Ultimo ballo al Grand Hotel di Riccione. All’asta l’albergo che ospitò nobili e celebrità
dalla nostra inviata Stefania ParmeggianiQuasi centenario e bellissimo. Il Grand Hotel è un’astronave bianca nel cuore di Riccione. Un mito con molte ombre e una data di scadenza assai ravvicinata: 23 settembre 2026. Quel giorno lo storico complesso in stile Coppedè, nato per soddisfare le esigenze vacanziere dell’élite fascista, andrà all’asta: almeno 25 milioni di euro per le stanze divorate dal tempo, i villini incrostati di salsedine, il lussureggiante giardino, la piscina e tutti i fantasmi.
Per capire come si è arrivati ai titoli di coda, occorre tornare all’inizio, autunno 1928. L’hotel era un cantiere dominato dall’ossessione della fretta. Centinaia di operai lavoravano a ciclo continuo sotto la direzione dell’architetto Rutilio Ceccolini e dell’ingegnere Galeazzo Pullè. Il committente, l’industriale lombardo Gaetano Ceschina, bruciò le tappe al punto da annunciarne l’inaugurazione sul Giornale di Bologna già nel giugno 1929 con un pionieristico ritocco: la foto dell’edificio completata a mano da un disegno. Vinse la…
Quasi centenario e bellissimo. Il Grand Hotel è un’astronave bianca nel cuore di Riccione. Un mito con molte ombre e una data di scadenza assai ravvicinata: 23 settembre 2026. Quel giorno lo storico complesso in stile Coppedè, nato per soddisfare le esigenze vacanziere dell’élite fascista, andrà all’asta: almeno 25 milioni di euro per le stanze divorate dal tempo, i villini incrostati di salsedine, il lussureggiante giardino, la piscina e tutti i fantasmi.
Per capire come si è arrivati ai titoli di coda, occorre tornare all’inizio, autunno 1928. L’hotel era un cantiere dominato dall’ossessione della fretta. Centinaia di operai lavoravano a ciclo continuo sotto la direzione dell’architetto Rutilio Ceccolini e dell’ingegnere Galeazzo Pullè. Il committente, l’industriale lombardo Gaetano Ceschina, bruciò le tappe al punto da annunciarne l’inaugurazione sul Giornale di Bologna già nel giugno 1929 con un pionieristico ritocco: la foto dell’edificio completata a mano da un disegno. Vinse la scommessa non in cento giorni, come leggenda vuole, ma comunque a tempo di record. Il 20 agosto il Gran Ballo della Stampa, presente Edda Mussolini, inaugurò una nuova era del turismo con ampia eco sulla stampa dell’epoca. Andò bene, almeno all’inizio: politici, militari, aristocratici, celebrità e notabili sceglievano il Grande Albergo, come a quel tempo il regime imponeva di chiamarlo, soggiornando nelle 130 camere e intrecciando relazioni sociali e politiche, facendo affari, nei saloni decorati con lampadari in cristallo di Boemia e di Murano.
Vista su villa Mussolini
Ceschina, che da anni accumulava spiagge e terreni vendendo forniture ed attrezzature mediche allo Stato e all’Esercito, si convinse che era il caso di ampliarlo. Nel 1934 arrivò la dependance, poi chiamata Torre 900, presentata alla V Triennale di Milano del 1933 e rimontata a Riccione: sette piani che ospitarono anche la segreteria personale di Benito Mussolini. Da quelle finestre si sorvegliavano con puntiglio i movimenti verso la vicina villa estiva del Duce. Mentre da ogni angolo, nelle strade, spuntavano gli uomini della guardia presidenziale, rigorosamente in nero e per questo chiamati dai romagnoli furnarèin, scarafaggi, come ricordò lo studioso Giuseppe Lo Magro in una delle sue tante pubblicazioni sulla storia riccionese.
La guerra cambiò tutto: le luci si spensero e tornarono ad accendersi soltanto dopo lo sfondamento della prima Linea Gotica, quando il Grand Hotel venne requisito dalle truppe alleate e destinato a centro di licenza e ristoro per i militari: le cronache del Canadian War Museum parlano di una capienza di circa 500 uomini, comodi materassi, pasti serviti su piatti di porcellana e un ascensore funzionante. Con la pace il respiro mondano riprese vigore. Restano nella memoria il Capodanno 1965 con Mina e quello in cui Giorgio Strehler portò in scena L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Ma il destino aveva in serbo un brusco cambio di tono. Nel 1976 Mario Ceschina, uno dei figli di Gaetano conosciuto con il soprannome di “re della garza”, venne rapito da un commando armato a Milano. Di lui non si seppe più nulla, il suo corpo non verrà mai ritrovato.
Unica traccia alcune banconote usate per pagare il riscatto. Il fratello Renzo assunse il controllo dell’azienda sanitaria, mentre dopo un periodo di gestione diretta della vedova Nora, il Grand Hotel fu affidato alla Marebello Spa, una società controllata dal “ramo romagnolo” della dinastia Ceschina. Patron della struttura, Gianni Andreatta, che la traghettò negli sfavillanti anni Ottanta: modelle, attori, sportivi, vip e infine dj. La città stava cambiando, la notte era il nuovo palcoscenico. E per una breve stagione la Torre 900 ne divenne il faro. Nell’estate del 1988 ospitò il Diabolik’a, primo after hour d’Italia. Quando all’alba le discoteche chiudevano, centinaia di persone affollavano le sue stanze: clubber accaniti e icone della moda come l’enfant terrible Jean Paul Gaultier. Ma anche quello durò poco: gli ideatori del format, viste le polemiche su orari e sicurezza, traslocarono in collina. Alla fine degli anni Novanta la musica cambiò di nuovo e il Grand Hotel iniziò a mostrare le sue crepe. Andreatta tentò un parziale riscatto con qualche apertura: alcune suite, la piscina, la terrazza, la torre... Una gestione antieconomica dopo l’altra, dispute ereditarie che intralciavano la vendita e il rilancio del complesso, il tutto finito in una montagna di debiti.
Al miglior offerente
Fallita la società Marebello, a inizio luglio il tribunale di Rimini ha deciso di mettere all’asta l’intero complesso: oltre al Grand Hotel, villa Bianca, villa Bruna, Torre 900, magazzini con ristorante, negozi e appartamenti, piscina. Andreatta contesta la procedura giudiziaria, sostiene che il fallimento non andava dichiarato, teme che con i nuovi proprietari al Grand Hotel arriveranno anche i titoli di coda. Il curatore fallimentare Ugo Morganti dice che proprio per evitare che venga snaturato, il complesso non è stato frammentato, va all’asta in un unico lotto. La sindaca Daniela Angelini promette che anche il Comune farà la sua parte per evitare che il mito venga spazzato via. A Riccione si aspetta il 23 settembre: chi si aggiudicherà mura e fantasmi? Qualche erede Ceschina è intenzionato a riprendersi quello che il destino gli ha sfilato dalle mani? O c’è una cordata immobiliare decisa a investire? Le voci si rincorrono sulla stampa locale. Ipotesi e mormorii in attesa che si aprano le buste: rilancio minimo, 250 mila euro.