sanno cosa fare l’estate. Si tratta di dar loro modo di fiorire facendo cose che durante l’anno sono loro precluse. Stare nella natura, salire sugli alberi, scambiarsi personaggi da mettere in scena, guardare insieme le partite, mascherarsi, svelarsi, crescere. Non è poco, e lo racconto perché è una buona pratica. Una di quelle da condividere e perché no, da copiare.

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